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MAGGIO 2017

LAVORO ITALIANO

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Antonio Foccillo

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di Roma n.° 402 del 16.11.1984

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SOMMARIO

Il Fatto
- Come siamo distanti dal periodo in cui il sindacato era da tutti considerato un fattore di progresso - di A. Foccillo
- Intervista a Carmelo Barbagallo Segretario generale UIL. Basta austerità e aumento del 2% del Pil per investimenti in sviluppo e occupazione - di A. Passaro

Sindacale
- Finite le conferenze di organizzazione. Non un bilancio ma qualche riflessione - di P. Bombardieri
- Incentivi occupazione e beneficiari - di G. Loy
- Alitalia: si è evidenziata la tendenza a mostrar muscoli da parte datoriale ed il tentativo di scaricare sul lavoro e sul Sindacato responsabilità in capo agli amministratori dell’azienda e ai Governi - di C. Tarlazzi
- Province e Città Metropolitane. Un nodo istituzionale ancora irrisolto - di D. Ilari
- 1959 L’anno della prima Conferenza di organizzazione della UIL Una Organizzazione moderna per una efficiente politica sindacale - di P. Saija
- Il welfare aziendale: dal privato al pubblico impiego - di S. Tucci

Attualità
- Sbarchi, la futilità di leggi basate sulla sicurezza - di B. Casucci
. Componenti fondamentali delnuovo accordo contrattuale per i dipendenti di Roma Capitale - di F. Croce

Economia
- Brics nel Mediterraneo* Considerazioni sul rapporto Eurispes sui processi d’internazionalizzazione del Mediterraneo - di S. Tucci e A. Fortuna

Agorà
- Gli Angeli esistono - di A. Foccillo
- Rifiuti: una potenziale risorsa “velata” e sottovalutata dall’uomo - di A. Ceglia
- La sorte delle collaborazioni coordinate e continuative nella Pubblica Amministrazione - di M. De Sena

La Recensione
- L’ultimo contratto. Diario metalmeccanico - a cura della redazione
- Agli albori del socialismo: Andrea Costa, un laico dell’800 - di P. Nenci

Inserto
- I due avvenimenti del lontano 1947- di P. Nenci

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EDITORIALE

Come siamo distanti dal periodo in cui il sindacato era da tutti considerato un fattore di progresso

di Antonio Foccillo

Si continua a descrivere il sindacato come un organismo sempre più privo di rappresentatività e lo si dipinge come uno strumento inutile e dannoso. Vorrei che tutti pensassimo per un momento ai grandi cambiamenti che ci sono stati nell’opinione comune anche per quello che è divenuto il mondo del lavoro, con un mercato del lavoro sempre più precario e privo di certezze. Un mercato del lavoro di tal guisa, non certo per colpa del sindacato, ma di governi che in questi anni, anche quelli del cosiddetto centrosinistra, hanno amplificato le flessibilità tanto da farle diventare precarietà, destabilizzando il precedente sistema. A differenza del passato dove il contratto di riferimento era a tempo indeterminato, si sono ampliati i contratti a tempo determinato, ed altre fattispecie di tanti contratti atipici, poi addirittura fatti diventare tipici con leggi specifiche. è ovvio che queste figure per la loro estrema incertezza sono sottoposte al ricatto dei rinnovi e per questo preferiscono non iscriversi al sindacato, onde evitare pericoli.

Come dicevo prima si sta cercando ancora di destabilizzare il sindacato con atteggiamenti, scritti e opinionisti che ne parlano male. Purtroppo così si crea un’opinione pubblica nettamente contraria. Come siamo distanti dal periodo in cui il sindacato era da tutti considerato un fattore di progresso. Ma allora sia le forze politiche, sia il governo di centro sinistra, sia l’intellighentia erano sulla stessa lunghezza d’onda delle battaglie sindacali.

Per ricordare quel periodo non si può prescindere dallo Statuto dei lavoratori che quest’anno compie 47 anni. Quanto tempo è passato da quando la priorità era il lavoro, il rispetto per i lavoratori e la salvaguardia delle prerogative per potersi difendere attraverso il sindacato. Parlo degli anni 70 quando fu approvato lo Statuto dei lavoratori. Esso fu frutto delle dure lotte sindacali che si svilupparono alla fine degli anni 60.

