Il 1949, l’anno del complesso travaglio sindacale
SETTEMBRE 2019
Inserto
Il 1949, l’anno del complesso travaglio sindacale
di   Pietro Nenci

 

Torniamo per un momento al lontano 1949, settant’anni fa. Anche allora il Parlamento italiano dovette attraversare un periodo difficile. Si doveva approvare o bocciare l’adesione al Patto Atlantico: la seduta finale della Camera durò ininterrottamente per 51 ore (non succedeva, si disse, dal 1861) e la gazzarra che si svolse fu davvero storica, “una zuffa mai vista” scrissero i giornali: dopo il boicottaggio e le parolacce volarono spintoni e pugni, tavolette e cassetti e le gambe delle sedie degli stenografi vennero brandite come clave; da una parte si gridava “viva la pace”, dall’altra si rispondeva con “Fratelli d’Italia”. Fu un anno difficile anche per il sindacato: nella Cgil si allargò la frattura con la componente cristiana e dopo il fattaccio di Molinella se se produsse un’altra con le componenti laiche. Intanto nel Mezzogiorno i senza terra cominciarono ad occupare i terreni incolti e in molte città si avviò la ricostruzione delle case popolari e dei quartieri cittadini per ridar vita agli agglomerati ancora in rovina per la guerra. Ma successe anche dell’altro.

 

 

Chi si ricorda più del 1949? Eppure è stato l’anno del Patto atlantico e del Comecon, del Sifar e di Gladio, della tragedia di Superga e del dramma di Mindszenty, del petrolio di Cortemaggiore e dell’occupazione delle terre incolte del Mezzogiorno. È stato l’anno di un difficile congresso della Cgil che stava andando in pezzi nel quale Di Vittorio annunciò un complesso Piano del lavoro. E anche di un congresso socialista che richiamò alla segreteria Pietro Nenni che ereditò un partito e un giornale oberati da debiti. Era intanto già in piena esecuzione il Piano-casa di Fanfani. A Molinella i comunisti, che erano in minoranza, occuparono la Camera del lavoro, socialdemocratici e repubblicani decisero che il patto di alleanza e collaborazione con loro non poteva proprio più reggere. Quell’anno arrivò in Italia 1984, il racconto del Grande Fratello di George Orwell. E fu fondato il battagliero Paese sera. Tempi lontani, tanto diversi e tanto uguali ai nostri: quando Usa e Urss si facevano guerra – più economica che ideologica – sulle spalle di un’Europa che ancora si stava leccando le ferite. Quando nel Parlamento italiano si accese una bagarre proprio per la Nato nella quale volarono sedie e tavoli tra chi guardava ad ovest e chi ad est.

 

Nasce il Comecon

Il 1949 cominciò di sabato. Non faceva niente freddo, almeno a Roma. Nel suo diario Nenni lo annotò, “una fortuna per tanta povera gente”. In compenso il freddo si fece sentire a febbraio, soprattutto, nella prima settimana di marzo: Palermo andò sotto zero, a Firenze si toccarono i meno 11 gradi e a Verona i meno 10. In data 6 gennaio Nenni scrisse un fatto curioso: aveva ricevuto da una bimba una lettera “ingenua e graziosa”: chiedeva di ricevere per la befana una bambola che chiamasse mamma e papà. Nenni la fa comprare e consegnare: “grande gioia della bimba, e questo è il lato buono della cosa. Ma ho appreso che una lettera uguale era stata scritta al papa, a Einaudi, a De Gasperi e forse anche a Togliatti. Siamo imbroglioni o troppo furbi?” Il primo fatto pubblico di una certa rilevanza di questo 1949 fu l’adesione – il 21 gennaio – dei Paesi dell’Est europeo al Consiglio di mutua assistenza economica messo a punto dall’Unione sovietica, il Comecon. Ne facevano parte oltre l’Urss, la Bulgaria, la Cecoslovacchia, la Polonia, la Romania e l’Ungheria. Era la risposta al Piano Marshall elaborato dagli Stati Uniti nel 1947 per la ricostruzione dell’Europa; Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia avevano chiesto di aderire al Piano americano ma Stalin rispose net e fece preparare un Piano analogo per mantenere strettamente uniti tutti i Paesi dipendenti da Mosca. Si trattava di un piano di cooperazione che poi venne trasformato in “Piano comprensivo per la continua estensione e sviluppo della cooperazione e l’ulteriore sviluppo dell’integrazione economica socialista dei Paesi membri del Comecon”. In seguito vi fecero parte anche la Germania dell’est, l’Albania, la Mongolia, il Vietnam e Cuba. Al tempo della presidenza di Michail Gorbaciov questo programma di cooperazione venne allargato anche al “progresso scientifico e tecnologico” e poi sciolto nel giugno 1991. Il Piano Marshall era durato invece dal 1947 al 1951. Si disse e si scrisse che come gli americani si erano creati un mercato economico-ideologico nell’Europa centro-occidentale così Mosca si era fatto un mercato ideologicoeconomico in quella orientale.

 

Il caso Mindszenty

Il secondo fatto che scosse le cronache dei giornali e animò i pulpiti delle chiese all’inizio di quel 1949 fu il caso Mindszenty. Nato nel 1893 Joszef Mindszenty era un vescovo ungherese, nel 1946 Pio XII l’aveva fatto cardinale. Era un tipo determinato e deciso, non aveva avuto timore ad opporsi ai tedeschi invasori che l’avevano arrestato ma erano stati costretti a liberarlo per le pressioni delle sommosse popolari. Con l’arrivo dei comunisti che imposero una drastica riforma agraria il cardinale fece capire d’essere del tutto contrario; vagheggiava – fu detto – un ritorno al passato quando l’Ungheria era un paese agricolo governato dalla gerarchia cattolica. Durante la campagna elettorale del 1946 appoggiò le liste non comuniste e quando fu varata la riforma in senso laico della scuola finì per scontrarsi direttamente col governo filosovietico. Fu indagato e mandato sotto processo e subì i metodi di persuasione che allora erano in uso verso gli obiettori. Leggemmo che aveva finalmente confessato di aver svolto attività per una restaurazione asburgica ma, naturalmente, documenti o testimoni contro di lui non ne furono mai prodotti. Accusato di tradimento e di complotto per abbattere la repubblica popolare, nel febbraio 1949 venne condannato a morte; la pena poi trasformata in ergastolo. “Fu sempre un personaggio scomodo; negli anni venti e trenta era conosciuto come un sacerdote intransigente e teneva omelie dal tono integralista in cui sembra si potessero ravvisare tracce di giudeofobia – ha scritto Sergio Romano – eppure durante l’occupazione nazista non rinunciò a denunciare gli occupanti anche per la loro politica razzista e subì il carcere”. Dopo la guerra divenne il più eloquente e impavido critico del regime comunista. Liberato durante la rivoluzione ungherese del 1956 fece appena in tempo a pronunciare un discorso in Parlamento che dovette fuggire di fronte alla massiccia repressione sovietica trovando rifugio nell’ambasciata americana. La sua ultima battaglia, paradossalmente, fu contro la chiesa: non approvava la ostpolitik della Santa Sede, avviata da Giovanni XXIII e proseguita da Paolo VI. Una personalità come Mindszenty era d’impaccio per la diplomazia vaticana che andava al di là dei confini degli Stati. Un’altra notizia di quel mese: il 14 febbraio si riunì per la prima volta il Parlamento Israeliano (la Knesset) e Chaim Weizmann fu eletto primo presidente del rinato Stato di Israele.

