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DICEMBRE 2018

LAVORO ITALIANO

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Antonio Foccillo

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NOVEMBRE 2018

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SOMMARIO

Il Fatto
- Sovranità, Democrazia, Europa - di A. Foccillo
Intervista a Carmelo Barbagallo, Segretario generale UIL, Si apra il confronto e si attivino i tavoli - di A. Passaro

Sindacale
- Il Lavoro attraverso le piattaforme digitali: esperienze a confronto con il progetto “Don’t GIG-UP!” - di I. Veronese
- La CES per la Crescita e il Progresso Sociale: Pacchetto CES per una consultazione di primo livello sul Semestre 2019 - a cura dell’Esecutivo CES
- Congresso Ferpa: eletto il nuovo Segretario Generale - di A. Siciliano
- Continua la mobilitazione dei sindacati della Ricerca. Al Governo chiediamo risposte all’emergenza ma anche una più coraggiosa strategia dicrescita innovativa - di S. Ostrica

Economia
- Un Patto per la riorganizzazione dei luoghi di lavoro - di L. Tronti

Approfondimento
- 17 dicembre saldo Imu-Tasi: si verseranno 10,2 miliardi di euro (20,4 miliardi il conto totale a fine anno) - a cura della UIL Servizio Politiche Territoriali

Agorà
- Il Cinema: arte del pensiero - di B. Francia
- Fine del periodo transitorio: il “nuovo” contratto a termine entra a regime - di S. Tucci 

Inserto
- Le centomila pagine di Lavoro Italiano (Seconda parte) - di P. Nenci e P. Saija

 

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EDITORIALE

Sovranità, Democrazia, Europa

di Antonio Foccillo

La recente polemica fra il Governo Italiano e la Commissione Europea, che ha poi prodotto l’arretramento nei contenuti e quindi nelle risorse della manovra italiana precedentemente stabilita, pone una serie di problematiche che vanno affrontate, perché si stanno accentuando molti conflitti in tutta l’Europa che potrebbero portare al declino di questo strategico progetto dell’Europa unita.

Rousseau sosteneva che all’atto nel quale si realizza il contratto della società politica, dove il popolo costituisce un governo, esiste un momento anteriore che è quello in cui il popolo è popolo e questa condizione è la condizione fondamentale, che stabilisce una sovranità non trasferibile, delegabile o divisibile. Per cui, al fine di mantenere le condizioni di libertà e di uguaglianza, dove nessun cittadino perde la sua sovranità nel processo di formazione della volontà generale, questa non può essere delegata o trasferita, per investire qualcuno ad esercitarla, senza che i mandati siano revocabili in qualsiasi momento. Per Rousseau la sovranità, l’unità della politica è immanente al popolo e consiste nell’espressione della volontà generale da parte dell’assemblea popolare (universale partecipazione alla vita dello Stato e della società, democrazia) (1).

Vale anche per noi, quindi, che chi governa non deve rispondere ad altri che al popolo che democraticamente gli ha espresso il proprio consenso, e deve praticare la cultura del confronto, anche per dimostrare, effettivamente, che lo scollamento con la società, che tutti avvertiamo, non è assoluto e può essere sanato. Per questo servirebbe una riforma delle regole che spronasse la politica a dialogare con la società. Oggi si parla di distacco tra politica e società e credo che questo rischio sia reale, in quanto la politica è succube dell’economia. Così facendo non ha più il ruolo di incanalarla verso la cittadinanza e verso il settore produttivo. Quindi ha perso il suo ruolo di governo dei processi economici che sono ormai patrimonio di elite finanziaria, la quale regge e decide le sorti dei vari paesi. Bisogna, di conseguenza, rimettere in discussione quei contesti che favoriscono le grandi caste estranee alla politica e al confronto democratico, che nessuno ha eletto e che, di fatto, governano al di sopra e contro la politica. A costoro che non rispondono ai cittadini, non si possono delegare decisioni che devono essere prese nell’interesse di tutti.