L’allora Ministro del Lavoro, Giacomo Brodolini, e Gino Giugni, come suo assistente, coordinarono la bozza di legge. Il giorno 11 dicembre 1969, vigilia della strage di piazza Fontana, la legge passò in Senato. Il 14 maggio del 70 anche la camera approvò il testo.

Cinque giorni dopo nacque lo Statuto dei lavoratori. Con esso, il legislatore (sicuramente molto attento e lungimirante) centrò due obiettivi fondamentali: tutelare la libertà e la dignità del lavoratore e sostenere la presenza dei sindacati nei luoghi di lavoro, ritenendo tale presenza la migliore concreta garanzia dell’effettivo rispetto della personalità del lavoratore. Proprio perciò lo Statuto ha cambiato radicalmente la concezione dei diritti e dei doveri dei lavoratori italiani e ha rappresentato un momento fondamentale della legislazione italiana, essendo fonte normativa principale in materia di libertà e attività sindacale, fatta eccezione per la Costituzione.

Lo Statuto, identificando nel lavoratore il soggetto fondamentale, libero e dotato di importantissimi e inalienabili diritti, il cui rispetto è imprescindibile in una società civile moderna, compie una grande conquista che rappresenta non un punto di arrivo ma di partenza per ampliare il ventaglio delle tutele destinate a chi dedica il proprio tempo, le proprie energie, le proprie competenze e la propria professionalità al mondo del lavoro.

A 47 anni dalla nascita dello statuto ricorrono anche i 47 anni dalla morte di Brodolini, il ministro dei lavoratori (come voleva che si chiamasse) che più di tutti si impegnò per l’approvazione della legge 300. Noi riteniamo di dover ricordare il suo impegno nella stesura e approvazione della legge 300, ma anche la sua intensa partecipazione alle problematiche del lavoro e delle lotte allora in atto, proprio per capire la statura e la filosofia di quei protagonisti della vita politica italiana. Infatti, la sera del capodanno 1969 il ministro, il socialista Giacomo Brodolini, ex sindacalista, trascorse la notte con i lavoratori della fabbrica romana Apollo, che sotto una tenda, a piazza Montecitorio, protestavano contro la chiusura del loro stabilimento. Così i lavoratori in lotta salutarono, insieme con un politico, che si sentiva parte della loro famiglia, l’arrivo del nuovo anno. (N.d.A. Proprio come succede oggi).

Brodolini, con coraggiosa lucidità, in tal modo aveva affidato ad un atto simbolico di solidarietà il compito di testimoniare all’opinione pubblica del Paese la prova del cambiamento di orientamento e di politica che c’era stato con il centrosinistra all’interno di quella che Pietro Nenni aveva chiamato “la stanza dei bottoni”.

Su quel gesto si innescarono anche molte polemiche, soprattutto da parte più conservatrice del Paese su cui però ormai si agitava la ventata delle lotte studentesche e la stagione delle grandi rivendicazioni operarie e sindacali.

Appena qualche giorno dopo la veglia romana, Brodolini; si reca ad Avola a ricordare i due braccianti uccisi, un mese prima, dalla polizia nel corso degli scontri che punteggiarono la lotta per il rinnovo del loro contratto provinciale del lavoro. Nella sala del Municipio del piccolo paese siciliano, il ministro dei lavoratori, non del lavoro (come teneva a ripetere), illustra il suo programma – il cosiddetto “manifesto di Avola”- che poi porta all’interno del governo presieduto dal democristiano Mariano Rumor.

