Sciopero virtuale all’esame dei
 social
GIUGNO 2019
Agorà
Sciopero virtuale all’esame dei social
di   Alessandro Fortuna

 

 

Ci sono argomenti, proposte, idee che, alle volte, si preferiscono glissare per non incappare in quelle reazioni, scomposte e superficiali, che soprattutto sui social trovano terreno fertile per i c.d. leoni da tastiera. In sostanza, consapevoli della poca confidenza dell’opinione pubblica su un tema o della sua visione parziale o ancor peggio dogmatica, potrebbe esser rischioso avventurarsi in ragionamenti che non si prestano a una facile resa per spot o tweet. Certo se dovessimo parametrare l’iniziativa politica e sindacale alla sola veicolazione sensazionalistica e quindi utile in termini di like sui nostri device, di politica ne rimarrebbe ben poca. In alcuni casi però, inevitabilmente, dovrebbe aversi la coscienza di fermarsi a riflettere di fronte a qualcosa che suscita in noi un dubbio e non farci attrarre da conclusioni frettolose e solitamente sbagliate oppure da un disinteresse indotto dalla mancata comprensione del punto. Come la rete ci sopisce un po’ la mente e ci trascina in un monotono e sterile conformismo, la rete ci offre facilmente e velocemente tutte le possibilità per coltivare i dubbi e stimolare così la nostra conoscenza e informazione.
 
 
È un pensiero che mi è sorto dopo aver letto alcune reazioni all’idea di maggior diffusione (perché, sottolineo, esiste già) del c.d. sciopero virtuale, nuovamente e correttamente proposta dal nostro Segretario Generale, Carmelo Barbagallo, al termine della presentazione della relazione annuale della Commissione di Garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali. Mi son chiesto: a chi, special modo un lavoratore, fosse nuovo o totalmente sconosciuto questo concetto, potrebbe risultar facile reperirne la spiegazione, descrizione finanche storia, senza doversi esclusivamente rifugiare e informare con lo scorrere dei commenti sui social? Intendo anche per farsi una prima idea, senza approfondire particolarmente. Ebbene, a ben guardare, immettendo “sciopero virtuale” su google, il motore di ricerca ci propone, come per qualsiasi concetto o semplice vocabolo a noi estraneo, la sua spiegazione tramite Wikipedia, Treccani e via dicendo. Seppur il lessico delle generazioni si va mano a mano riducendo, molto probabilmente anche per l’utilizzo ormai capillare dei social media, allo stesso tempo mi vien da pensare che le parole hanno acquisito un peso sempre più forte e incisivo. Il ché, d’altronde, è pur ovvio data l’esigenza di far arrivare velocemente un messaggio.
 
 
Lo studio della parola, in questo caso, tende a ridurla ad un input quasi meccanico cui si deve cercare di far corrispondere quanto più possibile lo stimolo, la reazione desiderata. In questo contesto “virtuale”, quindi, parlare di sciopero “virtuale” sicuramente ma paradossalmente non è una scelta, solo dal punto di vista squisitamente semantico intendo, che si presta ai nostri tempi. L’aggettivo “virtuale” nel mondo dei social sembra, secondo alcuni, annullare la nozione storicamente comune di sciopero e questo potrebbe spiegare le tante reazioni di sgomento, che poi sono le stesse che fanno propendere molti a non affrontare l’argomento e quindi a lasciare tutto invariato. Non stiamo parlando di certo della nostra organizzazione che da tempo affronta il tema coscienziosamente e soprattutto nel merito. Non siamo qui ovviamente a stupirci di qualcosa di ormai acquisito e mi riferisco alla superficialità, che spesso diventa odio, insita in piattaforme libere e deresponsabilizzanti che diventano una sorta di sfogatoio o di luogo utile alla ricerca vana di personalismi solo “virtuali”. Il problema è che, alle volte, anche fuori dai social c’è chi strumentalizza per propri fini la libera espressione e la capacità di proposta dell’altro. Fatta questa, forse prolissa ma sentita, premessa, vorrei più che descrivere questa forma di protesta, porre e rispondere alle domande che, a mio modo di vedere, ci si potrebbe fare di fronte al tanto temuto sciopero virtuale. Molti si sono chiesti: come si può definire in sciopero chi presta regolarmente la propria attività lavorativa?
 