 

L’Italia edilizia e atlantica

Il 28 febbraio il Parlamento italiano approva la legge 43/49 intitolata “Progetto di legge per incrementare l’occupazione operaia agevolando la costruzione di case per i lavoratori”. È il famoso Piano Casa Fanfani. Fin dal 1942 questo giovane professore di economia si era posto il problema della povertà che non si sarebbe mai riusciti ad abbattere senza un efficace programma di lavoro. Arrivato al ministero mise allo studio un gruppo di esperti collaboratori e nel luglio 1948 presentò un grande progetto: si trattava di mettere in attività architetti e ingegneri per pianificare e disegnare nuovi quartieri e far rinascere tutte quelle zone delle città che erano state distrutte dalla guerra e per dare un alloggio a chi non l’ave va mai avuto o l’aveva perso. Case nuove, confortevoli, costruite secondo moderni criteri e attrezzate con le tecnologie allora disponibili. Case progettate in modo da costituire intere parti di città, con le scuole, le chiese, gli spazi per il tempo libero, i centri di aggregazione. Il piano venne finanziato attraverso un sistema misto: dallo Stato, dagli imprenditori e anche dai lavoratori stessi a cui si chiese una trattenuta mensile “pari ad una sigaretta al giorno”, come ripeteva lo slogan di propaganda, perché chi lavorava doveva essere sensibile a questo senso di solidarietà. I critici temevano la costituzione di un carrozzone che avrebbe speso soprattutto per mantenere se stesso invece fu costituito un preciso comitato di attuazione del piano diretto da l’ex partigiano Filiberto Guala col compito di vigilare, emanare norme, distribuire fondi, stabilire regole; gli aspetti architettonici ed urbanistici furono affidati all’Ina/Casa diretta dall’architetto Arnaldo Foschini. Il primo cantiere fu aperto il primo aprile, a Colleferro, vicino Roma; dopo sette mesi i cantieri in attività erano già 650. Si è calcolato che il progetto riusciva a produrre fino a 2.800 vani a settimana e che, una volta a regime, prendevano possesso delle nuove case 2.200 famiglie al mese. In quattordici anni di attività il piano dette alloggio a 350 mila famiglie, quasi la metà delle quali erano vissute fino allora in baracche, grotte, cantine o in coabitazione. Dall’11 marzo in Parlamento fu avviata la discussione, cui seguì il voto, sull’adesione al Patto Atlantico. Scrisse nel suo diario Pietro Nenni già quattro giorni prima: “Ho presentato una interpellanza al Presidente del Consiglio e al ministro degli esteri sui pericoli e i rischi dell’adesione al Patto Atlantico che liquida l’aspirazione del popolo ad una politica di pace e di neutralità, compromette la sicurezza del paese, l’espone ai rischi di una terza guerra; lo divide irrimediabilmente all’interno; distoglie il nuovo Stato repubblicano dall’obbligo assunto di risolvere innanzitutto i problemi di vita e di sviluppo del popolo e della nazione”. De Gasperi gli fece sapere di essere disposto a discuterne precisando: “Se si ha da incrociare il ferro, meglio con te”. L’11 marzo Nenni scrive che il Consiglio dei Ministri ha preso all’unanimità la decisione di aderire al Patto; hanno votato a favore anche i tre ministri socialdemocratici, nonostante il loro partito si fosse espresso diversamente. Dopo due giorni il leader socialista torna a parlarne: “Oggi ho denunciato il Patto Atlantico come patto di divisione nel mondo e all’interno, un patto che non garantisce ma compromette la nostra indipendenza e la nostra sicurezza”. Gli risponde l’onorevole Cappi (della maggioranza) ma – scrive Nenni – fa un discorso di “spicciola propaganda antisovietica” e cerca di sdrammatizzare i contrasti “senza rendersi conto (o finge di non rendersi conto) che Patto Atlantico e distensione fanno a pugni. È quanto La Malfa ha cercato di negare con un intervento ispirato al concetto di terza forza. Molto polemico nei miei confronti ha affermato che l’Italia non può restare sospesa a un mio caso di coscienza. Tale appare infatti a La Malfa la mia tesi della neutralità. Ma si tratta di ben altro”.

 

