Ugo La Malfa e il mondo del Lavoro
GIUGNO 2019
Approfondimento
Ugo La Malfa e il mondo del Lavoro
di   Domenico Proietti

 

 

Il pensiero politico di Ugo La Malfa è uno dei capisaldi della cultura democratica e riformatrice del ‘900. Un pensiero che andrebbe studiato approfonditamente e divulgato, perché contiene elementi utili anche all’azione politica di oggi. Penso a quel capolavoro assoluto che è la relazione al Congresso del PRI di Milano del 1968 “Ideologia e politica di una forza di sinistra”, che analizza dal versante riformatore tutti i problemi della società italiana, in straordinaria trasformazione di quegli anni. Non è stato casuale che un acuto osservatore come Francesco Farina, sulla rivista Critica Sociale del Marzo ’69, mise a confronto l’idea riformatrice di Ugo La Malfa e la risposta rivoluzionaria di Marcuse, contenuta nel fortunato libro “L’uomo ad una dimensione”, che recentemente Giorgio Benvenuto e Massimo Di Menna hanno riproposto nel loro bel libro “68/69 Quando soffia il vento del cambiamento”.

 Oggi vogliamo approfondire il rapporto tra Ugo La Malfa e il mondo del Lavoro con particolare riferimento al suo rapporto con il movimento sindacale. La Malfa è stato spesso severo con il Sindacato, ma la sua severità era dovuta al grande ruolo che, nella sua visione di governo della società e dell’economia, attribuiva al Sindacato. Nella visione di Ugo La Malfa, il Sindacato, non era una sovrastruttura accessoria ma una struttura portante delle dinamiche sociali, finalizzata alla realizzazione di un nuovo modello di progresso partecipato e democratico. Gli elementi del rapporto tra La Malfa e il mondo del Lavoro possono identificarsi in 5 punti:

1) il rinnovamento del pensiero economico e sociale del repubblicanesimo;

2) il meridionalismo;

3) la priorità della piena occupazione;

4) il sindacato confederale protagonista della politica di programmazione e dei redditi;

5) l’Europa Patria futura.

 

1) Il rinnovamento del pensiero economico e sociale del repubblicanesimo

Il primo punto trova la sua ragione d’essere nell’opera di rinnovamento del pensiero economico e sociale della tradizione e storia del repubblicanesimo. Durante tutta la sua vita politica, La Malfa ha cercato di coniugare, di unire la tradizione con la novità e la modernità di un pensiero economico e sociale ispirato alle più avanzate democrazie europee ed occidentali. La Malfa, da poco entrato nel PRI, al convegno di studi organizzato dal partito, a Milano nel dicembre 1951, sul tema “Fondamenti di una politica economica e sociale democratica” ne fissa gli indirizzi e le implicazioni istituzionali. “Una grande politica di investimenti pubblici, per combattere la disoccupazione, una politica di compressione dei consumi voluttuari privati… la divisione di compiti e di responsabilità sono elementi decisivi di una politica democratica e ne arricchiscono il compito…I fabiani ed i laburisti hanno operato così, i mazziniani non possono che operare così. Se un incontro è possibile, al di fuori di ogni astrazione ideologica, salutiamolo come il movimento che salverà l’Italia dal massimalismo rivoluzionario e totalitario, come dal feudalesimo e dal privilegio”. Giustamente, Antonio Maccanico rilevava come “L’intuizione [della necessità] di un incontro fra laburisti e mazziniani, e quindi di una collaborazione su comuni contenuti riformatori fra il socialismo ed il repubblicanesimo, è in La Malfa, come si percepisce dal fatto che egli ne parli già nel ’50, l’intuizione di una esigenza della stessa nostra democrazia non riconducibile a semplici logiche di schieramento”.

