Guglielmo Loy: comunicato Stampa del 21/06/2016
Nel quartiere più povero di Londra la strana alleanza tra immigrati e Farage
Nel quartiere più povero di Londra la strana alleanza tra immigrati e Farage
21/06/2016  | Immigrazione.  

 

lastampa

 

Alberto Simoni, inviato a Londra

 

London, 21 giugno 2016 - Dinah ha radunato qualche volontario, l’appuntamento è all’uscita della metropolitana di Stepney Green. Siamo nella zona di Towers Hamlets, all’ombra della City e dei grattacieli che svettano appena due fermate di metropolitana più a Ovest, ma è un altro mondo. Immigrati, bengalesi soprattutto, ma anche polacchi, italiani, cittadini dell’Est, donne velate, arabi e qualche africano. Le statistiche inchiodano il distretto londinese fra le zone più disagiate. Nessuna circoscrizione londinese ha visto crescere negli ultimi anni così tanto i propri residenti, entro il 2024 se le proiezioni saranno confermate ci saranno 70 mila persone in più, per un totale di 350 mila. Nessuna zona di Londra correrà così tanto sotto il profilo demografico. Grazie agli immigrati. Ma a Tower Hamlets più che i numeri dei residenti, guardano altre cifre: secondo l’ultimo censimento il 37,9% dei bambini di Tower Hamlets vive sotto la soglia della povertà.  È in questa finestra d’Inghilterra che la signora Dinah cerca di motivare i soldati del Leave che si sono uniti a lei per l’ultimo assalto alla diligenza europea. I militanti sono appena 7, ma motivatissimi, tutti bianchi, tre signore di mezza età, e quattro giovani. Due indossano le magliette blu con la scritta Leave. Quando ci avviciniamo, Dinah si chiude a riccio. «Non abbiamo niente da dire, non vogliamo parlare». Uno dei ragazzi, dopo aver chiesto da dove veniamo inveisce con gli italiani «che rubano il posto di lavoro agli inglesi». Dinah è tesa. E’ uscita di casa per andare a fare due ore di porta a porta con i suoi con la spada di Damocle dei sondaggi che hanno cambiato verso. Più credibili dei sondaggi sembrano gli allibratori, ritengono le possibilità della Brexit sotto il 25%. Il padrone del pallone britannico ha poi dato ieri l’apertura a tutti i giornali raccontando che la Brexit nuocerebbe al calcio britannico. E in un momento di euforia grazie a Euro 2016, la mossa potrebbe pesare più dei freddi numeri sui rischi per l’economia snocciolati dalla coppia Cameron-Osborne. Dinah volta le spalle e si incammina lungo Miles End, direzione opposta a quella della City. Quel terreno è perso, Tower Hamlets no. Tutt’altro.  

 

Le contraddizioni del Paese e di una campagna schizofrenica stanno racchiuse in un miglio quadrato. Due bengalesi, ben inseriti nel quartiere, uno è un fisioterapista e l’altro un piccolo commerciante, sono l’opposto del mondo di Dinah e dei volontari sul piede di guerra. Sono immigrati, sborsano 800 sterline al mese per un bilocale sopra un ristorante fusion e odiano Nigel Farage, il campione della destra Ukip, che con il poster “breaking point” (punto di rottura) a incorniciare una fiumana di migranti ha superato il limite della decenza anche per i suoi compagni di cordata. Boris Johnson si è spinto a parlare di amnistia per chi è nel Regno Unito da più di 12 anni, Michael Gove, vera e propria mente della campagna Leave, si è detto disgustato. Farage tira dritto, accusa Cameron di sfruttare la morte della povera Jo Cox per prendere voti. I bengalesi di Tower Hamlets passano oltre le volgarità di Farage e all’unisono esplodono in un «voteremo per andarcene dalla Ue». E così faranno tutti gli asiatici qui. Perché? Chiediamo. «Perché così si aprono posti di lavoro, sappiamo che ci sono rischi per l’economia, ma sappiamo anche che non dureranno a lungo», spiega Nashir, fisioterapista. Intanto - è la sua tesi - da venerdì chi perderà il diritto di stare a Londra se ne andrà.   

 

L’amico Zahid punta lo sguardo verso lo Shard e gli scintillanti grattacieli della City. «Laggiù nei ristoranti ci sono europei, soprattutto romeni, pagati nulla per lavorare, meno del minimo sindacale, anche questo rovina la concorrenza, toglie spazio a coloro che lavorano in piena regola». Al di là della strada a fermare le persone che escono dalla metropolitana c’è Michael, l’altra Londra. E’ vestito da “In”, indossa la maglietta ufficiale del “Stronger in Europe”, più forti in Europa. Stick, adesivi, volantini, sono oltre tre ore che sorride a tutti e cerca di convincere i passanti a restare “europei”. «Sono terrorizzato, non so come andrà a finire». Non lo rassicurano né i sondaggi, «cosa vuoi che sia un margine di 2 punti», né gli appelli che vengono ormai da ogni parte per scongiurare l’uscita. «Giovedì sera prendo un sonnifero, mi sveglierò al mattino e scoprirò tutto, meglio un colpo netto che l’agonia dei dibattiti tv su numeri incerti». Contro di lui ci sono Dinah e gli alleati bengalesi. Strana alleanza. Chissà se vincente.