Una zuffa mai vista

Dall’11 al 20 marzo il Parlamento italiano fu impegnato a discutere sull’adesione o sul rifiuto del Trattato del Nord Atlantico. Alla Camera fu una seduta fiume durata cinquantun ore, la più lunga dal 1861 in poi, e una delle più drammatiche. Presero la parola tutti i centosettanta deputati dell’opposizione nel tentativo di bloccare la legge. La tensione si fece sentire (e fu sollecitata) anche fuori del Parlamento: il dibattito delle Camere fu accompagnato sulle piazze da una serie di manifestazioni popolari contrarie, talvolta violente, tanto che a Terni (allora città rossa) ci scappò il morto. Il testo del trattato, chiamato più semplicemente Patto Atlantico o Nato, composto di 14 articoli, era stato stilato nel timore di un’espansione dell’Unione Sovietica verso i Paesi occidentali dell’Europa col risultato di farli aderire sempre più strettamente agli Stati Uniti. Nella premessa era scritto che tale Patto riaffermava gli scopi e i principi delle Nazioni Unite, per cui chi lo accettava esprimeva “il desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi”. Il primo articolo diceva: “Le parti si impegnano, come stabilito dallo statuto delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale in cui potrebbero essere coinvolte, in modo che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in pericolo, e ad astenersi nei loro rapporti internazionale dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza assolutamente incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite”. Ma leggiamo il resoconto pubblicato sul Corriere della Sera. Il titolo: “Una zuffa mai vista a Montecitorio conclude una seduta di 51 ore”; il resoconto: alle 16,25 di venerdì 18 marzo l’odg che autorizza il governo ad entrare in trattative per aderire al patto atlantico è stato messo ai voti per appello nominale. Hanno risposto sì 342 deputati, no 170, astenuti 19. Favorevoli democristiani, liberali, repubblicani, socialdemocratici di destra e monarchici; contrari comunisti e social fusionisti; astenuti il Msi, il centro e la sinistra del Psli. Nella dichiarazione di voto Togliatti afferma che i comunisti troveranno il modo di far esprimere il loro pensiero a milioni di cittadini e propone un emendamento all’odg della maggioranza per non concedere, durante le trattative per il patto “a nessun governo straniero l’uso del territorio per basi militari”. Nenni arriva a proporre lo scioglimento delle Camere per indire nuove elezioni e intanto annuncia che l’opposizione condurrà “una lotta tenace per impedirne l’esecuzione”. L’odg Togliatti viene respinto, dai banchi dell’estrema sinistra si grida: “Viva la pace! Abbasso il Patto atlantico!”. Dal centro si intona l’inno di Mameli. Improvvisamente esplode la rissa in un gruppetto composto dal sottosegretario Pietro Malvestiti Dc, Giuseppe Lupis socialista fusionista e il democristiano Gabriele Semeraro: “subito deputati comunisti scendono a valanga dal loro settore piombando sui commessi che cercavano di separare i contendenti; dal centro altri gruppi democristiani calavano in forza e la mischia si scatena furiosa. All’improvviso ecco balzare alto sulla mischia il comunista Giuliano Pajetta che, partito come un razzo dal terzo settore, con tre balzi aerei, da un banco all’alto, è piombato a tuffo nel groviglio di teste, braccia e gambe e in quel groviglio sparisce inghiottito“. Il cronista parlamentare aggiunge che “vola un cassetto di legno, al quale un altro ne fa seguito subito dopo, due poltrone degli stenografi galleggiano sulla mischia impugnate per le gambe da deputati decisi a servirsene come clave”. Suonano le sirene, il pubblico viene fatto sfollare dalle tribune; dopo dieci minuti di tumulto ne passano altri venti prima che la seduta possa riprendere. Il presidente della Camera Giovanni Gronchi deplora l’increscioso episodio, incolpa Semeraro e Pajetta e incarica i deputati questori di un’indagine: contro i responsabili verrà applicata l’espulsione dalle sedute. Riprende la seduta: il Presidente del Consiglio De Gasperi risponde a Togliatti che nessuno ha mai chiesto basi militari in Italia, per cui il suo odg è inutile, deve essere respinto e infatti con una successiva votazione 317 deputati contro 175 lo respingono. Il cronista conclude scrivendo che “questa colossale seduta” termina alle 19:05, è durata 51 ore: dalle ore 16 del giorno 16, alle 19:05 di venerdì 18. Complessivamente gli interventi sono stati 182. Il lunedì successivo il dibattito sarebbe ripreso in Senato per il voto della seconda Camera. Fuori da Montecitorio era cominciata una manifestazione pubblica dove numerosissime erano le donne mobilitate a difesa della pace. La polizia è intervenuta, ha operato dei fermi e perquisito alcuni uomini, qualcuno era armato. In serata, alla radio, il premier De Gasperi ha difeso l’operato del suo governo: “si è agito con cautela e misura”, “abbiamo assunto innanzi al Paese e alla storia una responsabilità grave ma siamo convinti che tutto il popolo, anche chi non condivide il nostro pensiero, capisce che l’abbiamo fatto per il suo avvenire e per la salvezza dell’Italia”. Nel suo lungo editoriale, il direttore del Corriere scrisse: “Il Paese vuol evitare di fare la fine della Cecoslovacchia e dell’Ungheria. È per garantire la pace e la propria indipendenza politica che l’Italia intende firmare il Patto Atlantico. E guarderà attentamente in faccia e prenderà nota di coloro che vi si opporranno. Sa che sono gli uomini della quinta colonna”.

 

È cominciata la terza guerra

Il Patto atlantico fu sottoscritto da dodici Paesi il 4 aprile. Vi aderirono Usa, Canada, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Norvegia, Islanda Portogallo e Italia. Da esso prese il via l’organizzazione politico-militare (Nato) per prevenire e resistere a qualsiasi attacco da parte dell’Urss. L’America aveva definitivamente abbandonato il suo isolazionismo verso l’Europa e praticamente erano stati costituiti i due blocchi di Paesi ed era cominciata la guerra fredda. Scrisse Nenni nel suo diario: “4 aprile Il Patto atlantico è stato firmato oggi. Se la guerra non è soltanto un fatto militare, ma è un fatto politico e psicologico, la terza guerra è cominciata oggi. Non è detto che debba tradursi in fatto bellico. Può non esserci il conflitto armato. Ma da oggi tutto viene compiuto e attuato nell’ambito del rapporto delle forze militari. Per evitare l’urto armato c’è un mezzo solo: rovesciare dall’interno la contrapposizione dei blocchi e il sistema politico-militare su cui si regge. Ne ha coscienza l’opposizione popolare?” Bisogna aggiungere che Londra aveva osteggiato l’adesione dell’Italia e che anche gli Usa erano incerti. La firma del 4 aprile non comportò inizialmente la creazione di una struttura militare integrata e un impegno degli Usa a mantenere truppe in Europa. Fu la guerra di Corea che aumentò i timori di una possibile aggressione sovietica (fondati o fasulli che fossero) a portare alla costituzione delle strutture politiche e militari dell’alleanza, ossia della Nato. Nel 1952 aderirono alla Nato anche Grecia e Turchia e tre anni più tardi la Germania occidentale. Nel 1955 anche i Paesi comunisti sottoscrissero un’alleanza simile: il Patto di Varsavia cui aderirono, oltre all’Urss, Polonia, Cecoslovacchia, Germania dell’est, Romania, Bulgaria, Ungheria e Albania. Di questo famoso Patto atlantico rileggiamo gli articoli più interessanti: “Le parti contribuiranno all’ulteriore sviluppo di relazioni internazionali pacifiche ed amichevoli, rinforzando le loro libere istituzioni, realizzando una migliore comprensione dei principi su cui tali istituzioni si basano e promuovendo condizioni di stabilità e benessere. Esse cercheranno di eliminare conflitti tra le loro politiche economiche internazionali e incoraggeranno la collaborazione economica tra alcune di esse o tra tutte (art. 2). “Le parti si consulteranno tra loro ogni qualvolta, a giudizio di una qualsiasi di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica e la sicurezza di una qualsiasi delle parti sia minacciata” (art. 4). “La parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nel Nord America sarà considerato un attacco contro tutte le parti e di conseguenza se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dell’Onu, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che riterrà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale” (art. 5). “Il presente Trattato non pregiudica e non dovrà essere considerato in alcun modo lesivo dei diritti e degli obblighi derivanti dallo Statuto alle parti che sono membri dell’Onu o la responsabilità primaria del Consiglio di sicurezza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali” (art. 7).

