Roma, 30 novembre 2016 – Si è tenuto lo scorso venerdì 25/11 l’incontro semestrale del Comitato Consultivo sulla libera circolazione dei lavoratori. L’evento è stato preceduto da una riunione preparatoria tenutasi il pomeriggio del 24 novembre, sempre nel Centro Borschette del CCAB della Commissione Europea. Il Comitato consultivo è un organismo tripartito che riunisce rappresentanti dei governi europei, delle rappresentanze imprenditoriali e sindacali dell'Europa – 28. Ha il compito di dibattere e proporre elementi correttivi e migliorativi delle direttive dell'Unione in materia di circolazione interna agli Stati membri, in particolare dei lavoratori della UE stessa, ma anche situazioni relative a cittadini dei Paesi Terzi. Alla riunione erano presenti un centinaio di rappresentanti. La delegazione CES era guidata dalla Segretaria Confederale Lina Carr e da Claude Denagtergal (advisor). La delegazione italiana era composta da Giuseppe Casucci e Michele Berti (Comitato di Coordinamento IRTUCS), nonché dal funzionario del Ministero del Lavoro Rosanna Margiotta.
Moltissimi i temi all’ordine del giorno di questo organismo che tratta quasi esclusivamente della libera circolazione e dei diritti relativi ai lavoratori appartenenti all’Unione e – incidentalmente – di quelli dei cittadini di Paesi Terzi che lavorano nella UE. Tra questi:
1) Recenti sviluppi riguardanti la libera circolazione dei lavoratori (la vicenda del labour Mobility Package e le espulsioni di europei che perdono il lavoro in uno Stato membro differente dal proprio);
2) Implementazione della direttiva 2014/54/EU “misure intese ad agevolare l’esercizio dei diritti conferiti ai lavoratori, nel quadro della libera circolazione dei lavoratori”. Obiettivo delle nuove disposizioni comunitarie, già entrate in vigore in Italia, è quello di eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei lavoratori comunitari e dei loro familiari, come la scarsa consapevolezza delle norme UE da parte dei datori di lavoro sia pubblici che privati e le difficoltà incontrate dai lavoratori distaccati nell’ottenere informazioni e assistenza negli Stati membri ospitanti;
3) Report sull’effettiva protezione giudiziaria nel quadro della suddetta direttiva;
4) Implementazione della direttiva 2014/50/EU, relativa ai requisiti minimi per accrescere la mobilità dei lavoratori tra Stati membri migliorando l'acquisizione e la salvaguardia di diritti pensionistici complementari;
5) Diritti dei cittadini di Paesi Terzi che lavorano nell’Unione;
6) Ostacoli alla mobilità dei lavoratori frontalieri in Europa.
Nella riunione preparatoria– e nella stessa assemblea del 25 - è emersa la problematicità riguardante (in alcuni Stati membri) la situazione di lavoratori europei che perdono il lavoro, ed ai quali non vengono riconosciuti importanti diritti (a loro ed alle loro famiglie) quali l’indennità di disoccupazione e la copertura sanitaria. In particolare il Belgio – negli ultimi anni – avrebbe espulso oltre 12 mila cittadini comunitari che avevano perso il lavoro. Rientrati nel loro Paese si sarebbe spesso prodotto un rimpallo di responsabilità su quale Stato dovesse pagare loro l’indennità di disoccupazione.
Su questo aspetto è anche intervenuta la Segretaria Confederale CES Lina Carr (che relativamente al primo punto in agenda si è anche chiesta che fine avesse fatto il Labour Mobility Package annunciato dalla CE e da mesi dimenticato), la quale ha affermato che “nell’Unione la portabilità dei diritti è essenziale per chi è interessato alla mobilità per lavoro. Senza la certezza del rispetto di tutti i diritti riguardanti i lavoratori, verrebbe meno lo stesso interesse a muoversi in un altro paese”. E questo riguarda la sanità e la disoccupazione, ma anche temi come il fisco (rischio di doppia imposizione) e le pensioni.
In realtà è lo stesso regolamento 883/2004 (relativo ai coordinamenti dei sistemi di sicurezza sociale tra gli Stati Membri), che andrebbe rivisto per sanare situazioni a volte incresciose per i lavoratori.
Per quanto riguarda l’applicazione della direttiva 2014/54/UE, ogni Stato Membro ha già stabilito quale sarà l’organismo nazionale che vigilerà sulla sua applicazione. Nel caso dell’Italia l’Istituzione scelta è quella di UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali. Su questo aspetto, la parte sindacale italiana ha fatto notare che il suddetto organismo, che non ha mai goduto di una adeguata autonomia dall’Esecutivo, è stato ridimensionato nella struttura e risorse messe a disposizione negli ultimi due anni. Non sarebbe dunque in condizione di garantire la funzione assegnata, a meno di un suo adeguato rafforzamento.
Anche sui diritti dei cittadini dei Paesi terzi che lavorano nell’Unione, da parte sindacale italiana è stato fatto osservare come in molti Paesi le vie di accesso legale per lavoro sono state chiuse con la conseguenza del moltiplicarsi degli sbarchi. Casucci ha osservato come “il flusso annuale di arrivi di migranti economici in Italia tramite gli sbarchi corrisponde al volume del decreto flussi annuale di ingressi interrotto nel 2010 dal Governo Italiano”. Quest’anno in Italia rischiamo di avere il record di quasi 200 mila persone sbarcate e purtroppo anche 5000 persone decedute durante la traversata; abbiamo anche 20 mila minori stranieri non accompagnati.
Tutto questo, ha continuato l’oratore, significa che – “se non si riapriranno vie legali di migrazione per lavoro – si avrà un corrispondente aumento di immigrazione irregolare, con pesanti effetti in termini di dumping sul mercato del lavoro, gravi casi di sfruttamento e concorrenza sleale tra imprese, ma anche tra lavoratori”. Quanto questo possa influire sui fenomeni di intolleranza e xenofobia, è facile immaginarlo, ha concluso il rappresentante UIL.
Da notare, nella seconda parte della riunione, l’intervento di Michele Berti a nome del Comitato di Coordinamento IRTUCS, sul tema degli “ostacoli alla mobilità per i lavoratori frontalieri in Europa”. Berti ha ricordato che in Europa questi lavoratori contano di almeno 1,2 milioni di persone ed in genere per l’Italia riguardano lavoratori italiani che vanno in Svizzera, Francia o Austria. Il Friuli sarebbe l’unico caso italiano che ospita frontalieri in entrata.
Dopo aver ricordato la necessità di rivedere il regolamento 883/2004 e quello n. 492 del 2011, relativo alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione, Berti ha poi ricordato le speciali raccomandazioni adottate nel marzo del 2015 dall’Esecutivo della CES in materia. Nel documento si indicavano come principali ostacoli alla mobilità per i lavoratori frontalieri quattro aree:
1. Sicurezza sociale e fruizione di servizi sociali;
2. Tassazione diretta e svantaggi per i frontalieri;
3. Legislazione del lavoro e condizioni di lavoro;
4. Norme concernenti l’ingresso e soggiorno di cittadini frontalieri appartenenti a paesi terzi.
Per quanto riguarda infine la direttiva 2014/50/UE, Claude Denagtergal della CES ha ricordato come in Europa nessun Stato membro l’abbia ancora ratificata, anche a causa della complessità riguardante la tematica. Si è dunque proposta una riunione europea di valutazione dei problemi. Ha anche auspicato che il processo di ratifica coinvolga le parti sociali.