Questo pericoloso deficit democratico si è allargato, pertanto, diventa concreto il rischio di un’involuzione della democrazia. Varrebbe la pena rifletterci in maniera più approfondita, poiché più che il deficit economico si rischia il deficit democratico! Urge instaurare un’agire politico il cui obiettivo consiste, innanzitutto, nella cura primaria degli interessi collettivi, coordinati in sede nazionale sulla base di una gerarchia di valori che determina quali sono quelli più urgenti e quelli rinviabili, con l’ottica di salvaguardare l’intero sistema Paese. Non ritengo che ciò sia facile, soprattutto per le profonde trasformazioni sociali prodotte dal consumismo e dalla cultura di massa di bisogni populistici. Per cambiare le cose non può più essere considerata un’utopia la visione di una società in cui vi sia giustizia sociale, equità, libertà, partecipazione democratica, coesione e solidarietà, etica e morale. Per far questo bisogna che la politica riacquisti la sua centralità e le forze sociali e culturali, insieme alla politica e alla classe imprenditoriale, devono sentire l’esigenza di configurare nuovi rapporti.

Ovviamente questi assunti pongono l’esigenza anche di valutare quale debba essere il futuro dell’Europa.

La rivoluzione neoconservatrice ha influenzato le democrazie europee in concomitanza con il repentino declino di tutto l’Occidente, al quale si sta sottraendo gran parte della sua forza economica ma anche della consapevolezza dei suoi valori ideali. Stiamo assistendo ad una trasformazione delle democrazie europee e del cittadino, espressione del popolo sovrano che sarà gradatamente sostituito da una nuova tecnocrazia. Il modello conservatore, diventato il riferimento di tutto l’Occidente, ha avviato un sistematico processo di scardinamento ideologico ed istituzionale dei valori di libertà ed uguaglianza, aggravato dalla delocalizzazione dell’apparato produttivo nazionale (globalizzazione) e dal libero operare di una speculazione finanziaria senza freni (deregulation). È così velocemente passato il tempo in cui i paesi occidentali mostravano al mondo una democrazia incentrata sui valori laici dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e sulla tutela delle libertà individuali; valori che erano rafforzati dal principio di solidarietà che aveva come strumento il welfare. A questo modello si è poi aggiunto il pensiero di Keynes che mise in dubbio l’infallibilità del mercato, e propose di attivare un meccanismo che, per far ripartire il sistema economico, rilanciasse la domanda globale attraverso la spesa pubblica. Una economia basata sulla domanda piuttosto che sull’offerta significò dare centralità al ruolo delle masse sociali, sovvertendo una situazione che legittimava la concentrazione della ricchezza nelle mani di una ristretta elites. La classe politica europea, post 1989, purtroppo, si è adeguata al modello neo liberista ed ha sostituito il “cittadino” con il “mercato” come ispiratore del suo agire e della sua visione del mondo.