 

Il Psi sulle spine

Dall’11 maggio, a Firenze, il Psi tenne il suo 28° Congresso Nazionale e Nenni tornò alla guida del partito: “un ritorno trionfale” esagerò qualche giornale. L’interessato, più concretamente, scrisse: “Non è stato un buon congresso, non solo perché ha reso inevitabile la secessione di Romita e dei sindacalisti di destra, ma perché il centro ha riproposto gli stessi temi amletici dell’essere e del non essere che tre anni orsono furono il terreno di battaglia dei ‘giovani turchi’. Tuttavia è significativo che la sinistra abbia avuto la maggioranza assoluta malgrado la pressione intimidatoria esercita sul congresso dalle cose, dagli interessi, dai risentimenti. È questo un segno della vitalità della base. Fra i dirigenti, purtroppo, anche fra quelli della sinistra, ci sono gelosie, ripicche, incomprensioni. Chiamato di nuovo a dirigere il partito potrò dominare una situazione interna che per tanti aspetti è critica?” Due settimane più tardi aggiunse: “Abbiamo ereditato una situazione disperata. Non un soldo in cassa e cento milioni di debiti, un quarto dei quali urgenti. Romita e il gruppo sindacalista che fa capo a Bulleri hanno inalberato la bandiera della secessione. Il partito reagisce scarsamente. Il gruppo dirigente stenta a far fronte alla crisi politica e finanziaria. Basso si tiene in disparte. Il buon Guido ha il muso lungo perché non è stato nominato direttore dell’Avanti! Sandro non sa da dove cominciare per riorganizzare il giornale. L’edizione romana fa acqua da tutte le parti con un deficit di sei milioni al mese. E dove trova re i due milioni per coprire il deficit dell’edizione di Milano? Dove trovare i mezzi per far vivere il partito che ha anch’esso un mucchio di debiti? Siamo cinque uomini: Rodolfo, Cacciatore, Sandro, Lizzadri e io a far fronte ad una situazione disperata. Non c’è altro che serrare i denti e andare avanti”.

 

La tragedia di Superga

Così ce la raccontò Dino Buzzati: “Mercoledì 4 maggio. Nebbia pioggia vento silenzio là dove sei ore fa s’è sfracellato l’aeroplano che riportava a Torino la più bella squadra di calcio d’Italia. Un pallido rossastro riverbero illumina ancora, palpitando, le muraglie della basilica di Superga. Un pneumatico dell’apparecchio sta ancora bruciando, ma la fiamma cede, tra poco sarà completamente buio. Lo spaventoso disastro è successo alle 17:05. Superga era avvolta da una fitta nebbia. A trenta metri non si vedeva niente”. Il cappellano della basilica sente il rombo dell’aereo: quanti atterrano a Torino passano sopra quella cupola ma questa volta il rombo sembra troppo vicino, poi un colpo terribile, come un’esplosione: quell’aereo è andato sbattere con la pancia contro il muro della scarpata su cui è fondata la basilica, ha preso fuoco. Il cappellano accorre, altra gente cerca di intervenire. La carlinga sfasciata, bagagli e rottami giù per la collina ci si avvicina per tentare un primo soccorso; il primo oggetto che viene raccolto è una maglia color granata e chi l’ha in mano grida: “Misericordia, sono quelli del Torino!” Il prete corre al telefono: chiama il Prefetto, i pompieri. Arrivano il sindaco, la polizia, i carabinieri. La notizia rimbalza dalle telescriventi, da Milano il Corriere invia Buzzati. Come è successo? Pare che il pilota del trimotore G212Fiat abbia chiesto l’orientamento alla torre di controllo perché si era trovato a duemila metri in mezzo ad una formazione temporalesca ma pochi minuti dopo aveva cozzato contro la collina. Possibile che in così breve tempo, quando era necessaria la più grande prudenza, il pilota sia sceso di mille e cinquecento metri? O qualcosa sul pannello dell’aereo non ha funzionato? Quello che è certo è che i campioni del pallone di quegli anni, gli atleti che tutti i ragazzetti dei sobborghi nei loro campetti improvvisati cercavano di imitare, non ci sono più. 31 le vittime: i quattro dell’equipaggio, l’intera squadra con gli accompagnatori, gli allenatori e i dirigenti e tre giornalisti. Tornavano da Lisbona dove avevano disputato un’amichevole di beneficenza contro il Benfica. Fu un lutto molto sentito perché quel Torino aveva vinto cinque scudetti di seguito e perché quasi tutti i suoi giocatori facevano parte anche della nazionale. Ai funerali parteciparono in almeno 600 mila; il governo rappresentato da Andreotti, il radiocronista della cerimonia Vittorio Veltroni. Anni dopo corse voce, non controllabile, che da terra fosse stato consigliato ai piloti di scendere a Milano, visto il brutto meteo di Torino, ma i giocatori avrebbero protestato: a Torino li aspettavano i loro tifosi e poi sarebbero tornati subito a casa. Troppo subito, purtroppo.