Dunque era necessario un punto di incontro che desse prospettive e indirizzi nuovi allo sviluppo economico e sociale del Paese, dopo la tumultuosa e squilibrata crescita della ricostruzione del cosiddetto “boom economico”. Alla realizzazione di quell’incontro Ugo La Malfa ha dedicato l’impegno prioritario di tutta la sua vita politica. In questo sforzo c’è l’indicazione e la proposta di quella “terza via”, che superi da un lato le iniquità, gli squilibri e le insufficienze del capitalismo incontrollato e al contempo dell’illusione collettivista. L’obiettivo lamalfiano era ancorare l’Italia all’Europa e all’occidente. Infatti, nella visione di La Malfa, l’Europa unita doveva rappresentare il compimento e la realizzazione di una democrazia liberal-progressista di respiro continentale. L’idea europeista rappresentava la via maestra per aprire culturalmente la società italiana, per attribuirle modernità. L’Europa rappresentava la possibi lità di garantire agli italiani un modello di democrazia nel quale si attribuisca rilievo sia al senso della responsabilità individuale che a quello della cooperazione collettiva. Creando una “cultura moderna e di governo” per evitare, come era avvenuto nelle peggiori esperienze trascorse, che i ceti produttivi, gli intellettuali, i professionisti, la piccola e media borghesia non cedessero ancora una volta alla tentazione di saldare le loro sorti a quelle delle avventure reazionarie e dittatoriali o alle forze conservatrici. Ci sono voluti 15 anni per dare concretezza, almeno in parte con l’avvio del primo Governo di centro-sinistra, a quella intuizione e visione.

 

2) Il meridionalismo

Il secondo punto è relativo al riscatto del Mezzogiorno dalla povertà, dalla disoccupazione, dalla emarginazione, dalla fuga delle sue energie migliori. Ugo La Malfa è figlio del Mezzogiorno ed ha avuto costante attenzione al dramma della disoccupazione, al recupero di una vita attiva, alla dignità sociale data dal lavoro. La Malfa non rifiuta il regionalismo, tuttavia non ha mai nascosto la sua preoccupazione per il decentramento e l’articolazione delle istituzioni, poiché questi potevano accentuare il peso burocratico e clientelare della politica, aggiungere ulteriori costi ed aggravare il problema dei profondi squilibri territoriali e sociali dell’Italia. A limitare i rischi della burocratizzazione si ispirava la proposta di La Malfa, che nel 1970, in coincidenza con la definizione delle Regioni, chiedeva che venissero contestualmente abolite le Province. Il regionalismo è stato vissuto e sentito da La Malfa come l’altra faccia del meridionalismo. Ciò che appariva soprattutto necessario era eliminare il divario interno del Paese e questo per evitare che si ampliassero i divari fra l’Italia e le economie più avanzate. Dunque il superamento dello scarto Nord-Sud era condizione necessaria per colmare il gap a livello internazionale. Ugo La Malfa ha collaborato, sin dall’inizio della sua carriera politica, anche con importanti incarichi di Governo, con grandi meridionalisti a cominciare da Pasquale Saraceno del quale condivideva l’idea che “ogni intervento ed ogni scelta di politica programmatica sarebbe dovuta valutarsi previamente nei suoi riflessi sul superamento degli squilibri del Mezzogiorno”.

La tesi fondamentale che si rileva nella famosa “Nota Aggiuntiva” del 1962 è una tesi ispirata essenzialmente a questa interpretazione del meridionalismo: l’economia italiana aveva certamente avuto nel decennio precedente un grande sviluppo economico, ma non era riuscita a risolvere, se non in minima parte, il proprio problema di fondo, ossia l’eliminazione dello squilibrio fra Nord e Sud, puntando a riequilibrare lo sviluppo tra industria e agricoltura e a una più equa distribuzione dei redditi. La UIL ha indicato nella “Nota Aggiuntiva” del Ministro del Bilancio e del suo staff “una svolta decisiva della politica economica dei governi” constatandone il marcato accostamento con le impostazioni sostenute per anni all’interno del dibattito sindacale; la Confederazione [UIL] condivideva l’analisi sulle contraddizioni legate allo sviluppo economico, “e dunque conveniva sulla necessità di favorire uno sviluppo bilanciato e integrato che consentisse il superamento degli squilibri di fondo dell’ economia nazionale.” Pertanto, l’appoggio della UIL alla strategia della “Nota Aggiuntiva” del ’62 costituiva una decisione pienamente coerente che peraltro non negava alcuna prudente disponibilità ad una “politica dei redditi che fosse attuata nel quadro della programmazione dello sviluppo e non dissimulasse un blocco salariale”. L’economia di mercato e l’iniziativa privata hanno saputo svolgere un ruolo insostituibile come strumenti di sviluppo economico e sociale nel secondo dopoguerra, ma storicamente si sono rivelate incapaci di risolvere il problema dell’arretramento del Mezzogiorno. Il ruolo degli interventi dello Stato, per lo sviluppo del Mezzogiorno, è un ruolo decisivo, e passa attraverso un massiccio intervento di investimenti pubblici. Tuttavia è decisivo anche il ruolo delle parti sociali, che sostenendo una politica dei redditi devono contribuire a creare le condizioni per l’accumulazione e la redistribuzione delle risorse, a cominciare dai nuovi investimenti che vanno prioritariamente indirizzati alle aree più depresse.