Il conflitto tra democrazia e globalizzazione è diventato più aspro nel momento in cui il processo di globalizzazione ha finito per limitare l’esercizio delle politiche preferenziali a livello nazionale senza un’espansione compensativa dello spazio democratico a livello globale/regionale. L’Europa è già dalla parte sbagliata di questo confine. In un’Europa che si vorrebbe democratica, le difficoltà e l’emarginazione delle giovani generazioni, impossibilitate, peraltro, a far sentire la loro voce dissenziente, generano fenomeni di devianza che a volte possono diventare violenza. Questa non è, non può essere, la via dell’Europa. In questi anni abbiamo vissuto una regressione politica e culturale molto forte in materia di diritti, una distanza grandissima tra ceto politico e società. Non si possono scindere diritti e governo dell’economia. I diritti, anche alla presenza di crisi economiche, non possono essere sacrificati impunemente senza creare tensioni sociali molto pericolose e la soluzione che tutti prospettano di “avere più Europa”, presuppone che l’Europa non sia soltanto economica. Dell’Europa sociale, tuttavia, non c’è traccia, se non un’inapplicata Carta dei diritti e quindi, per molti Paesi, Bruxelles è diventata la ‘fonte dei sacrifici’ e ciò che arriva dall’Europa è percepito come obbedienza a una logica economica che restringe opportunità e diritti dei cittadini. Questa parabola discendente dell’Europa non è imputabile solo alla recessione e al declino che stiamo vivendo, perché è cominciata prima dell’attuale crisi finanziaria. L’origine deriva dalla constatazione che mentre il Parlamento Europeo ha aumentato il suo potere, essendo ormai in grado di cambiare la quotidianità dei cittadini europei, la percentuale di quelli che votano per eleggerne i componenti è calata di moltissimi punti. È un paradosso che proietta un’ombra sul concetto stesso di democrazia, sebbene a essere inadeguati non siano solo i meccanismi formali di delega e, dunque, la legittimità delle decisioni, ma l’assenza di un’opinione pubblica europea capace di discutere e di dividersi non sulla base di interessi nazionali ma su questioni importanti di interesse generale. Il ché fa aumentare la preoccupazione per una deriva antidemocratica. Manca anche una qualsiasi visibilità dei leader delle istituzioni europee, per cui qualsiasi decisione su questioni cruciali appare che arrivino da un luogo oscuro - l’Europa - le cui scelte sono imposte senza possibilità di dissenso. Così tutti noi siamo diventati spettatori inermi di una rivoluzione tecnocratica che, facendo svanire concretamente la sovranità del popolo, ha innestato la crisi della democrazia che stiamo vivendo.

Per Noam Chomsky: “Le democrazie europee sono al collasso totale, indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere. Sono ‘finite’, le democrazie del vecchio continente – Italia, Germania, Spagna, perché le loro sorti ‘sono decise da burocrati e dirigenti non eletti, che stanno seduti a Bruxelles’. Decide tutto la Commissione Europea, che non è tenuta a rispondere al Parlamento europeo regolarmente eletto. Puro autoritarismo neo-feudale; questa rotta è la distruzione delle democrazie in Europa e le conseguenze sono dittature (2)”.

Ancor più importante ed infido, perché è attuato nel più assoluto silenzio, è il processo di trasformazione dello spazio europeo in uno spazio di sorveglianza e governance economica esente da qualsiasi controllo democratico: Euro plus pact, poi rinforzato con il Fiscal Compact, e il MES, che ha assegnato ulteriori poteri alla vigilanza sul bilancio. È chiaro, quindi, che le istituzioni sovranazionali hanno ormai il potere di guidare metodi e obiettivi dell’azione politica all’interno dei singoli Stati membri dell’Unione, fino a poterne riscrivere le manovre finanziarie, cambiarne la Costituzione e sanzionare i Paesi inadempienti. Siamo giunti alla costituzionalizzazione di una dottrina economica di parte, i cui fondamenti sono il pareggio di bilancio, l’esclusione dello Stato dall’economia, l’idea mistica delle privatizzazioni e l’assoluto divieto di ricorrere al debito come strumento di sviluppo. Tutto ciò sfacciatamente ignorando che la democrazia è basata sulla normalizzazione del conflitto fra le parti e sull’apertura alla cittadinanza del dibattito circa il percorso da intraprendere. Questa rivoluzione dall’alto porta la neutralizzazione della democrazia parlamentare, che si riduce anche per l’accentuazione dei controlli sul bilancio e sulle manovre di finanza pubblica da parte dell’Unione Europea, che, di fatto, non fa che rappresentare la cura estrema degli interessi economici in nome dell’ortodossia neo-liberista.