 

Il petrolio di Verdi e la bomba dell’Urss

In quei mesi del 1949 accaddero altri fatti, oggi senza più importanza ma che allora ebbero una certa risonanza: il 9 maggio nel principato di Monaco salì al trono il principe Ranieri III. In Italia con la legge n. 326 vennero reintegrati al posto di lavoro i dipendenti statali accusati di coinvolgimento col regime fascista. Il 23 la Germania venne proclamata Repubblica federale con capitale Bonn. Berlino era sempre in zona d’occupazione sovietica ma cessava il blocco imposto dai comunisti il 24 giugno 1948. Il 26 maggio Pio XII, a sorpresa, proclamò che il 1950 sarebbe stato un Anno santo. Disse il Papa: “Dopo le formidabili vicende che hanno sconvolto la terra durante il secondo conflitto mondiale e gli anni del dopoguerra, la Provvidenza ha concesso all’umanità un qualche miglioramento delle condizioni generali, tanto da rendere possibile la proclamazione della Bolla che indice l’anno santo. Se i peccati degli uomini impediscono di entrare nell’imminente anno giubilare in uno stato di tranquillità definitiva, universale, scevra di ogni minacciosa incertezza, possano le preghiere e le penitenze contribuire ad ottenere al genere umano quella vera concordia dei cuori e quella genuina pace che solo Dio può donare”. Forse l’annuncio del Papa lasciò indifferenti le masse alle prese coi problemi quotidiani ed esacerbate dalle accese ideologie di quel tempo ma poi ci si accorse che quell’avvenimento sarebbe stato capace di rimettere in movimento tutta l’Italia, di contribuire a svegliarla e unirla più di quanto riuscissero a fare le astiose parti politiche del tempo. Il 14 giugno una notizia clamorosa: a Cortemaggiore, in provincia di Piacenza, l’Agip aveva trovato un giacimento di petrolio. Leggiamo quanto scrisse allora il giornale di Cremona La Provincia: Cortemaggiore è balzata all’attenzione mondiale dopo la scoperta nel suo sottosuolo di una ricca vena di petrolio e metano. Giuseppe Verdi lo sapeva già, tanto che voleva vietare ai contadini dei suoi poderi di fumare durante il lavoro per il pericolo di saltare in aria. Le ricerche erano cominciate già prima della guerra: i segugi dell’Agip battevano la campagna, infilavano nella terra una mina a 15-20 metri di profondità e la facevano esplodere per studiare la struttura del terreno. L’8 giugno scorso dalla pompa del pozzo n.1 è uscito un flutto nero. Analizzato è risultato di ottima qualità. “L’Italia ha vinto la battaglia del petrolio”, “Il petrolio italiano è una grande realtà”, “Il petrolio dei poderi di Verdi” sono alcuni titoli dei giornali di quei giorni. Dopo il petrolio simboleggiato con un cane vampante a sei zampe, il sei luglio il Sant’Uffizio dichiarò che chi si professava comunista, ateo o materialista era fuori dalla chiesa. Era ovvio e già nessuno di loro si considerava un fedele, ma il comunicato del Sant’Uffizio suscitò comunque un’ondata di polemiche e fu utilizzato, a dritto e a rovescio, come clava politica. Il 5 agosto una notizia dal lontano Ecuador: un disastroso terremoto aveva squassato la zona di Ambato: seimila le vittime, centomila i senza casa. L’11 settembre lo scienziato premio Nobel Enrico Fermi è in visita in Italia, ha in programma una conferenza nella città di Como. Il 24 settembre una notizia questa volta davvero esplosiva: nella Repubblica socialista sovietica Kasaka, l’Urss aveva sperimentato la sua prima atomica. Scrisse nel suo diario Nenni: “L’Unione sovietica ha la bomba atomica. L’annuncio è stato dato oggi da Truman. A Roma la notizia ha fatto un’impressione enorme. L’ho appresa a Montecitorio. Non credo però che ci si debba attendere un rapido cambiamento di situazione. Pare impossibile che gli Stati Uniti avessero contato sul segreto atomico. Tuttavia va per aria tutta la loro concezione strategica della guerra, almeno nei suoi riflessi propagandistici e psicologici. Sotto questo aspetto il colpo è duro per il partito della terza guerra”.

 