Sin dagli inizi, Ugo La Malfa, nella sua concezione meridionalistica, ha avuto il supporto di altro importante esponente della sinistra, suo “compagno di viaggio” nella avventura importante del Partito d’Azione: Riccardo Lombardi. Egli, nel 1946, affermava che il sindacato moderno fosse il massimo organismo politico del Paese e che spettava ad esso il compito di una politica sindacale attiva, non meramente rivendicativa che desse reale rappresentanza a tutto il mondo del lavoro e non si appiattisse su un modello strettamente operaistico che rischiava di accentuare il divario Nord-Sud. Tra Lombardi e La Malfa c’è sempre stata una comune visione, che ha portato Ugo La Malfa ad aprire, a metà degli anni ’60, un più largo confronto a sinistra con lo stesso Lombardi, con Giorgio Amendola e Pietro Ingrao.

 

3) La priorità della piena occupazione

Il terzo punto è legato al concetto di piena occupazione. Il pensiero e la tensione costante di Ugo La Malfa sono rivolti alle aree di emarginazione, di povertà, di disoccupazione e sottoccupazione ed anche a quelle aree in cui il sindacato e la politica già assicuravano condizioni di vita dignitose ai lavoratori. Dinanzi al dramma della disoccupazione sia strutturale che congiunturale, la “parabola” lamalfiana dei tre fratelli richiama in particolare alle azioni ed ai sacrifici che bisogna sostenere perché il disoc cupato possa vivere ancora dignitosamente e, soprattutto, rientrare nel circuito economico. La “parabola dei tre fratelli” - il disoccupato, il sottoccupato, l’occupato – suggerisce che il disoccupato deve sempre essere al primo posto nella scelta come beneficiario degli interventi. L’obiettivo della piena occupazione e la difesa dei livelli di occupazione già conquistati è in cima alla scala delle priorità e centrale nella strategia economica di La Malfa. Egli, nel confronto con il sindacato, è portato a sostenere che “non si può difendere solo chi ha già la sicurezza del posto di lavoro” “non si può chiedere di intervenire con massici investimenti in aree già caratterizzate da piena occupazione”. In questa posizione torna potente l’ispirazione propria del pensiero economico di matrice laica e repubblicana.

Da qui l’affermazione “Un sindacato dei disoccupati magari lo creerei volentieri io”. Era chiaramente una provocazione per spronare il sindacato italiano ad occuparsi anche dei non garantiti. La visione e la richiesta di una più equa distribuzione dei sacrifici e delle nuove opportunità, ha condotto La Malfa a chiedere al sindacato di analizzare con attenzione le conseguenze sul lavoro dei processi di innovazione tecnologica. Infatti questi ultimi, oltre ad incidere sulla diversificazione ulteriore dei consumi, avrebbero potuto indurre squilibri nello stesso mercato del lavoro, che lasciato a se stesso avrebbe escluso la manodopera meno qualificata senza darle strumenti di riqualificazione. La Malfa aveva un’idea dell’impresa coerente alla concezione mazziniana di Capitale e Lavoro nelle stesse mani. Un’idea di impresa dove lavoratori ed imprenditori si incontrano per creare ricchezza e questa ricchezza deve essere equamente distribuita. Tale impostazione contiene un’idea della partecipazione associazionista. Rispetto a ciò, l’insegnamento e la lezione di Ugo La Malfa restano di forte attualità. Oggi, il sindacato e il mondo del lavoro sono costretti a convivere con il dramma della disoccupazione, con il problema del precariato, con un fenomeno di sfruttamento della manodopera, anche qualificata e formata, in settori che si autodefiniscono avanzati, come quelli dell’economia digitale.