In quel discorso affronta lucidamente tutte le grandi questioni riguardanti il lavoro e la vita del movimento sindacale. Statuto del sindacato nell’impresa, giustizia del lavoro e tutela dei diritti individuali, riconoscimento delle “categorie sottoprotette”, adeguamento del sistema della formazione professionale, potenziamento degli ispettori del lavoro, riforma del collocamento con maggiori poteri e funzioni agli organi collegiali per eliminare il caporalato, che Brodolini stigmatizza come “medievale o inumana pratica dell’ingaggio della manodopera sulla pubblica piazza, quasi che si tratti di bestiame per lavori pesanti e non di lavoratori partecipi di un processo di sviluppo, di rinnovamento e di democratizzazione delle strutture del vecchio Stato liberale che vede in loro i protagonisti di questa nuova era dei rapporti sociali e della storia”. (Potrebbe essere un programma ancora oggi di una forza di sinistra).

Ma ciò che stupisce è che, nei sette mesi del suo breve ministero, tutti questi punti, insieme con altri di analoga rilevanza, vengono affrontati e a ciascuno di essi o viene data la soluzione o si dettano le premesse perché successivamente la possano realizzare.

Bisogna anche dire che la velocità straordinaria dell’approvazione dello statuto fu resa possibile dall’accortezza parlamentare e soprattutto dalla conoscenza giuridica, dalla capacità di decidere sentendo tutti ma senza rinunciare a una sintesi operata con in testa un’idea precisa di quello che è l’interesse generale, che Brodolini ed il suo gruppo di giovani collaboratori usarono con intelligenza e anche con una certa dose di fiducia nei propri argomenti.

Nel merito non tutti erano d’accordo, anche a sinistra e nello stesso mondo del lavoro. I partiti di governo, primi fra tutti i socialisti – in quel frangente unificati con i socialdemocratici – erano i più decisi a favore dei contenuti principali del provvedimento, anche se con entusiasmo diverso.

Alla fine il 20 giugno 1969 il Consiglio dei Ministri approvò il testo e diede cosi inizio al cammino parlamentare del disegno di legge che diventerà, dopo un supplemento di modifiche che non snaturano però l’impianto, lo Statuto dei lavoratori.

Brodolini muore appena venti giorni dopo, in una clinica svizzera, dove i medici tentano qualche cura per alleviargli la sofferenza di un male, di cui non aveva mai voluto parlare.

Comunque dovranno passare altri anni, perché il principio della libertà sindacale fosse applicato e garantito in tutti i luoghi di lavoro.

Possiamo dire che sicuramente quello dei 47 anni dello Statuto è stato un compleanno triste perché si stanno mettendo in discussione, in tutti i modi, i diritti dei lavoratori, nonostante ormai si pensava fossero profondamente radicati nella nostra cultura giuridica. Pertanto stravolgere lo statuto – come si sostiene - e la Costituzione, come si vorrebbe fare, è minare le fondamenta di diritti civili dei lavoratori e dei principi che reggono il nostro Stato che, anche per tali principi, può essere definito democratico.

Noi riteniamo che bisogna affrontare una nuova sfida dove la tutela della libertà e dignità dei lavoratori e della libertà e dell’attività sindacale non è questione che può essere messa in discussione. Del resto, si può dire che, superate le interpretazioni “progressive”, in funzione antitetica, e talune rigidità, lo Statuto mantenga oggi la sua essenza, proprio in ragione di quella libertà e dignità dei lavoratori che appartiene al nostro comune sentire.

Sono da approfondire le considerazioni che almeno in via di principio ci sentiamo di condividere e cioè che, di fronte ai cambiamenti in atto nel mercato del lavoro, le organizzazioni sindacali devono ripensare il proprio ruolo, a partire dallo Statuto, ma in una prospettiva più vasta, in grado di integrare quell’ampia fetta di lavoratori non iscritti e di costruire forme reali di partecipazione, anche a partire dal “territorio”.

Tutti sembravano concordi circa l’indisponibilità dei diritti garantiti nei primi tre titoli della legge, dalla libertà di opinione del lavoratore al divieto di indagini su opinioni e a quello dell’attività lavorativa; dalle norme a tutela della salute e dell’integrità fisica a quelle che regolano le sanzioni disciplinari applicabili ai dipendenti. E ancora immodificabili anche le norme sulle libertà sindacali, con il diritto di associazione, le sanzioni contro atti discriminatori, il diritto di assemblea, il divieto ai datori di costituire o sostenere sindacati di comodo, la repressione antisindacale. Ma tutto questo, per effetto del neo liberismo e di una cultura politica che una volta si sarebbe detta di destra, è messo in discussione e addirittura si vuole andare a limitare le stesse assemblee sulla base di un principio secondo cui queste sarebbero contro l’interesse dell’utente. Così però si riduce la democrazia partecipata, a poco a poco, e si crea sfiducia nel sindacato che non avrebbe più gli strumenti per potersi difendere.