Il fallimento dell’unità sindacale

Per il sindacato italiano il 1949 fu l’anno del dramma e del travaglio che porterà alla spaccatura della Cgil conclusasi nel marzo dell’anno successivo. I problemi di convivenza all’interno del sindacato unitario si erano aggravati il 14 luglio dell’anno prima, quando uno sconosciuto studente siciliano, di sua iniziativa, aveva esploso alcuni colpi di pistola contro Togliatti appena uscito da Montecitorio. Non appena si sparse la notizia “hanno sparato a Togliatti” si pensò al complotto. E chi poteva aver interesse a colpire l’indiscusso capo della sinistra italiana se non i suoi avversari politici? In quel periodo Togliatti non aveva cariche pubbliche, era solo il segretario del secondo partito politico italiano, ma per i tesserati del suo partito rappresentava tutto e per moltissimi altri era una specie di uomo della provvidenza. Dunque, non appena appresa la notizia, in molte realtà produttive la sua gente lasciò spontaneamente il lavoro, si riversò per le strade per discuterne, per protestare, per cercare di far qualcosa. Alcune Camere del lavoro di propria iniziativa improvvisarono delle manifestazioni. Togliatti era ferito ma non in pericolo di vita, si seppe abbastanza presto; ricoverato all’ospedale, ai suoi stretti collaboratori che vedeva tanto agitati aveva raccomandato “non perdete la testa”. La sera alle 18 a Roma si riunì l’esecutivo sindacale; il segretario Di Vittorio era a Parigi, aveva appreso la notizia del ferimento di Togliatti al suo arrivo a Roma. Fu proclamato uno sciopero generale di tutte le categorie di lavoro a cominciare dalla mezzanotte. Il verbale di quella riunione non fu mai trovato, forse non fu mai scritto, comunque è certo che tutte le componenti della Cgil (comuniste, socialiste, cristiane, socialdemocratiche, repubblicane) erano d’accordo sullo sciopero e sembra che socialdemocratici e repubblicani chiesero fosse fissata la data precisa della cessazione della protesta. Ma nel manifesto di proclamazione del fermo delle attività lavorative quell’ora e quella data non furono scritte. Nel manifesto si legge: “L’infame attentato si ricollega alle decine di aggressioni e di arbitrii perpetrati a danno di organizzazioni sindacali”; l’atteggiamento stesso del governo nei confronti delle lotte sindacali, l’appoggio della polizia alla classe padronale e i rigurgiti di fascismo sempre più manifesti sono “tra i fattori che hanno contribuito allo scatenarsi delle violenze antidemocratiche, dando agli assassini la sicurezza dell’impunità”. E il manifesto concludeva: “Il Comitato esecutivo della Cgil, che siede in permanenza, impartirà ulteriori disposizioni. I lavoratori italiani sapranno difendere vittoriosamente la democrazia e la libertà. Viva la Repubblica!” A Milano, a Sesto San Giovanni, a Piacenza e Torino ci furono scontro violenti con le forze dell’ordine; alle falde del Monte Amiata, in Toscana, un gruppo di scioperanti armati tentò di impadronirsi della centrale telefonica. Alla fine si ebbero 16 morti e più di 200 feriti. Nella notte il governo diffuse un comunicato che accusava la Cgil di aver voluto uno “sciopero insurrezionale”col deliberato proposito di capovolgere i risultati elettorali del 18 aprile (che avevano dato la maggioranza alla Dc). Il giorno dopo Di Vittorio chiese un abboccamento col Presidente della Repubblica perché venissero smentite le affermazioni del governo. La Cgil si riunì di nuovo la sera del 15 e approvò l’ordine di cessazione dello sciopero alle ore 12 del giorno dopo. Era il 16 luglio: De Gasperi rispondendo ad una interrogazione alla Camera affermò che l’unità sindacale era stata condotta “alla soglia del cimitero”; la componente democristiana della Cgil approvò un odg per affermare che la natura e gli obiettivi dello sciopero voluto dall’esecutivo Cgil “avevano infranto il patto di unità sindacale e violato lo spirito e la lettera dello Statuto”. Era una dichiarazione di guerra. Abbiamo ricordato solo alcuni particolari di quanto era successo l’anno prima perché i cocci di quella frattura non furono mai aggiustati, anzi nel 1949 se ne aggiunsero altri. La massa dei tesserati Cgil che votavano Dc, con molte spinte e aiuti esterni e anche esteri, organizzarono un proprio sindacato che fu chiamato Libera Cgil e poi divenne Cisl. Nella Confederazione unitaria nata nel 1944 con la mediazione di Bruno Buozzi (e si disse poi che se ci fosse stato ancora lui la rottura non ci sarebbe stata) erano rimaste le minoranze repubblicana e socialdemocratica. Queste uscirono dalla Cgil proprio nel 1949; la data è il 17 maggio: l’acme della tensione – scrisse poi Franco Simoncini – fu raggiunto con l’attacco comunista alla Camera del Lavoro di Molinella in Emilia dove aveva avuto la preminenza la corrente socialdemocratica; i tesserati di sinistra contestarono il responso dell’urna occupando la sede. Ci furono scontro violenti, intervenne anche la forza pubblica; alla fine si contarono una quarantina di feriti, tra i quali una donna che poco dopo morì. “Molinella era una roccaforte del socialismo riformista erede della tradizione e dell’opera di Massarenti. L’aggressione comunista suscitò una grande impressione nel paese e una furiosa indignazione tra i socialdemocratici che una settimana dopo decisero l’uscita dalla Cgil. A quel punto i repubblicani svolsero un referendum tra i propri iscritti e quasi il cento per cento bocciò la politica sindacale della Cgil. L’unione sindacale dei lavoratori era ormai definitivamente spezzata.

 

Il congresso Cgil di quell’anno

Si tenne a Genova dall’1 al 10 ottobre 1949. Siccome la Confederazione, nonostante l’uscita del filone democristiano e di quelli minori repubblicano e socialdemocratico, aveva sempre una cospicua maggioranza tra i lavoratori Di Vittorio dichiarò che nonostante tutto l’unità sindacale dei lavoratori aveva vinto e che la Cgil non serbava “rancore verso gli onesti lavoratori dei partiti scissionisti”. Aggiunse che ogni volta si fosse presentata l’occasione avrebbe cercato di ristabilire “sia pure temporaneamente, nel corso delle lotte, l’unità di tutti i lavoratori”. A quel congresso si fece un bilancio della situazione economica italiana che – affermò Di Vittorio – “era stata deformata per essere adattata e subordinata alle esigenze dell’economia americana”. Con una serie di cifre fu fatto un raffronto tra il 1938 e il 1949 arrivando alla conclusione che l’economia italiana era “completamente prigioniera di quella Usa”. Il tenore di vita dei lavoratori era peggiorato; si calcolava che per i bisogni essenziali di una famiglia tipo occorrevano 50 mila lire al mese mentre il salario medio reale di un operaio non arrivava alle 31 mila lire e quello di un manovale alle 29 mila. I disoccupati erano quasi due milioni di unità e la Cgil contestava l’affermazione del Ministro del lavoro Fanfani che rispetto al 1948 l’occupazione fosse aumentata di 400 mila unità. Unico dato positivo l’abolizione, dal primo agosto, del razionamento del pane e della pasta impostoci da Mussolini dieci anni prima in preparazione della guerra. Era dunque necessario rilanciare il problema dell’occupazione. E fu infatti in quel congresso che si cominciò a parlare di un piano del lavoro che la Cgil stava mettendo a punto e presentò nel febbraio dell’anno dopo con una Conferenza economica nazionale. Doveva essere “un piano economico costruttivo”, “un piano della rinascita economica e civile della nazione”. Si sarebbe dovuto svolgere su tre direttrici: 1) nazionalizzazione dell’energia elettrica con la costruzione di nuovi bacini e nuove centrali, soprattutto al sud; 2) un vasto programma di bonifica e irrigazione dei terreni per promuovere una moderna agricoltura, soprattutto al sud; 3) un piano edilizio nazionale di case, scuole e ospedali. Si ipotizzavano 700 mila nuovi posti di lavoro, i finanziamenti si sarebbero chiesti con una tassa progressiva sui redditi delle classi più abbienti (in particolare di grandi gruppi monopolistici e azionari) e con prestiti esteri che non mettessero però in discussione l’indipendenza economica e politica della nazione. Il sindacato – sosteneva Di Vittorio – aveva appunto questo ruolo di “protagonista della rinascita e della ricostruzione del Paese”. Stranamente, nei suoi diari, Nenni non fa cenno a questo importante congresso della Cgil. Dopo aver scritto, il 24 settembre, “L’Unione sovietica ha la bomba atomica!”, riprende il 25 ottobre per parlare del duello oratorio tra lui e il Ministro Sforza durante il quale aveva suggerito al governo di affidare il ministero degli esteri ad un uomo “capace di svuotare l’adesione italiana al Patto Atlantico di quanto ha di pericoloso”. Non conta tanto cambiare il ministro, aveva sostenuto, (al posto di Sforza sarebbe dovuto andare forse Piccioni che intanto stava studiando l’inglese), “bisogna cambiare politica estera”.