Sono soprattutto questi gli aspetti sui quali la riflessione e l’innovazione della propria strategia rivendicativa e della propria presenza organizzativa, da parte di un sindacato laico e riformista come la UIL, debbono fare passi in avanti ancora più importanti. In quest’ottica diviene fondamentale l’equità dunque nel reperimento e nella distribuzione della ricchezza, come indicava negli anni ’70 il filosofo Rawls. Uno Stato giusto è quello capace di ispirare la sua azione dal principio di Giustizia come Equità. Perciò, in Italia, una politica dei redditi deve fondarsi su una riforma fiscale che riduca significativamente le tasse ai lavoratori dipendenti e pensionati combattendo alla radice l’evasione fiscale.

 

4) Il sindacato confederale protagonista della politica di programmazione e dei redditi

Il quarto punto consiste nel ruolo che Ugo La Malfa attribuiva al sindacato nella politica dei redditi. Nella visione di La Malfa, il Sindacato confederale sarebbe dovuto essere protagonista essenziale della politica di programmazione e della politica dei redditi, insieme al Governo e alle rappresentanze datoriali. La Malfa intuisce anche l’importanza che ciò fosse realizzato dalla sinistra politica e sociale, la sola capace di contrastare l’affermarsi pericoloso di un capitalismo senza regole e senza equità. La Malfa ha sempre insistito sul concetto di capitalismo inteso come sistema neutrale. Il capitalismo è il migliore strumento di produzione della ricchezza che l’uomo abbia inventato. Il capitalismo, però, se non regolato dalla politica, produce tante ingiustizie e diseguaglianze. Spetta allo Stato eliminarle distribuendo più equamente la ricchezza prodotta. La crescita del Paese si era fin lì fondata su due elementi fondamentali: i bassi costi della manodopera e l’apertura dell’economia italiana ai mercati internazionali.

Secondo La Malfa era necessario mantenere e sviluppare il rapporto con l’Europa e con i mercati e al contempo era doveroso indirizzare opportunamente la crescente spinta del mondo del lavoro ad un consistente recupero salariale, sotto la guida del sindacato. Era necessario un piano di nuovi investimenti per colmare le aree ancora troppo vaste di disoccupazione e per creare i servizi sociali e le infrastrutture essenziali a migliorare il benessere di tutti i cittadini. In sintesi, ciò era il “cuore” della proposta di La Malfa. Al contempo, La Malfa era perfettamente consapevole che “in particolare in un paese dove ancora troppo vaste sono le aree di disoccupazione e sottoccupazione l’esercizio capitalistico tende a degenerare in esercizio feudale”. La scelta della “terza via”, della programmazione e delle riforme costituiva indispensabile completamento e compensazione del comportamento virtuoso delle parti sociali e dell’azione di governo. Infatti, appariva necessario introdurre misure normative e fiscali che ridimensionassero i profitti di speculazione, così come tutte le aree di evasione, di rendita parassitaria e di privilegio. Tutto ciò, assieme al taglio delle retribuzioni dell’alta dirigenza pubblica e privata, erano le “compensazioni” che offriva la formulazione definitiva e compiuta della politica dei redditi. Già da Ministro del Bilancio e della Programmazione, nel Governo Fanfani del 1962, La Malfa ha aperto le porte alla partecipazione del sindacato, accanto alle imprese, nel nuovo tavolo della programmazione. La Malfa proponeva una vera e propria “rivoluzione di metodo”.