E’ evidente che i 47 anni dello statuto cadono in un momento particolare, in cui l’urgenza di soluzioni è accentuata dalla crisi di posti di lavoro e da un boom di irregolarità da parte delle aziende, soprattutto sul fronte della tutela dei dipendenti. La gente in cerca di lavoro è sempre più numerosa e il libero mercato in realtà sta diventando sempre più ristretto. L’effetto perverso è che questi effetti del dominio odierno del capitale stanno facendo venir meno, nei lavoratori, anche la speranza, l’aspettativa di migliorare in futuro e di garantire ai propri figli una condizione sociale ottima. Per questo bisogna che lo Statuto ritrovi l’antico splendore per ricreare condizioni di rispetto del lavoro e dei lavoratori. Non si può lasciare solo al Papa, dall’alto del suo Magistero, la difesa di questo modo di concepire la società ed il diritto al lavoro e nel lavoro.

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Basta austerità e aumento del 2% del Pil per investimenti in sviluppo e occupazione. Intervista a Carmelo Barbagallo, Segretario generale Uil

di Antonio Passaro

Segretario, per dirla con una battuta, maggio è stato il mese dell’Europa. Nel corso di questo periodo, infatti, si sono susseguite alcune iniziative sindacali connesse alla celebrazione del G7 e del G20. Andiamo con ordine e partiamo da Berlino dove si è svolto il cosiddetto Labour20, la riunione dei Sindacati dei 20 Paesi più industrializzati del mondo: da lì è partito il messaggio per i ministri del Lavoro. Quali sono state le rivendicazioni?

Abbiamo chiesto di adottare provvedimenti per regolamentare la globalizzazione, le politiche delle multinazionali e i diritti del lavoro. Bisogna puntare sul dialogo sociale, ovunque, e prima di fare qualsiasi accordo, in particolare di carattere commerciale, devono essere ascoltate le parti sociali. È dimostrato, peraltro, che la disintermediazione determina più debolezza e maggiore povertà. Alcuni Sindacati, in Turchia, in Corea del Sud, ma anche in Spagna, stanno subendo una drammatica riduzione dei propri diritti. Il Sindacato nel suo insieme, però, è sotto attacco perché c’è chi vuole mano libera per creare condizioni di sfruttamento generale. Non c’è stata una corretta redistribuzione della ricchezza, sono aumentati i disoccupati, in particolare giovani, e i lavori precari: su tutto ciò occorre intervenire. Ora, con particolare riferimento all’UE e al nostro Paese, c’è più d’uno che si accorge che il piano Juncker non funziona: da oltre un anno, noi diciamo che si tratta di un meccanismo virtuale, basato su un calcolo assurdo che non può generare gli investimenti necessari e auspicati. Occorrerebbero, invece, risorse vere per realizzare infrastrutture e innovazione di cui il nostro Paese ha assoluto bisogno. E intanto, nonostante anni di tagli e austerità, il debito pubblico continua a crescere e, contemporaneamente, si riducono l’occupazione e il potere d’acquisto a causa delle tasse ‘invisibili’ cresciute in modo esponenziale a livello locale.

Alla sessione conclusiva del Labour20, in qualità di leader del Paese ospite del G20, ha partecipato anche la Cancelliera Angela Merkel. Le avete chiesto un impegno particolare su qualche aspetto specifico del documento sindacale?

