Il 10° Migration Observatory Report, realizzato dal Centro Studi Luca d’Agliano e dal CEPR, fotografa un continente profondamente cambiato: oggi un europeo su otto è nato all’estero. Crescono occupazione e istruzione tra gli immigrati, ma persistono forti divari rispetto ai cittadini nativi, soprattutto per i migranti extra UE. Italia tra i Paesi con gli immigrati meno qualificati e più concentrati nei lavori poveri. Solo il 15% degli immigrati presenti nel nostro Paese possiede un titolo universitario, il valore più basso d’Europa dopo la Romania.
(redazionale) – Roma 21 maggio 2026 - L’Europa cambia volto. Nel 2024 oltre un europeo su otto è nato all’estero e, nei Paesi dell’Europa occidentale, il rapporto sale addirittura a uno su sei. È questo il dato simbolo del “10th Migration Observatory Report: Immigrant Integration in Europe”, il nuovo rapporto realizzato dal Centro Studi Luca d’Agliano e dal CEPR, che fotografa lo stato dell’integrazione economica degli immigrati nel continente europeo e analizza l’evoluzione del fenomeno negli ultimi dieci anni. Lo studio, coordinato dall’economista Tommaso Frattini con Anissa Bouchlaghem, utilizza i dati dell’European Labour Force Survey del 2024 e offre un quadro dettagliato su occupazione, qualità del lavoro, istruzione e provenienza geografica dei migranti. Il risultato è una fotografia complessa: gli immigrati hanno migliorato la loro condizione economica rispetto al passato, ma le differenze con i cittadini nativi restano profonde e persistenti.
Secondo il rapporto, nell’Unione Europea gli immigrati rappresentano oggi il 12,7% della popolazione totale. Nei Paesi dell’EU14 – quelli dell’Europa occidentale che ospitano la maggior parte dei migranti – la quota arriva al 15,5%. Alcuni Stati registrano percentuali impressionanti: il Lussemburgo ha il 56% di residenti nati all’estero, la Svizzera il 34%, la Svezia il 23%. All’opposto, Romania e Bulgaria restano sotto l’1%. Negli ultimi dieci anni il numero degli immigrati è cresciuto di circa 19 milioni di persone. Una trasformazione strutturale che, secondo gli autori, ha cambiato in modo permanente il mercato del lavoro europeo. L’immigrazione non è più un fenomeno marginale o temporaneo, ma un elemento stabile delle società europee.
Il rapporto evidenzia anche come sia mutata la composizione dei flussi migratori. Oltre la metà degli immigrati presenti in Europa proviene da un altro Paese europeo: il 29% da Stati membri dell’UE e il 24% da Paesi europei extra UE. Tuttavia, negli ultimi anni è aumentato il peso dei migranti provenienti dal Medio Oriente, dal Nord Africa e dall’Asia, soprattutto dopo la crisi dei rifugiati del 2015. La Germania rappresenta uno degli esempi più evidenti di questo cambiamento. La quota di immigrati provenienti dall’Asia occidentale e dal Nord Africa è salita dall’8% al 20% in meno di dieci anni. In Spagna, invece, è cresciuta fortemente la presenza di cittadini provenienti dall’America Latina, in particolare dal Venezuela.
Sul fronte dell’istruzione emerge un quadro ambivalente. Gli immigrati europei sono oggi più istruiti rispetto al passato: nei Paesi EU14 la quota di laureati è passata dal 26% al 32% tra il 2015 e il 2024. Ma anche i cittadini nativi hanno aumentato il proprio livello di istruzione, e spesso a ritmi ancora maggiori. Di conseguenza il divario relativo non si è ridotto. L’Italia, secondo il rapporto, continua a distinguersi negativamente. Solo il 15% degli immigrati presenti nel nostro Paese possiede un titolo universitario, il valore più basso d’Europa dopo la Romania. Inoltre, il 43% degli immigrati ha al massimo la licenza media. Gli autori osservano come il basso livello medio di istruzione degli immigrati rifletta anche il basso livello educativo complessivo della popolazione italiana. Il nodo centrale resta però il lavoro. In media, gli immigrati hanno una probabilità di essere occupati inferiore di nove punti percentuali rispetto ai cittadini nativi. Anche tenendo conto di età, genere e istruzione, il divario resta elevato: sette punti percentuali. Le differenze cambiano molto da Paese a Paese. In Olanda, Finlandia, Belgio, Francia e Svezia il gap occupazionale supera i dieci punti percentuali. In Italia invece è relativamente più basso, circa tre punti, ma ciò dipende soprattutto dalla bassa occupazione degli italiani stessi. In altre parole, anche se il divario è ridotto, il mercato del lavoro italiano resta debole per tutti.