Una rivoluzione di metodo che richiedeva una coerenza vera nei comportamenti di tutti gli attori protagonisti. Un cambiamento cui La Malfa attribuiva un profondo significato etico e politico, perché chiamava alla vera responsabilizzazione e non all’esercizio del potere per il consenso di tutti i protagonisti della vita politica e sociale. “Quale è il grande problema del centro - sinistra?” - egli così sintetizzava la svolta politica dell’ingresso dei socialisti al Governo del Paese - “Quello di saper tagliare le punte speculative e di salvare la continuità del processo di sviluppo degli anni del miracolo. Il passaggio alla politica di programmazione significa questo: che lo sviluppo non deve ubbidire alle leggi di un’economia disordinata e controllata solo dai privati, ma alle leggi della necessità dello sviluppo collettivo”. Ugo La Malfa è stato un grande propugnatore della politica dei redditi. La politica dei redditi, secondo la sua visione intendeva conciliare occupazione e riforme, realizzare la programmazione intesa come elemento continuo di correzione equilibrata e sviluppo. La Malfa, in quegli anni, ha scritto ai Segretari delle Confederazioni Sindacali: “le cosiddette riforme di struttura, sulle quali i tre sindacati operai si sono trovati d’accordo, articolandosi intorno a una politica centrale di programmazione economica, avrebbero appunto lo scopo di rettificare e riequilibrare il processo di sviluppo, anche se, purtroppo, certa pesante eredità di un processo distorto rende ancora più difficile la correzione”.

“Un sindacato operaio, che in fase di politica di programmazione non sa contrapporre una sua visione globale dei problemi dello sviluppo economico, alla visione che ne hanno gli imprenditori, e non sa offrire un elemento alternativo di giudizio allo Stato e, quindi, al potere politico, è un sindacato che si trova ancora, checché esso pensi e dica, in posizione subalterna, ai margini della vita economica e sociale, non al centro di tale vita.” (1966) Le reazioni dei sindacati furono negative. “Debbo dirti, con sincero rammarico, che nessuno di noi trova nelle proposte da te avanzate la base di un possibile accordo”, chiarì il segretario della CGIL Agostino Novella. Fu negativa anche la risposta di CISL e UIL. Per la componente repubblicana, Franco Simoncini ha contestato analisi, terapia e implicita richiesta di una revisione della cultura del sindacato. “Tu dici”- ha obiettato Simoncini- “che solo la politica dei redditi rende concreta la programmazione; noi diciamo che- a parte ogni riserva sulla unilateralità di quella politica dei redditi che oggi si realizzerebbe – solo una concreta programmazione può consentire un’effettiva ed equa politica dei redditi”. Proprio questa interpretazione ci mostra il fraintendimento diffuso della proposta lamalfiana che erroneamente veniva interpretata come una politica dei due tempi. In questo quadro molto complesso pensiamo di poter affermare qui, oggi, che la UIL, fin dall’ inizio del suo oramai lungo cammino, già negli anni che hanno preceduto la nascita del centro-sinistra e più ancora nel corso del tentativo di dare avvio ad una politica di piano, è stato certamente il Sindacato le cui posizioni più si sono avvicinate alla impostazione e alla visione economica del modello di sviluppo e delle relazioni sindacali e industriali proprie del leader repubblicano. La gelosa difesa dell’autonomia dei sindacalisti repubblicani, dal sistema dei Partiti e dallo stesso PRI, è un elemento che caratterizza tutta la loro storia. Essa corrisponde non solo alla difesa delle prerogative proprie del Sindacato, associazione di uomini liberi ed uguali, ma soprattutto al fatto che maggiore è la loro autonomia e maggiore è la capacità di incidere ed orientare le scelte del movimento sindacale. Il rilancio del tema dell’autonomia e delle incompatibilità, il rifiuto del ruolo del sindacato “cinghia di trasmissione”; una rinnovata spinta all’unità collegata al tentativo di far affermare una impostazione più “partecipativa” di tutto il movimento sindacale; l’adesione sostanziale ad una politica dei redditi intesa come controllo delle dinamiche ma anche garanzia della crescita equilibrata di tutte le variabili dipendenti hanno costituito più avanti i tratti essenziali del dibattito dei sindacalisti e dei lavoratori repubblicani di tutto il movimento sindacale nell’assemblea tenutasi presso il Teatro Belli di Roma il 12 e 13 novembre 1966 sul tema: “Un sindacato nuovo per una società moderna”.

