IMMIGRAZIONE  - Santo BIONDO
Eurispes: l’Italia è il Paese dove si vuole restare, ma integrazione e lavoro restano fragili
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27/07/2026  Sindacato.  

Otto immigrati su dieci intendono rimanere a vivere in Italia, mentre persistono diffuse criticità legate al lavoro irregolare, all'accesso ai diritti, alle difficoltà abitative e agli episodi di razzismo. Una fotografia realizzata da Eurispes che evidenzia la necessità di rafforzare le politiche di inclusione, valorizzare le competenze dei lavoratori migranti e garantire strumenti più efficaci di tutela e partecipazione sociale

Roma, 27 luglio 2026 – Gli immigrati che vivono in Italia non considerano più il nostro Paese una semplice tappa di passaggio. Oltre otto su dieci intendono restare a lungo o definitivamente, segno di una presenza che si consolida e che chiede risposte strutturali sul piano dell'integrazione, del lavoro e dei diritti. È quanto emerge dalla nuova indagine dell'Eurispes "La condizione degli immigrati in Italia. Vissuto, esperienze e progetti", realizzata su 521 cittadini stranieri residenti nel nostro Paese.

La fotografia restituisce una realtà lontana dagli stereotipi. Il 52% degli intervistati dichiara di voler vivere in Italia per sempre e un ulteriore 30,9% prevede di restarvi ancora per molti anni. Soltanto una quota minoritaria immagina di trasferirsi altrove o di rientrare nel Paese d'origine. Una scelta che conferma come l'immigrazione non possa più essere affrontata esclusivamente come fenomeno emergenziale, ma come una componente stabile della società italiana.

Le ragioni della migrazione sono innanzitutto economiche. Povertà, assenza di lavoro e ricerca di migliori condizioni di vita rappresentano le motivazioni prevalenti, alle quali si aggiungono guerre, persecuzioni e ricongiungimenti familiari. Per raggiungere l'Italia, tuttavia, il percorso rimane spesso complesso: oltre un immigrato su cinque racconta di essersi affidato a intermediari del proprio Paese dietro pagamento e circa uno su cinque dichiara di essere entrato clandestinamente.

Il lavoro continua a rappresentare il principale fattore di integrazione, ma anche il terreno sul quale emergono le maggiori criticità. Se è vero che il 78,1% degli intervistati risulta occupato, permane una forte segmentazione del mercato del lavoro. Operai, braccianti agricoli, addetti alle pulizie, badanti e lavoratori della ristorazione costituiscono ancora le professioni prevalenti, mentre le occupazioni altamente qualificate rimangono residuali. Il livello di istruzione incide in modo determinante sulla stabilità dell'impiego: tra i laureati il lavoro stabile supera il 90%, mentre tra chi possiede bassi livelli di scolarizzazione la precarietà resta molto diffusa.

Non meno preoccupante è il dato relativo al lavoro irregolare. Quasi un quarto degli occupati afferma di lavorare senza un contratto regolare e il 24,3% dichiara di aver ricevuto almeno una proposta di lavoro illegale, diversa dal semplice lavoro nero. La vulnerabilità aumenta sensibilmente per chi è privo di permesso di soggiorno, condizione che espone maggiormente a maltrattamenti e sfruttamento sul luogo di lavoro.

L'indagine evidenzia anche il ruolo ancora marginale dei canali istituzionali. Il lavoro si trova soprattutto attraverso parenti, amici o connazionali, mentre oltre l'80% degli immigrati non si è mai rivolto a sindacati, patronati o servizi di tutela. Non sempre per mancanza di bisogno: spesso prevalgono scarsa conoscenza dei servizi disponibili o sfiducia nella loro efficacia. Un dato che richiama la necessità di rafforzare le reti di orientamento e di tutela nei confronti dei lavoratori stranieri.

Anche sul piano abitativo emergono luci e ombre. Più della metà vive in affitto, ma oltre un terzo non dispone ancora di una sistemazione pienamente autonoma, vivendo presso amici, parenti o centri di accoglienza. A ciò si aggiungono problemi di sovraffollamento e abitazioni troppo piccole, condizioni che rendono più difficile il percorso di integrazione.

Resta infine il tema della convivenza sociale. Più della metà degli intervistati afferma di essere stata vittima almeno una volta di episodi di razzismo e quasi sei su dieci dichiarano di aver assistito a comportamenti discriminatori nei confronti di altri stranieri. Parallelamente, oltre il 40% incontra ancora difficoltà nella conoscenza della lingua italiana, elemento che continua a rappresentare uno dei principali ostacoli all'inclusione sociale e lavorativa.

Il quadro delineato dall'Eurispes conferma dunque una realtà complessa. Gli immigrati lavorano, costruiscono relazioni, progettano il proprio futuro in Italia e, nella grande maggioranza dei casi, intendono restarvi. Tuttavia, persistono fragilità che riguardano l'accesso a un lavoro dignitoso, la qualità dell'abitare, la tutela dei diritti e il contrasto alle discriminazioni.

È proprio su questi aspetti che si misura la capacità del Paese di trasformare la presenza stabile degli immigrati in una reale opportunità di crescita economica e coesione sociale, superando una visione dell'immigrazione limitata alla gestione degli ingressi e investendo invece sull'integrazione, sulla valorizzazione delle competenze e sulla piena partecipazione alla vita civile.

Santo Biondo (Segretario Confederale UIL)