Bisogna accettare passivamente questa situazione? Finché l’economia del debito, che ormai regge le nostre società dall’alto al basso, non sarà rimessa in discussione, nessuna “soluzione” sarà possibile. Ma la governance economica attuale esclude a priori questa ipotesi e per questo sacrificherà l’intera crescita a tempo indeterminato. Sembra ormai che non ci sia più spazio per la sovranità nazionale come strumento per restituire alla cittadinanza la sovranità, per l’appunto, che gli appartiene e, infatti, i tentativi “riformisti” di governare la transizione europea a livello nazionale collassano inevitabilmente in una obbedienza al pensiero economico unico e le differenze fra schieramenti si limitano a un’adesione più o meno “sentita” ovvero a una leggerissima rimodulazione della ripartizione dei costi delle “riforme necessarie”. Contemporaneamente stanno diventando sempre più estese e pressanti le richieste di un’Europa politica, perché solo nella costruzione di un vero processo costituente europeo guidato dal basso e capace di accettare cessioni della sovranità nazionale e di utilizzare questo processo per restituire ai cittadini la possibilità di decidere le proprie prospettive, vi è la possibilità di uscire dalla crisi nel segno della democrazia e della giustizia sociale. Il rischio di collasso della coesione sociale e di rivolte sempre più radicali della cittadinanza contro le decisioni politiche aumenta nella misura in cui queste decisioni sono percepite come esterne al processo democratico e come costrizioni imposte da poteri distanti e tecnocratici.

C’è chi ha frenato e continua a frenare la realizzazione dell’unità europea e c’è chi vuole un determinato tipo d’Europa, ingabbiata in una moltitudine di vincoli, mutilata non solo geograficamente ma sotto tutti gli aspetti. In sintesi, a tutti noi interessa una vocazione dell’Europa che non sia quella dei mercati, della finanza e delle multinazionali, bensì che sia l’Europa della cultura, delle arti, delle lettere, della scienza, della tecnologia, della civiltà, dei diritti, dello sviluppo e del lavoro. L’attuale situazione non è, non può essere, l’Europa proposta dai padri fondatori.

A questo punto si pone una domanda: come cambiare l’Europa?

La prima opzione implicherebbe la creazione di uno spazio democratico sovranazionale. La seconda comporterebbe, invece, di poter implementare le politiche monetarie e armonizzare quelle fiscali per favorire l’obiettivo di una ripresa di più lungo termine. Più si rimanda la scelta di una di queste opzioni, più aumentano i costi politici ed economici che dovranno in definitiva essere pagati.

La messa in moto di tali processi e strumenti di coercizione decisionale indebolisce anche i sindacati, rimasti a lottare su scala nazionale contro sempre più stringenti e inappellabili “raccomandazioni” europee che vedono nell’abbassamento dei salari e nella precarizzazione dell’occupazione l’unico metodo per recuperare competitività e che rendono fatue le lotte dei movimenti per i beni comuni. Lo stesso riferimento costante da parte del sindacato europeo a garantire gli aspetti sociali del mercato interno, non deriva da una ossessione di inserire il sociale ovunque ma vuole ricordare che i rischi di squilibrio sono tali che, senza una normativa sociale di origine comunitaria, si produrrebbero nella società civile europea, come sta avvenendo, gravi tensioni suscettibili di ritardare o bloccare il processo di integrazione stesso.