Quel convegno non ha segnato solo una decisa presa di posizione sul tema delle incompatibilità tra cariche politiche e cariche sindacali, ma anche una insistenza più forte sul tema dell’unità e dell’unità d’azione nella direzione della comune accettazione di un ruolo più partecipativo del movimento sindacale, nell’ambito delle relazioni industriali di livello bi- e tripolare. Il rifiuto della UIL di riproporre sul terreno sociale una contrapposizione frontale tra capitalismo e mondo del lavoro, tra Sindacato e governi, sia riguardo alle relazioni industriali e ai livelli di contrattazione, che alle riforme era una autonoma scelta culturale di fondo della organizzazione che non poteva non derivare, pur nella ricerca di un’area propria di consenso, dalla vicinanza del pensiero laico, socialista e socialdemocratico. Tali connotati di fondo hanno caratterizzato l’orientamento della UIL, diversa in questo da CGIL e CISL. Questi hanno contribuito certamente a renderla più “permeabile” ad un ruolo di responsabilizzazione nella politica e nell’impegno ad un diverso rapporto tra azione confederale ed iniziativa rivendicativa delle categorie. Negli anni ‘70 il ruolo del sindacalismo repubblicano è stato determinante per giungere alla svolta dell’EUR del ’78, nella quale CGIL, CISL e UIL hanno unitariamente affermato la fine della teoria del salario variabile indipendente. Ugo la Malfa ha riconosciuto il significato di quella svolta e ha fatto stampare un manifesto che inizia con le parole: “Luciano Lama un uomo che tutti i lavoratori conoscono” con il quale (producendo un po’ di sorpresa tra i sindacalisti repubblicani) dava atto al Sindacato di aver compiuto un’evoluzione nella direzione più volte da lui auspicata.

Tale processo è andato avanti sino alla definizione del modello di “sindacato di partecipazione” e di “sindacato dei cittadini” che, sotto la guida di Giorgio Benvenuto, ha significato la definitiva conquista di uno spazio sicuro di identità, di specificità e di autonomia. Le posizioni affermate fin dall’inizio degli anni ’60 su temi fondamentali come la nascita del Mercato Comune Europeo, la nuova articolazione dei livelli di contrattazione, il rapporto tra produttività e dinamica salariale, il forte orientamento dell’organizzazione alle scelte europeiste, dimostrano inequivocabilmente la volontà di spingere la UIL verso la progressiva caratterizzazione nel movimento. Ciò ha costituito l’approdo necessario per la nuova identità di un sindacato che ha sempre dato un forte e sostanziale appoggio alla battaglia per risollevare il Mezzogiorno, ad una politica di maggiore coordinamento degli investimenti pubblici e privati sul territorio e che chiedeva un diverso equilibrio dell’azione contrattuale tra gli eccessi di una “aziendalizzazione” da un lato e di una “centralizzazione” dall’ altro.

Ci sono voluti ancora molti anni, quelli difficili dell’ “autunno caldo”, per tentare di spingere sull’acceleratore dell’unità, che all’epoca veniva oltremodo concepita soprattutto sulle basi di un improponibile conflittualismo, sono stati gli anni della svolta dell’Eur del 1978. Si è dovuto arrivare ai Governi a guida laica di Giovanni Spadolini e Bettino Craxi per concretizzare un più coerente e decisivo contributo del sindacato laico e riformista al consolidamento di quel ruolo della confederalità e della stessa unità d’azione, di tutto il movimento sindacale. È questo il Sindacato che ha sempre giocato un ruolo sicuramente molto importante nel contenimento degli automatismi e, nell’apertura di tutto il movimento Sindacale alle modificazioni profonde della organizzazione del lavoro, così da favorire l’ingresso del nostro Paese nell’Euro.

 

5) L’Europa Patria futura

Il quinto punto si traduce nella visione europea e occidentale di La Malfa. L’impegno europeista di La Malfa, che ha connotato tutta la sua vita, si può riassumere in precise tappe temporali:

- il trattato per la costituzione della Comunità del Carbone e dell’Acciaio, del 1951, il cui preambolo è per Ugo La Malfa “il più bello che sia stato scritto in materia”;

 - la liberalizzazione degli scambi promossa da Ministro del Commercio con l’Estero nel 1951;

- la grande battaglia combattuta quasi in solitudine per l’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo (SME) nel 1978.