Le abbiamo chiesto, in particolare, di porre all’attenzione del G20 la necessità di definire impegni più vincolanti per la regolamentazione dell’attività delle multinazionali nella catena della produzione. Ebbene, nella sua replica, mentre ha precisato che questo argomento sarà all’attenzione del G20, la Cancelliera non ha fatto alcun riferimento al superamento dell’austerità: spero sia stata solo una dimenticanza. Peraltro, la Merkel conosce il mondo del lavoro perché è a capo di un Paese che pratica il dialogo sociale e la partecipazione, un modello al quale continuiamo a chiedere di fare riferimento. Nel salutarla, infine, l’ho personalmente invitata a superare l’austerità e ad adoperarsi per l’attuazione di una politica migratoria comune. Su quest’ultimo punto, nel suo intervento, la Cancelliera aveva affermato che la Germania, pur lamentando la mancanza di un accordo europeo sul ricollocamento dei rifugiati, sta facendo la sua parte, ma che nel lungo periodo occorre attuare anche una politica di cooperazione in Africa. Come è noto, a suo tempo, la Uil aveva proposto l’istituzione di una sorta di 8 per mille europeo per finanziere lo sviluppo dei Paesi da cui provengono i flussi migratori: noi crediamo che si tratti di un obiettivo ambizioso per il quale occorrerà impegnarsi, tutti insieme, con tutte le sinergie possibili.

Dopo qualche giorno, a Roma, in vista dell’appuntamento dei sette grandi, che si è svolto poi a Taormina il 26 e il 27 maggio, il Presidente del Consiglio italiano ha incontrato i Segretari di Cgil, Cisl, Uil e i vertici delle Organizzazioni sindacali internazionali, la Ces, il Tuac e l’Ituc. Come è andata?

È stato un incontro positivo. Abbiamo illustrato al Premier il documento sindacale chiedendogli di sottoporlo all’attenzione del G7. Gentiloni ha ascoltato le nostre rivendicazioni, ormai ben note: noi vogliamo che si dica basta all’austerità e che ci sia un aumento del 2% del Pil per investimenti in sviluppo e occupazione. L’esito del Vertice di Taormina, però, è stato deludente. La nuova Amministrazione americana ha frenato su molti temi sul tavolo negoziale. L’Europa, tuttavia, ha bisogno di reagire unita e coesa.

Infine, proprio negli ultimi giorni del mese di maggio, si è svolta, sempre a Roma, la Conferenza di metà mandato della Ces, con un messaggio molto chiaro: i salari devono aumentare. Un messaggio che, peraltro, ha trovato sostegno nelle parole dello stesso Governatore della Bce...

Noi siamo convinti che l’economia possa tornare a crescere se crescono i salari. E ci fa piacere che anche da una voce autorevole come quella di Draghi sia giunta un’analoga indicazione. Questo vale ancor di più per l’Italia, colpita particolarmente dalla crisi. C’è poi la questione degli investimenti in infrastrutture e per la messa in sicurezza del territorio: investimenti che non devono essere virtuali. Ecco perché in Europa abbiamo bisogno di una nuova agenda economica e di un nuovo modello sociale. Purtroppo, il malcontento dei cittadini e la mancanza di fiducia nelle Istituzioni europee sono diffusi perché le politiche economiche di austerità e di rigore finanziario, attuate per rispondere alla crisi, hanno avuto un impatto devastante sul tessuto sociale dei nostri paesi. Ma la risposta deve essere più Europa, non meno Europa. La risposta è una maggiore integrazione non solo economica, ma anche sociale e politica.

Maggio è anche il mese dei tradizionali appuntamenti in Confindustria e in Banca d’Italia. Cominciamo da quest’ultima. Anche il Governatore Visco ha dato grande risalto ai temi del lavoro: qual è il tuo giudizio sulle sue “Considerazioni”?

Fa piacere che, quest’anno, il Governatore della Banca d’Italia abbia parlato molto di lavoro; siamo d’accordo con lui: bisogna rilanciare l’economia attraverso gli investimenti pubblici e privati e non con la riduzione del costo del lavoro. Peraltro, i dati occupazionali sono migliorati, ma non a sufficienza e quando il Governatore dice che c’è una ripresa fiacca, dice tutto. Per questo motivo bisogna puntare su infrastrutture, innovazione e anche sul rilancio dei salari, delle pensioni e della produttività.