L’Europa, pertanto, non può avere come bussola esclusivamente il mercato: lasciare ancora a quest’ultimo la possibilità di decidere il grado di convergenza delle condizioni di lavoro e il progresso sociale significa creare ulteriore sfiducia, povertà e malcontento. Già in vari paesi sono nate contestazioni molto violente, vedi in Francia ma anche in Germania ed in alcuni Paesi del Nord Europa. Il problema di come una comunità vive, lavora e mantiene i diritti inalienabili sono una questione che ci si deve porre. Una comunità regge se le decisioni che si prendono sono condivise dai cittadini. È per questo importante considerare sempre la legittimità di chi le assume. In questo senso ci deve essere, a livello europeo, un governo eletto dai cittadini, poiché, se le decisioni le prendono organismi che non hanno legittimità democratica, ma sono solo tecnostrutture economiche, diviene più difficile che tali scelte vengano condivise e accettate. Non può essere permesso che la nostra vita sia scandita da organismi come la Bce, il FMI e la stessa Unione Europea senza affrontare il problema dell’assenza di un governo europeo che sia legittimato dal voto popolare. Questo è il problema che l’Unione deve affrontare e risolvere al più presto e il sindacato deve avviare una proposta di riforma, come fece in passato quando sostenne il progetto Europeo, per cambiare profondamente l’attuale realtà dell’Unione Europea.

___________

1) T. Magni (a cura di), 2002, Thomas Hobbes, Leviatano, cit. pag.37, editori Riuniti.

2) http://www.agernova. it// G. Altieri, tratto dal newsmagazine Contropiano.

 

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L'INTERVISTA

Si apra il confronto e si attivino i tavoli. Intervista a Carmelo Barbagallo, Segretario generale Uil

di Antonio Passaro

Barbagallo, il 2018 si chiude con un’iniziativa importante: tre attivi unitari nazionali di Cgil, Cisl, Uil, svoltisi, contemporaneamente, a Milano, Roma e Napoli, per ribadire le priorità sulla Legge di bilancio 2019. Il punto di arrivo di un percorso che ha visto il coinvolgimento di decine di migliaia di lavoratori, pensionati e giovani. Ma è anche un nuovo punto di partenza?

Certamente. In queste settimane, abbiamo incontrato lavoratori, pensionati e giovani, in centinaia di assemblee sul territorio e nelle fabbriche per illustrare le proposte sindacali definite in una piattaforma che abbiamo già consegnato al Governo. Il problema vero è che la manovra scontenta molti più di quanti ne accontenta. Ecco perché noi chiediamo che si apra il confronto e si attivino i tavoli su tutte le questioni che abbiamo posto nella nostra piattaforma. Non vogliamo arrivare a una conclusione immediata, ma il Governo deve rendersi conto che senza il contributo delle parti sociali rischia l’effetto boomerang per se stesso e per il Paese.

Intanto, l’Unione Europea ha dato il via libera alla manovra dopo le modifiche apportate dall’Esecutivo al documento economico.

Posso dire che c’è l’accordo con Bruxelles, ma non c’è ancora l’accordo con noi. Siamo stati e siamo contrari all’austerità, perché ha impoverito i popoli e il nostro paese. Ora, però, bisogna fare la battaglia per cambiare le regole, altrimenti saremo sempre sotto scacco dell’Europa. Peraltro, è evidente che le attuali regole sono inefficaci, visto che il debito pubblico continua comunque ad aumentare.

Le rivendicazioni di Cgil, Cisl, Uil sono indicate nel documento e sono tutte fondamentali. Qual è il capitolo che vuoi, in qualche modo, sottolineare?

Tutto ciò che abbiamo proposto è importante per la ripresa della nostra economia: dalle infrastrutture al Mezzogiorno, dalle pensioni ai contratti. C’è l’urgenza di una riforma fiscale, che costituisce il problema dei problemi. Se non si riducono le tasse ai lavoratori e ai pensionati, non aumenta il loro potere di acquisto e così le aziende che producono per il mercato interno rischiano di chiudere. Ecco perché riteniamo che la nostra mobilitazione debba proseguire.

Il Governo ascolti le nostre proposte, noi vogliamo confrontarci: abbiamo bussato educatamente, se non rispondono busseremo più forte, ma se proprio non dovessero dare alcun segno, saremmo costretti a buttar giù la porta…

…E a gennaio si comincerà a buttarla già questa porta: proprio mentre siamo in stampa, Cgil, Cisl, Uil hanno diramato un comunicato unitario molto duro nei confronti della Legge di bilancio, appena approvata definitivamente, definita “sbagliata, miope, recessiva”. Si andrà allo scontro, dunque?