Vi sono però casi opposti. In Lussemburgo, Malta e Polonia gli immigrati risultano addirittura più occupati dei nativi. Irlanda e Portogallo mostrano livelli quasi equivalenti tra le due popolazioni. Una delle conclusioni più interessanti riguarda l’origine geografica dei migranti. Gli immigrati provenienti da altri Paesi UE hanno performance occupazionali molto migliori rispetto a quelli provenienti da Paesi extraeuropei. Il divario occupazionale dei cittadini UE è di appena due punti percentuali, mentre quello dei non europei supera gli undici punti.
Secondo gli autori, la spiegazione non è soltanto culturale o linguistica. A fare la differenza sono soprattutto i meccanismi istituzionali dell’Unione Europea: libera circolazione, riconoscimento più semplice dei titoli di studio e maggiore facilità di accesso alle professioni regolamentate. Conta molto anche il tempo trascorso nel Paese ospitante. Gli immigrati arrivati da meno di cinque anni hanno un gap occupazionale del 18%, mentre chi vive da più tempo nel Paese riduce fortemente lo svantaggio. È il segnale di un graduale processo di integrazione economica.
Il rapporto sottolinea però che trovare lavoro non significa necessariamente trovare un buon lavoro. Gli immigrati continuano a essere concentrati nelle occupazioni meno qualificate e meno retribuite. Il 18% degli immigrati lavora in mansioni elementari, contro appena il 6% dei nativi.
In Italia e Grecia la situazione è ancora più marcata: solo il 16% degli immigrati lavora in professioni altamente qualificate. Al contrario, Lussemburgo, Irlanda e Svezia presentano quote molto più elevate di migranti impiegati in occupazioni ad alta specializzazione.
Lo studio utilizza anche un indicatore internazionale di prestigio occupazionale, l’ISEI, che misura la qualità sociale ed economica delle professioni. In quasi tutti i Paesi europei gli immigrati ottengono punteggi inferiori rispetto ai cittadini nativi, segnale di una persistente segregazione occupazionale. Molti immigrati altamente qualificati finiscono infatti impiegati in lavori manuali o a bassa specializzazione. Laureati che lavorano come rider, addetti alle pulizie o assistenti familiari: un fenomeno che il rapporto definisce come “spreco di competenze”.
Eppure, qualcosa sta cambiando. Tra il 2015 e il 2024 la quota di immigrati occupati in lavori altamente qualificati è aumentata dal 29% al 34%, mentre è diminuita la concentrazione nelle occupazioni più basse. Gli autori parlano di un “lento miglioramento”, pur senza una vera convergenza con i lavoratori nativi. La pandemia, la digitalizzazione e la crescita dei lavori ad alta specializzazione hanno trasformato il mercato del lavoro europeo. Gli immigrati hanno partecipato a questa trasformazione, ma non ne hanno beneficiato pienamente.
Particolarmente significativo è il caso dei migranti non europei. Pur restando il gruppo più svantaggiato, hanno registrato alcuni dei miglioramenti più evidenti nell’ultimo decennio. Secondo il rapporto, senza questi progressi il divario complessivo tra immigrati e nativi sarebbe aumentato molto di più.
Gli autori invitano quindi a superare letture semplicistiche del fenomeno migratorio. L’integrazione non è né un fallimento totale né un successo automatico. È un processo lento, influenzato da istruzione, origine geografica, durata della permanenza e soprattutto dalle politiche nazionali.
Le conclusioni del rapporto sono nette: l’Europa è ormai una società strutturalmente multiculturale e il futuro economico del continente dipenderà anche dalla capacità di valorizzare il capitale umano degli immigrati.
Secondo Frattini e Bouchlaghem, le politiche pubbliche avranno un ruolo decisivo. Riconoscimento dei titoli di studio, accesso alle professioni, formazione linguistica e mobilità sociale saranno i fattori chiave per evitare che il mercato del lavoro europeo resti diviso tra cittadini pienamente integrati e lavoratori confinati ai margini.
Il rischio, avverte il rapporto, è quello di una segmentazione permanente: da un lato occupazioni qualificate e stabili, dall’altro lavori precari e poco valorizzati concentrati soprattutto tra gli immigrati extra UE.
La sfida dei prossimi anni sarà dunque trasformare la crescita quantitativa dell’immigrazione in una reale integrazione qualitativa. Perché, conclude lo studio, gli immigrati sono già parte integrante dell’Europa. Resta da capire se l’Europa sarà capace di integrarli davvero.
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