Di Santo Biondo, Segretario Confederale UIL
Quattro lavoratori immigrati morti bruciati vivi in un furgone. Una tragedia che sconvolge e che impone rispetto per le vittime, vicinanza alle loro famiglie e fiducia nel lavoro della magistratura, chiamata a fare piena luce su una vicenda di inaudita gravità.
Ma Amendolara non può essere archiviata come un episodio isolato. È il segnale più drammatico di un sistema che, prima ancora di chiamarsi caporalato, assume spesso i contorni della tratta di esseri umani e del nuovo schiavismo. Persone reclutate, trasportate, isolate, rese dipendenti da intermediari violenti e private della possibilità concreta di scegliere, denunciare, sottrarsi allo sfruttamento.
Il punto più grave è questo: in troppe situazioni non siamo davanti soltanto a salari bassi o a lavoro irregolare. Siamo davanti a uomini e donne a cui spesso non viene riconosciuto nemmeno un vero salario. In cambio di giornate di lavoro durissime ricevono poco più che cibo scadente e un posto dove dormire, in condizioni ancora peggiori. Non retribuzione, non contratto, non diritti: solo sopravvivenza concessa in cambio di obbedienza.
È qui che il fenomeno mostra il suo volto più feroce. Il caporale, o meglio lo schiavista, non è semplicemente un intermediario illegale. È spesso il gestore totale della vita del lavoratore: decide se lavora, dove dorme, come si sposta, quanto mangia, quanto deve pagare e quanto deve tacere. Quando il ricatto economico non basta, arrivano minacce, intimidazioni, violenze fisiche e psicologiche. E, come nel caso calabrese, persino l’assassinio.
Siamo purtroppo di fronte a una realtà in cui una parte del sistema produttivo — si spera minoritaria — utilizza la presunta “efficienza” di chi opera violentemente al di fuori delle regole per imporre condizioni che nessun mercato civile potrebbe accettare. Trasporti insicuri, alloggi degradati, salari inesistenti o decurtati, trattenute arbitrarie, debiti imposti, isolamento sociale. Questa non è efficienza: è dominio.
Negli ultimi anni sono stati compiuti passi importanti. La legge 199 del 2016 ha rafforzato il contrasto al caporalato e, più recentemente, l’estensione delle tutele previste dall’articolo 18 del Testo Unico sull’Immigrazione ai lavoratori che denunciano sfruttamento e lavoro nero, ha rafforzato la protezione delle vittime e gli strumenti di emersione. Norme importanti e necessarie, ma non sufficienti a contenere un fenomeno di dumping estremo dei salari e delle condizioni di lavoro, arrivato a produrre situazioni intollerabili di violazione dei diritti umani.
Per sconfiggere davvero questo sistema occorre eliminare il vantaggio competitivo dello sfruttamento. Significa costruire un sistema efficiente di incontro tra domanda e offerta di lavoro, rafforzare i centri per l’impiego, garantire trasporti sicuri, alloggi dignitosi, assistenza legale e linguistica, percorsi di protezione per chi denuncia e canali regolari per cambiare lavoro senza precipitare nell’irregolarità.
Occorre inoltre affrontare senza ipocrisie il tema dell’immigrazione per lavoro. Un sistema inefficiente come quello del decreto flussi ha finito per produrre maggiore irregolarità, aumentando la ricattabilità dei lavoratori e consegnando persone fragili alle reti dello sfruttamento. La UIL lo denuncia da anni ed ha chiesto ripetutamente al Governo di riformare le norme sull’immigrazione, in favore di forme diversificate, trasparenti e verificabili di incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Ma esiste anche la necessità di gestire ciò che avviene nei territori. Le attività ispettive sono certamente cruciali, ma per la UIL sarebbe anche importante rafforzare e migliorare il ruolo dei Consigli territoriali per l’immigrazione: strumenti istituzionali, fortemente rappresentativi, che il Testo Unico Immigrazione ha deputato a monitorare i processi di integrazione lavorativa e sociale dei cittadini stranieri.
Da alcuni anni la UIL ha avviato una campagna di valorizzazione di questi strumenti, chiedendo alle prefetture ad un confronto. Tuttavia, continuiamo a registrare eccessivi ritardi da parte delle istituzioni competenti nel rendere pienamente operativi questi Organismi. È fondamentale che la loro attività non si esaurisca in iniziative sporadiche o occasionali, ma si sviluppi in modo strutturato, attraverso una programmazione stabile, continuativa e orientata ai risultati. Dal nostro punto di vista, i Consigli Territoriali per l’Immigrazione devono rappresentare un luogo permanente di confronto, coordinamento e proposta, nel quale istituzioni, parti sociali, enti locali, regioni, forze ispettive, collaborino per individuare soluzioni concrete alle criticità presenti nei territori. Solo attraverso un dialogo costante e una governance partecipata sarà possibile rispondere efficacemente ai bisogni delle comunità e favorire percorsi di inclusione, coesione sociale e piena integrazione.
La sfida è costruire un mercato del lavoro realmente inclusivo, nel quale la manodopera straniera non sia considerata una riserva invisibile da usare quando serve e abbandonare quando non serve più, ma una componente essenziale della nostra economia, titolare degli stessi diritti e della stessa dignità.
Amendolara ci ricorda che il contrasto alla tratta per lavoro non è soltanto una questione di ordine pubblico. È una questione di civiltà del lavoro e di difesa della persona. Perché una Repubblica fondata sul lavoro non può tollerare che il lavoro diventi merce di scambio per ridurre esseri umani alla fame, alla paura e all’obbedienza.