Passiamo ora a Confindustria e alla relazione del suo Presidente. Anche in questo caso, ci sono state interessanti novità, con particolare riferimento alla necessità di una ripresa della coesione sociale. Cosa pensi delle posizioni espresse da Boccia su questo tema?

Non possiamo che essere d’accordo. Anche il Governo, secondo quanto ha detto nel suo successivo intervento il Ministro dello sviluppo economico, Calenda, sembra intenzionato a mettere in campo un impegno analogo: non vorrei essere io a rovinare questo clima! Anzi, noi stessi proponiamo di iniziare una stagione che ci porti ad avere una maggiore coesione sociale rispetto ai temi che interessano il Paese, a partire dalle risposte che dobbiamo dare ai nostri giovani. A questo proposito, abbiamo sempre sostenuto, e quindi condividiamo, sia la proposta di riduzione del cuneo fiscale, da definire però in modo strutturale, sia quella della detassazione dei premi di produttività, ma non dimenticando anche i lavoratori di quelle aziende che sono in difficoltà.

Resta però in sospeso la riforma del sistema contrattuale...

I contratti sono stati rinnovati in quasi tutti i settori. Le nostre categorie hanno ben lavorato per indurre le Associazioni datoriali, a partire da quella aderente a Confindustria, a siglare intese che salvaguardassero salari e diritti dei lavoratori. Questa è la strada giusta: solo così si può dare uno stimolo alla domanda interna e, conseguentemente, all’occupazione e alla crescita. La contrattazione, dunque, è la leva che hanno a disposizione le parti sociali per influire positivamente sull’economia del Paese. Mentre, però, le sue categorie sono operative, sembra che la Confindustria abbia altri obiettivi. Invece, dobbiamo essere tutti consapevoli che è ormai necessario riprendere il confronto per la riforma del sistema contrattuale. Abbiamo una responsabilità nei confronti dei lavoratori, delle imprese e del Paese: noi siamo pronti ad assolvere questo compito. Lo diciamo anche a futura memoria: se non ci attiviamo subito perderemo l’occasione di dare un contributo alla ripresa dell’economia e al governo sociale delle trasformazioni con cui l’industria 4.0 ci sta già costringendo a fare i conti.

Ultimo argomento, i voucher. Sono stati aboliti, ma la questione resta irrisolta con risvolti socio-economici, e non solo. La Uil, infatti, ha espresso preoccupazione perché la vicenda si è trasformata in un’occasione di scontro politico e ha richiamato tutti a ragionare sul merito. Puoi ribadire la posizione della nostra Organizzazione?

Noi riteniamo che la vicenda debba essere analizzata nel merito e che le soluzioni da adottare debbano andare nella direzione già suggerita, a suo tempo, nel corso della campagna referendaria. Nonostante la decisione del Governo sia stata inopportunamente tranchant, non sarebbero assolutamente accettabili scelte che reintroducessero surrettiziamente la disciplina appena superata. I voucher erano degenerati in un cancro per il lavoro e per l’economia ed è giusto che siano stati aboliti, proprio a causa della loro inaccettabile trasformazione. Al contempo, però, ora, non si possono sostenere opzioni nettamente intransigenti e del tutto contrarie a possibili nuove specifiche regolamentazioni.

La totale cancellazione dei voucher ha lasciato un vuoto?

Esatto: non c’è più alcuna seppur minima tutela per quei lavori realmente occasionali ed eccezionali svolti, in particolare, dai giovani studenti, dai pensionati o dai cassaintegrati di lungo corso. Serve, dunque, un nuovo strumento da utilizzare in casi ben definiti e determinati escludendo del tutto, ad esempio, il settore manifatturiero. Si tratta di applicare il nuovo istituto ai lavori svolti al servizio della famiglia (ad esempio, lavori di cura e di assistenza, sporadici e saltuari, ad anziani o a bambini o a studenti), ad alcuni casi ben individuati nel settore dell’agricoltura e, come già detto, comunque, a situazioni di occasionalità ed emergenza.

Sembra che la manovra vada in questa direzione...

Vedremo e, come sempre, valuteremo il merito.

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