 

Il grande fratello

Nel 1949 arrivò nelle librerie un romanzo del narratore inglese George Orwell, intitolato 1984, che fece subito presa sul pubblico. Un racconto di fantasia (profetica) di un mondo inquietante: la terra è divisa fra tre superpotenze perennemente in conflitto tra loro: Eurasia, Estasia, Oceania. Gli avvenimenti si svolgono in una Londra grigia e depressa dal regime imperante, il Socing (il socialismo inglese), unica ideologia ammessa in Oceania. Al vertice del potere il Grande Fratello, presente in immagine in ogni luogo, sovrastante la vita pubblica e privata di tutti. Nessuno lo ha mai visto di persona, nessuno lo conosce. In realtà a governare è il partito coi suoi onnipotenti ministri. Ogni gesto, ogni parola, persino ogni pensiero sono controllati da vari ministeri, in particolare da quello della verità e da quello dell’amore. Tutto è sotto controllo, i cittadini sono ormai incapaci di qualsiasi pensiero autonomo, di ogni forma di critica. Il protagonista del romanzo è un funzionario del ministero della verità, addetto alla revisione e correzione dei vecchi numeri del Times perché quanto era stato scritto possa corrispondere alla versione della storia voluta dal grande fratello. Gli capita di innamorarsi e riesce a trovare un buco dove i suoi rari momenti di amore non possano essere spiati. Gli capita anche di conoscere un movimento di malcontento e di resistenza che si propone di rovesciare quell’odiato regime costrittivo. Ma tutto ciò non è che una trappola: le occasioni d’amore stesse e il movimento di ribellione sono opera del grande fratello che in tal modo scopre anche i desideri più nascosti della gente, li reprime e induce le vittime all’odio verso quanto avevano sperato e amato. Ridotto ad una larva d’uomo, il protagonista di questa angosciosa storia è ora annientato e ridotto a vivere un’esistenza scialba e insignificante, sempre in linea con la volontà del partito. Ora il suo amore è tutto e solo per il grande fratello. Orwell – sapemmo leggendo questo libro – era figlio di un funzionario statale inglese dell’amministrazione coloniale dell’India; lì era nato, aveva studiato in patria ma poi aveva disobbedito alla volontà paterna di diventare a sua volta un funzionario del governo di sua maestà, aveva cominciato a scrivere, aveva fatto il giornalista e nel 1936 era partito per Barcellona per partecipare alla guerra in difesa della legittima repubblica aderendo al partito operaio di unificazione marxista (il Poum), un gruppo anarco- sindacale ferocemente avversato dai comunisti stessi. Di questa esperienza, pagata con una grave ferita, aveva scritto un interessante resoconto, Omaggio alla Catalogna, e della lotta del partito comunista per prevalere su tutte le altre forze di sinistra aveva redatto La fattoria degli animali. Nel 1949 comparve questo 1984: non c’era liceale in quegli anni che non lo leggesse. Ora per gli stakanovisti dei social è un’opera sconosciuta, eppure il racconto di Orwell non ha perso la sua potenza a difesa della libertà e della verità. Tanto che nel giugno scorso la danzatrice spagnola Patricia Guerrero aveva portato a Milano il suo spettacolo Distopia, ispirato a questo romanzo di Orwell. Nel 1949, di cui stiamo ripercorrendo le vicende, fece scalpore anche un altro libro, di tutt’altro genere: Viaggio a Lourdes del medico francese e scienziato premio Nobel nel 1912 Alexis Carrel. Riferiva di una sua esperienza a fianco di una donna gravemente ammalata da lui stesso accompagnata alla grotta di Massabielle dove Bernardette Soubirous diceva d’aver visto la Madonna. Dopo l’immersione nell’acqua che dal giorno delle apparizioni continua a sgorgare, l’ammalata di Carrel guarì. In modo rapido e del tutto inspiegabile. Dopo aver studiato e ristudiato il caso e dopo averlo sottoposto all’analisi di altrettanto valenti colleghi, Carrel ammise e scrisse che veramente si trattativa di una guarigione che nulla aveva di naturale.

 

Sifar e Gladio

Ed ecco i servizi segreti. Alle volte così poco e alle volte anche troppo segreti. Il primo settembre 1949 apparve la notizia che il governo italiano aveva rinnovato e riorganizzato il complesso dei servizi segreti. Si sarebbe chiamato Sifar: servizio informazioni forze armate. Il Sifar ebbe vita avventurosa, spesso poco limpida, in alcune circostanze fu manovrato non sempre in parallelo con gli interessi del Paese, ma questo avvenne dopo. Si seppe poi – lo si seppe nel 1990 da Giulio Andreotti – che sempre nel 1949 si era costituita anche una organizzazione segreta, chiamata Gladio, “struttura di informazione, risposta e salvaguardia”. La prima rivelazione la si era avuta sei anni prima durante il processo ad un membro di Ordine nuovo e, naturalmente, si gridò allo scandalo. Cossiga fece sapere che i fondatori di Gladio erano stati Moro, Taviani, Gaetano Martini e lui stesso. Ne erano membri ex partigiani, lamalfiani, azionisti e socialisti. All’inizio ne avrebbero fatto parte poco più di mille persone. In pratica un’organizzazione paramilitare facente parte della rete internazionale stay-behind promossa dalla Nato; un nucleo di attenzione, vigilanza ed eventuale primo intervento di fronte ad un possibile pericolo comunista. E quello che era successo in vari Paesi dell’est europeo lo stava a giustificare. Nel 1964 aderivano a questa rete internazionale, oltre all’Italia, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Repubblica federale tedesca, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. In seguito vi entrarono Danimarca e Norvegia. Non vi aderirono invece Spagna, Portogallo, Grecia e Turchia. La divulgazione dell’esistenza di Gladio la si ebbe in concomitanza con la dissoluzione dell’Urss e la fine reale della guerra fredda e il 27 luglio 1990 fu sciolta. Nel 2000 una Commissione parlamentare d’inchiesta aveva concluso che la strategia della tensione era stata sostenuta dagli Usa per “impedire al Pci, e in un certo grado anche al Psi, di raggiungere il potere esecutivo del Paese”. Nella loro storia della Repubblica Montanelli e Cervi conclusero che Gladio era una struttura perfettamente legale e lecita, che fece scandalo solo in Italia perché fu usata per coprire lo sfascio dell’ideologia comunista nell’est Europa e che non fu sciolta del tutto solo per garantire – secondo un vizio tutto italiano – stipendi ai dipendenti di enti divenuti inutili.