Nel testo del comunicato abbiamo scritto che “Cgil, Cisl, Uil sono pronte alla mobilitazione unitaria che culminerà con una grande manifestazione nazionale a gennaio”.

Definiremo, presto, giorno, luogo e modalità. Lo dicevo prima: la manovra non recepisce le nostre richieste e taglia ulteriormente su crescita e sviluppo, lavoro e pensioni, coesione e investimenti produttivi. Ancora una volta, come è già accaduto in passato, si torna a far cassa con il taglio dell’adeguamento all’inflazione per le pensioni sopra i 1522 lordi al mese. E, anche questa volta, le risorse per il rinnovo dei contratti pubblici sono insufficienti.

Di riduzione delle tasse per lavoratori dipendenti e pensionati, poi, neanche a parlarne. Noi puntiamo, comunque, al confronto per porre rimedio a questi guasti, ma, a sostegno delle nostre rivendicazioni, la manifestazione nazionale ora è inevitabile.

Ci sono altre criticità in ballo: Alitalia, per esempio. Insieme a Cgil e Cisl hai incontrato il ministro Di Maio. Come è andata?

Abbiamo avuto alcune risposte e la più importante è che non si intende parlare solo di salvataggio, ma bensì di rilancio dell’Alitalia. Per noi è fondamentale salvaguardare i livelli occupazionali, anche attraverso il fondo di solidarietà.

Per rilanciare la compagnia bisogna puntare su nuove rotte intercontinentali e sull’acquisto di nuovi aeromobili.

Abbiamo chiesto di essere riconvocati a breve e il ministro ha confermato la disponibilità per un nuovo incontro già a gennaio. Vedremo.

Cambiamo argomento. A dicembre, si è svolto a Copenaghen il Congresso dell’Ituc. Alla guida del sindacato mondiale è stata riconfermata Sharan Burrow. La Uil, con grande coerenza, sino all’ultimo istante, ha sostenuto la candidatura di Susanna Camusso. L’obiettivo non è stato raggiunto per poco…

Considerato il difficile contesto in cui è maturata questa candidatura, il risultato ottenuto è stato, comunque, apprezzabile, anche se purtroppo non è stato sufficiente a conseguire l´obiettivo. Continua, dunque, la nostra battaglia per rendere più efficiente, inclusivo e incisivo il ruolo dell’Ituc. C’è bisogno di nuove regole per rendere più forte il Sindacato mondiale e per incidere sulle scelte relative ai diritti, all’occupazione e ai salari. Alla guida del Sindacato europeo sia dei lavoratori sia dei pensionati ci sono due nostri dirigenti: anche nell’Ituc non si potrà non tenere conto della capacità di mobilitazione che il Sindacato italiano è stato capace di mettere in campo.

Barbagallo, per concludere, oltre a lavoro, fisco, investimenti e pensioni, quali sono altri due capitoli importanti sui quali puntare nel 2019?

I giovani, innanzitutto. Bisogna creare lavoro di qualità per i nostri giovani, anche grazie a politiche mirate che puntino a crescita e sviluppo, in una realtà sempre più orientata al concetto di impresa 4.0. Il punto, però, è che non possiamo limitarci a parlare di strumenti che possono servire per cercare il lavoro; il problema è creare il lavoro. E a questo scopo non ci sono altre strade: servono investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali.

E poi la sicurezza sul lavoro. Unitamente a Confindustria, Cgil e Cisl, nell’ambito dei temi del Patto per la Fabbrica, abbiamo sottoscritto un primo accordo in materia di salute e sicurezza e rappresentanza sui luoghi di lavoro. Basta parole: bisogna fermare questa strage quotidiana. Dobbiamo batterci perché prevalga un impegno forte per la prevenzione. Servono azioni concrete ed incisive.

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