Nel 2025 gli sbarchi si fermano a quota 66 mila, in linea con il 2024 e lontani dal picco del 2023. Ma mentre i flussi si stabilizzano, cresce la pressione sul sistema di accoglienza e sui territori. Il nodo resta la mancata integrazione.
(redazionale) Roma, 07 gennaio 2026 - Nel 2025 gli sbarchi di migranti sulle coste italiane si sono attestati su 66.296 persone, un dato pressoché identico a quello registrato nel 2024 (66.617) e nettamente inferiore rispetto al 2023, quando gli arrivi avevano superato quota 157 mila. I numeri del Cruscotto statistico giornaliero del Ministero dell’Interno, aggiornati al 31 dicembre, confermano che la fase di picco sembra alle spalle, ma restituiscono al tempo stesso l’immagine di un fenomeno ormai strutturale, lontano dalla retorica dell’emergenza.
Il raffronto tra gli ultimi tre anni mostra una dinamica chiara: dopo l’esplosione dei flussi del 2023, il biennio 2024-2025 segna una fase di stabilizzazione, senza tuttavia un reale arretramento del fenomeno. Gli sbarchi proseguono con continuità e si inseriscono in un contesto segnato da crisi internazionali, instabilità politica e forti disuguaglianze economiche, che continuano a spingere migliaia di persone verso l’Europa e l’Italia in particolare.
Se i numeri degli arrivi restano stabili, cresce invece la pressione sul sistema di accoglienza. Al 31 dicembre 2025 risultano 142.233 migranti presenti nelle strutture italiane, tra centri di accoglienza, sistema SAI e hotspot. Un dato elevato che continua a gravare soprattutto sui territori e sui servizi locali, in particolare nelle regioni più popolose come Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna, Campania e Toscana. Comuni e operatori si trovano spesso a gestire una presenza strutturale senza risorse adeguate e con organici insufficienti.
Particolarmente delicato resta il capitolo dei minori stranieri non accompagnati. Nel 2025 ne sono stati registrati 12.142, in aumento rispetto al 2024, quando erano stati 8.752, ma ancora al di sotto del livello del 2023, che aveva superato le 18.800 unità. Un andamento che segnala come la tutela dei minori resti una questione aperta, con ricadute dirette sui servizi sociali e sul sistema di accoglienza dedicato.
Cambia anche il profilo delle provenienze. Nel 2025 le principali nazionalità dichiarate al momento dello sbarco sono Bangladesh, Egitto, Eritrea, Pakistan e Sudan. Un dato che richiama il legame sempre più stretto tra immigrazione e lavoro, soprattutto nei settori a maggiore fragilità occupazionale, dall’agricoltura alla logistica, dall’edilizia ai servizi. Ambiti nei quali il rischio di sfruttamento, lavoro nero e dumping contrattuale resta elevato.
Nel confronto con gli anni precedenti emerge così una contraddizione di fondo: mentre diminuisce la pressione degli sbarchi rispetto al 2023, non diminuisce il carico sociale ed economico che ricade su territori, lavoratori e servizi pubblici. Senza una programmazione stabile degli ingressi per lavoro, una revisione delle politiche sui flussi e un rafforzamento dell’accoglienza diffusa, il rischio è che l’immigrazione continui a essere gestita in modo frammentato, con costi elevati e scarsa integrazione.
I dati del triennio 2023-2025 raccontano infine una realtà che incrocia direttamente il tema del calo demografico e della carenza di manodopera nel nostro Paese. In questo quadro, l’immigrazione rappresenta una sfida che non può essere affrontata solo sul piano del controllo, ma richiede politiche capaci di tenere insieme diritti, lavoro e coesione sociale, evitando che a pagare il prezzo più alto siano, ancora una volta, i lavoratori e i territori.