 

L’occupazione delle terre

A Cerignola cominciarono il 18 novembre; scrisse l’Unità: “Colonne di contadini senza terra si sono portati nelle campagne con bandiere e cartelli e, seguiti da migliaia di cittadini, hanno occupato terreni incolti e mal coltivati. L’occupazione si è svolta senza incidenti e in tutto il paese si nota grande entusiasmo”. Scrisse la Gazzetta del Mezzogiorno: “È in corso nell’agro di Cerignola una vasta azione dei braccianti aderenti alla Cgil intesa ad occupare vari appezzamenti di terreno incoltivato o adibito a pascolo. Mentre numerose squadre di lavoratori agricoli si sono recate in aziende della zona, eseguendo lavori arbitrari, altri muniti di arnesi da lavoro e di cartelloni con le scritte ‘Occupiamo queste terre perché i padroni non le coltivano’, ‘Vogliamo il decreto di imponibile di manodopera agricola’, ‘Terra occupata dai contadini e dalla Camera del lavoro’ sono entrati in due appezzamenti di proprietà (….) dell’estensione di circa 30 ha procedendo alla divisione simbolica tra i 24 operai occupanti; altri 96 braccianti hanno occupato un appezzamento di 60 ha. I braccianti proseguirono le occupazioni anche nei giorni successivi, decisi a continuare la lotta fino a quando non avranno ottenuto l’assegnazione legale delle terre”. L’occupazione si estese. E fu spiegato: “L’occupazione è causata dalla grave disoccupazione bracciantile e dalle precarie condizioni economiche dei lavoratori della terra. La terra è nelle mani di pochi proprietari assenteisti i quali vengono a Cerignola dalle città di residenza, Napoli o Roma, solo per i raccolti”. I sindacati cercano di risolvere la vertenza, il Prefetto pubblica un nuovo decreto sull’imponibile di manodopera che però non soddisfa i lavoratori. Viene proclamato uno sciopero generale in tutta la provincia, la polizia ostacola lo svolgersi della manifestazione, si spara e a Torremaggiore perdono la vita due braccianti. Il che non fa che rinfocolare la tensione ed estendere le agitazioni: a tutta la Puglia, in Lucania, Calabria e Sicilia, In Sardegna, Campania e Lazio. Ci fermiamo a queste poche righe, il problema merita di essere ricordato con maggior estensione e precisione, lo faremo più in là.

 

Nasce Paese Sera

Il 7 ottobre, a fronteggiare la creazione della Repubblica federale tedesca la Germania dell’est si costituì in Repubblica democratica tedesca, la famosa Ddr. Il 21 novembre l’Onu affidò al nostro Paese l’amministrazione della Libia e della Somalia. Il 6 dicembre arrivò nelle edicole il primo numero di Paese Sera, edizione serale de Il Paese, giornale che Mussolini aveva fatto chiudere nel 1925. Il Pci l’aveva fatto rinascere all’inizio del 1948 perché facesse da spalla a l’Unità per le difficili elezioni del 1948. Gagliardo fin da subito Paese Sera ebbe una notevole diffusione: dette molto spazio alla cronaca spicciola e fu sempre presente, molto battagliero, su tutti i problemi politici e sindacali. Entrò in crisi varie volte, soffrendo delle medesime difficoltà di cui soffriva la sinistra italiana. Ma ebbe lunga vita: cessò le pubblicazioni nel luglio 1994. Nel 1949 nacque anche un’iniziativa artistica di notevole valore e significato: l’imprenditore Giuseppe Verzocchi (produzione di materiale refrattario a Genova ma lui era d’origine forlivese) invitò una settantina di pittori ad illustrare con una loro opera il tema “Il lavoro nella pittura contemporanea”. Avrebbe corrisposto centomila lire a quadro (70x100) e una esposizione pubblica; su un lato della cornice doveva apparire in piccolo il logo della sua azienda (V&D). Moltissimi artisti risposero creando un vero poema visivo in onore alle fatiche dell’uomo: tra gli altri De Pisis, Donghi, Guttuso, Mafai, De Chirico, Casorati, Carrà ecc. E i soggetti toccarono ogni genere di lavoro: gli scaricatori, la merlettaia, la vetreria, la mondina, i muratori, la forgia, la cucitrice, la stiratrice, le mietitrici ecc. ecc. Nel 1950 tutte queste opere furono ospitate alla Biennale di Venezia. Il primo maggio 1961 Verzocchi le donò al Comune di Forlì. Chiudiamo questo complesso 1949 con alcuni dati pubblicati quell’anno dall’Istat per trarne un’immagine complessiva di quanti e come eravamo a passare nel 1950: 46 milioni 552 mila cittadini. Le nascite furono 937 mila 146. Il tasso di natalità che quattro anni prima era stato del 23 per mille era sceso al 20,1; se nel 1946 ogni donna italiana aveva messo al mondo in media tre figli, nel 1949 ne aveva fatti nascere solo 2,62. La tendenza era già chiara e, infatti, nel 2017 abbiamo registrato un tasso di natalità del 7,7 per mille e di fecondità dell’1,34.

 

 

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Note

 

Corriere della Sera, 19 marzo 1949 Dino Buzzati,

Si schianta contro la basilica di Superga l’aereo che riposta in patria i campioni d’Italia, in Corriere della Sera, 4 maggio 1949

Sergio Romano, Un cardinale scomodo, in Corriere della Sera, 16 marzo 2014

Pietro Nenni, Diari, SugarCo 1981

Franco Simoncini, Dall’interno della Uil, Franco Angeli 1986

Sergio Turone, Storia del sindacato italiano, Laterza 1981

Aldo Chiaruttini, Introduzione a 1984, Mondadori 1973

 

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