 
Il fatto è che il più delle volte questa domanda rimane sterile, non le segue alcuna risposta. Io ne farei il paio con un altro quesito: perché, in determinati settori, e preciso che parliamo dei servizi pubblici essenziali, si è palesata l’esigenza di trovare forme alternative al classico modello della sospensione della prestazione di lavoro e della corrispondente sospensione del suo pagamento? Mi verrebbe da pensare che i risultati non sono stati quelli sperati. Poi mi domanderei: ci sono state già esperienze simili? Se viene meno il danno arrecato al datore di lavoro tramite la sospensione della propria obbligazione lavorativa, qual è il danno che si arreca alla controparte? Perché lo si propone nei servizi pubblici essenziali? Insomma si apre un mondo che sui social non è sfiorato nemmeno per sbaglio. Personalmente, invece, provo a rispondere a questi interrogativi per provare ad argomentare la complessità e la validità dello strumento. Parlo di complessità entrando più nel merito e andando oltre alla sola definizione di strumento di protesta che consiste nella destinazione, a carico del datore di lavoro, di quota della retribuzione del soggetto scioperante a fondi con fini sociali e/o benefici concordati. Ma muoviamoci con ordine. In questi anni, soprattutto dopo l’introduzione della legge 146 del 1990, come poi modificata dal Legislatore del 2000 e sulla scorta delle numerose interpretazioni della Commissione di Garanzia, qual è stata l’efficacia, in termini di migliori condizioni di lavoro per gli addetti, delle numerose proclamazioni di sciopero susseguitesi? I risultati delle tante proclamazioni quali sono stati? Semmai la loro insistenza, anzi potremmo definirla quasi inflazione per l’estrema proliferazione di piccole e piccolissime sigle sindacali, probabilmente non ha fatto altro che desensibilizzare l’utenza ai problemi e alle preoccupazioni dei lavoratori e in alcuni settori (trasporti ad esempio) non ha arrecato alcun danno alle parti datoriali forse piuttosto risparmi (salari, usura mezzi, carburante).
 
 
Tra l’altro non bisogna dimenticare che lo sciopero in specifici comparti è precisamente perimetrato nel suo esercizio, ben oltre la disciplina generale della 146, vedi ad esempio il personale contingentato nel trasporto aereo o le diverse fasce di garanzie, etc. Difatti, già gli opportuni paletti eretti a tutela della garanzia all’erogazione dei servizi che soddisfano i diritti della persona indeboliscono l’efficacia della proclamazione in sé per sé. Ma più che smontare la 146, che ha una sua ratio, si è giustamente iniziato a ragionare su come poter scavalcare quei paletti per ottenere addirittura risultati più incisivi e forse anche più sostenuti dall’utenza. È ovvio che tutti i limiti della 146 o dettati dalla Commissione di Garanzia sarebbero agevolmente superati con uno strumento come quello dello sciopero virtuale che addirittura potrebbe esser esercitato ad oltranza senza arrecare alcun danno ai cittadini. In ogni caso, comunque, torno a ribadire che non ci si è inventati nulla di nuovo, sempre facendo ricorso alla rete si ricorda, per citarne uno, lo sciopero virtuale che il 27 settembre 2007 venne organizzato da una task force internazionale e dalla RSU IBM di Vimercate, piccolo comune della provincia di Monza e della Brianza. Lo sciopero ha avuto un enorme ed inaspettato effetto mediatico in tutto il mondo ed ha visto la partecipazione di circa 2000 persone da 30 diversi paesi che hanno presidiato le isole IBM su Second Life per 12 ore. Dopo 20 giorni dallo sciopero virtuale, l’AD di IBM Italia si è dimesso e il Coordinamento Nazionale RSU IBM ha sottoscritto un importante accordo sindacale che restituiva ai 5000 lavoratori italiani il premio di risultato che era stato unilateralmente cancellato da parte della direzione aziendale.
 