È stato, quello di La Malfa, un impegno europeistico concreto, tenace, coerente, nel solco dell’europeismo mazziniano, laico, federalista. La scelta europeista di La Malfa è, innanzitutto, scelta di cultura, di libertà, di civiltà, di ancoraggio al mondo occidentale e alle democrazie più avanzate, prima ancora che essere scelta dettata da ragioni legate alla sua competenza economica e alla sua vocazione sociale. Sotto il profilo economico, l’europeismo per La Malfa si è tradotto nella la creazione di un perimetro in cui si potesse dispiegare al meglio la creatività e la solidità economica dell’Europa. Da qui la polemica con una parte della sinistra, allora guidata dal PCI, che era avversa all’integrazione europea e all’alleanza con gli USA. Tutto ciò per La Malfa era espressione di ritardo culturale di una parte della sinistra italiana su temi fondamentali per la vita del Paese. Egli indicava a tutta la sinistra, costantemente, i modelli di “stato sociale” e di sviluppo propri di paesi come l’Inghilterra, l’Olanda, la Svezia nei quali la “terza via” del laburismo aveva consentito una forte occupazione. L’Europa è per l’Italia e per il suo mondo del lavoro un approdo necessario.

Oggi la dimensione sovranazionale e quella di un governo mondiale dell’economia appare come l’orizzonte decisivo per la stessa difesa dei valori di libertà, di pace e di democrazia, cui Ugo La Malfa ha dedicato tutta la propria esistenza. È importante ricordare che nell’Aprile del ‘61, intervenendo come uno dei pochi politici italiani al convegno “La politica estera degli Stati Uniti e le responsabilità dell’Europa”, ha proposto la costituzione di un’Internazionale Democratica, con la partecipazione dei democratici americani, dei socialisti e cattolici di sinistra, dei radicali, dei democratici di sinistra algerini e tunisini e degli uomini del partito popolare indiano. Ciò rappresenta una valida dimostrazione e testimonianza di una visione lungimirante dell’evoluzione geopolitica del mondo. In questa visione risiede l’attualità di La Malfa, che è utile per definire ed affrontare i problemi conseguenti alla globalizzazione dell’economia avvenuta negli ultimi vent’anni. Il capitalismo globale ha rotto l’equilibrio che nel ‘900 si era costruito tra capitalismo e democrazia all’interno dei singoli Stati nazionali europei.

Questa rottura ha messo a repentaglio diritti importanti, comportandone un pericoloso arretramento. È illusorio pensare di difendere quei diritti, richiudendosi in un’azione limitata all’interno dei singoli Stati. Le dinamiche economiche oggi sono gestite a livello globale e bisogna ricercare un nuovo equilibrio tra capitalismo globale e democrazia. Si deve colmare il deficit di democrazia, ridefinendo l’intero sistema. È necessaria una vera e propria global governance. Pertanto, occorre democratizzare tutte le istituzioni internazionali. In questo contesto, il Sindacato può svolgere un ruolo importante. Negli ultimi anni, grazie a un’iniziativa unitaria di CGIL, CISL e UIL, abbiamo affermato, in Europa, l’importanza di costruire un forte Sindacato confederale europeo, portando alla guida dello stesso Luca Visentini. Lo stesso schema deve essere applicato e replicato nella confederazione del Sindacato internazionale.

Anche in questo caso potrebbe esserci d’aiuto l’ispirazione mazziniana, che vuole un’alleanza e una cooperazione mondiale ed universale, che riesca a coniugare le irrinunciabili ragioni della difesa dell’indipendenza e dell’unitarietà dei singoli Paesi, (e del nostro Paese) con valori nuovi e praticati di solidarietà e di coesione sociale. È importante recuperare e riproporre oggi l’idea di Patria risorgimentale che può accompagnare l’articolarsi più saldo e definito del principio di una giustizia senza confini su cui ha cominciato ad esercitarsi anche la filosofia politica, da contrapporre alle spinte nazionaliste avanzate dai sovranisti. L’idea di Patria è figlia della sinistra democratica ed è compatibile con l’idea di patria futura che deve essere l’Europa.

 

Conclusioni

Il rapporto tra Governo e Sindacati, ritenuto da La Malfa fondamentale, ha avuto, fino ai nostri giorni, andamenti altalenanti anche in ragione degli effetti del bipolarismo e dell’alternanza che hanno indebolito la coerenza e la continuità dei rapporti e delle intese. I risultati migliori il nostro Paese li ha conseguiti quando il rapporto tra Governo e Sindacati è stato un rapporto di continuità, di corresponsabilità e di collaborazione. La nuova stagione unitaria che stiamo vivendo tra UIL, CISL e CGIL è fondata su una forte autonomia dal sistema delle forze politiche e su una rinnovata capacità di proposta su tutti i grandi temi nazionali da affrontare. CGIL, CISL e UIL hanno presentato una piattaforma che contiene idee e proposte precise e rappresenta una visione del futuro dell’Italia. Il Sindacato ha dato e sta dando un contributo essenziale nelle crisi aziendali, nelle grandi vertenze in settori fondamentali della vita economica del Paese, ha dato e continua a dare suggerimenti importanti per dare più incisività agli interventi per il Mezzogiorno; si è fatto carico del problema del precariato, tanto in ambito pubblico che privato; ha dato i suoi preziosi suggerimenti per le nuove normative sul mercato del lavoro e nel governo delle mercato del lavoro, per la correzione significativa delle misure in campo previdenziale e fiscale. Restano certamente insoluti grandi problemi.

Appare evidente che, se in tutti questi anni si fosse ascoltata e praticata la lezione di Ugo La Malfa, mediante comportamenti più virtuosi da parte di tutto il sistema politico e del mondo sindacale, oggi il Paese si troverebbe in una condizione diversa: sarebbe più solido, più competitivo, meno squilibrato socialmente, con un livello ed una qualità occupazionale più degni di una moderna economia industriale e dei servizi. Tuttavia è bene riconoscere che ciò non basta e non basterebbe più. In questa fase, le scelte e la stessa dimensione europea, per noi conquista irrinunciabile, sembrano non essere più il limite e l’orizzonte sufficienti a governare processi ed emergenze che investono l’intero pianeta e rispetto ai quali il rinchiudersi nel proprio ristretto orizzonte nazionale appare rischiosa miopia. Oggi la dimensione sovranazionale e quella di un governo mondiale dell’economia appare come l’orizzonte decisivo per la stessa difesa dei valori di libertà, di pace e di democrazia, cui Ugo La Malfa ha dedicato tutta la propria esistenza. Ugo La Malfa è stato un grande leader, un politico tout court, di talento, che ha avuto una visione di insieme della società.

È indubbio che talune sue aspirazioni politiche siano state disattese. I ritardi della sinistra, il debole orientamento riformatore della DC hanno fatto mancare negli anni Sessanta la possibilità di coniugare lo sviluppo economico ad una più giusta distribuzione della ricchezza, impedendo al Paese di incanalarsi verso una più solida e stabile democrazia, facendo dell’Italia quello che lo storico Guido Crainz chiama “Il Paese mancato”. L’omicidio di Aldo Moro ha segnato profondamente Ugo La Malfa. Ha tenuto un discorso testamentario di addio alla politica al congresso del PRI di Roma nel giugno ’78, ma nell’autunno è stato disponibile a candidarsi alla Presidenza della Repubblica. Il 22 febbraio ‘79 ha ricevuto l’incarico di formare il governo ma il tentativo fallisce. Sono 9 giorni, dal 22 febbraio al 2 marzo, raccontati bene da Andrea Manzella nel suo libro “Il tentativo La Malfa”. Ha accettato, subito dopo, in condizioni difficilissime e subendo attacchi anche da settori dell’informazione a lui vicini, di fare il vicepresidente del governo Andreotti. Paolo Soddu, nella sua straordinaria biografia, sa cogliere in maniera efficacissima lo stato d’animo del personaggio, la sua grande passione per la politica, il suo amore per l’Italia. A La Malfa non piaceva quasi niente di ciò che vedeva intorno a sé, ma ogni volta che intravedeva la possibilità di fare qualcosa, anche una sola, per migliorare la situazione politico-economica, metteva da parte il suo pessimismo per impegnare tutto se stesso nell’impresa.

Valgono per La Malfa i versi che Giovanni Raboni scrive per sé in Barlumi di storia:

 “Per nessuna ragione, / sapendo quello che succede, / mi vorrei risvegliare in questo mondo. / Ma già pensandolo (pensando di pensarlo) so anche / che non è vero, che per quanto / ignominioso sia il presente io mai / rinuncerei, potendo scegliere, / a starci, magari di sghembo / e rattrappito d’amarezza, dentro”. 

 

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