 
Questo forse è l’esempio che avuto maggior risalto mediatico ma anche la magistratura anni addietro proclamò uno sciopero virtuale. Insomma giusto una piccola conferma che non si sta inventando nulla di nuovo, certo però quello su cui invece si dovrebbe ragionare di nuovo, dovrebbe essere tutto quello che potrebbe girare intorno a una proclamazione di tal genere, per renderla più solida e soprattutto efficace. Si tratterebbe di lavorare sulla forza e resa mediatica della protesta spiegando correttamente e compiutamente i motivi del conflitto con la parte datoriale all’utenza cui si rende quel determinato servizio; si potrebbe lavorare sulle scelte di destinazione sociale della quota retributiva giornaliera che il datore di lavoro è tenuto a versare al fondo concordato e si potrebbe ragionare sugli strumenti utili a render veramente praticabile l’opportunità dello sciopero ad oltranza. Soprattutto su quest’ultimo aspetto, mi sento di soffermarmi un attimo. È ovvio che non è certo facile chiedere a un buon numero di lavoratori di continuare a lavorare rinunciando alla loro paga già per una sola giornata, cosa che, tra l’altro, costituisce un problema anche per le classiche forme di sciopero, figuriamoci proporlo per più giorni. Ebbene sarebbe interessante affiancare a questo strumento un altro che si sta comunque iniziando a diffondere nel nostro Paese e che è, invece, ben rodato nei paesi nordici, mi riferisco al sistema delle casse di resistenza. Si tratta, in sostanza, di fondi le cui risorse vengono versate all’aderente allo sciopero nella misura del salario non versatogli dal datore di lavoro. In tal modo si favoriscono sicuramente le adesioni ma allo stesso tempo, paradossalmente, si abbassa il tasso di conflittualità, perché la parte datoriale ha tutto l’interesse a disinnescare un conflitto che ben potrebbe protrarsi a lungo grazie a questo meccanismo di tutela. Colgo l’occasione per aprire una parentesi riallacciandomi alla figura del datore di lavoro. Da anni chiediamo al Legislatore di prevedere sanzioni anche nei loro confronti, non limitandole, come fatto nel 2000, ai soli lavoratori e alle loro rappresentanze. Perché se la cassa di resistenza può essere un valido deterrente a relazioni industriali scorrette, unilaterali o a singhiozzo, parimenti e più opportunamente dovrebbe esserlo anche la legge.
 
 
Perché dietro a una protesta non c’è un capriccio del lavoratore ma ben potrebbe esserci, e spesso è così, una cattiva gestione dei normali rapporti con i dipendenti e i loro rappresentanti. Torniamo però a bomba sulle casse di resistenza. In Italia, queste casse si stanno mano a mano alimentando, a livello territoriale, attraverso il classico modello mutualistico di accantonamento di quote che in alcuni casi sono aggiunte alla trattenuta sindacale. I due strumenti ben si potrebbero coniugare per dar forza alla protesta da una parte e per scavalcare gli argini della legge 146 del 1990. Questa è semplicemente un’opinione che nasce dall’interesse, dalla curiosità verso un tema come quello dello sciopero “virtuale”. Un’opinione ha pari dignità sia quando positiva sia quando negativa ma richiede sempre di dar fiato all’interesse e questo non può certo farsi esclusivamente sui social network o accavallandosi in risse discorsive e soprattutto generalistiche. Quello dell’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali è un campo su cui ancora tanto si può fare.
 
 
Lo si deve fare con l’orizzonte dell’adeguata dignità di tutte le azioni che i lavoratori intraprendono a tutela del loro benessere lavorativo, del loro salario e della loro professionalità e lo si può fare, però, anche nel rispetto di chi risente incolpevolmente di un conflitto di cui non è parte naturale. Ricordiamoci sempre che lo spazio di ragionamento e di discussione che ambisce a massimizzare quanto più gli effetti delle azioni sindacali, sia in termini di migliori condizioni retributive che di miglior ambiente lavorativo, muove i suoi passi sempre sulla sottile linea di equilibrio tra i diritti dei lavoratori e i diritti dell’intera comunità cui apparteniamo.
 
 
 
 
 
 
 
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