Costruire un nuovo modello di società attraverso un patto per lo sviluppo
MAGGIO 2020
Intervista a Carmelo Barbagallo
Costruire un nuovo modello di società attraverso un patto per lo sviluppo
di   Antonio Passaro

 

Segretario, dal dopoguerra ad oggi, una vicenda dall’impatto così eccezionale il nostro Paese non l’aveva mai vissuta. Un fatto epocale. La pandemia da Covid-19 ha fermato o, quantomeno, ha rallentato il mondo e l’Italia è stata tra i Paesi più colpiti. In questi mesi, sono accadute tante cose e il Sindacato, come sempre, non si è mai sottratto al suo impegno per contribuire a tenere sotto controllo le conseguenza dell’epidemia…

Innanzitutto, il mio pensiero va a tutte le vittime di questa pandemia e a tutti gli anziani abbandonati, ai medici, agli infermieri e a tutti gli addetti alla sicurezza che hanno perso la loro vita. Nei momenti difficili il Sindacato c’è sempre stato e anche questa volta è presente per affrontare una fase così difficile e inedita, per costruire il futuro del lavoro in sicurezza, per dare speranza ai giovani e certezze ai nostri anziani. Uil, Cisl, Cgil, per la loro parte, si sono preoccupate di contenere e ridurre al massimo le ricadute della crisi sanitaria sul tessuto sociale ed economico del Paese, sempre nel prioritario rispetto della salute dei lavoratori, dei pensionati e dei giovani. Sono stati sottoscritti alcuni importanti accordi tra le parti sociali e il Governo. Il primo è stato quello del 14 marzo.

 

Quell’intesa ha avuto una funzione di vera propria pietra miliare, di punto di riferimento, per il mondo del lavoro. Possiamo rapidamente ricordarne il senso e i contenuti?

Una trattativa lunghissima, una no-stop di quasi 24 ore, ha portato Uil, Cisl, Cgil, Associazioni datoriali e Governo a condividere il Protocollo di regolamentazione per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro. Abbiamo fatto valere il principio della priorità della sicurezza sul profitto, valorizzando il ruolo delle Rsu e degli Rls e Rlst. La gravissima emergenza sanitaria doveva essere gestita tutti insieme: con l’intesa del 14 marzo, fortemente voluta dalla Uil, abbiamo offerto ai lavoratori e al Paese uno strumento, giusto ed efficace, di tutela e salvaguardia della salute. Dall’ingresso nei luoghi di lavoro ai processi di sanificazione; dai dispositivi di protezione individuale alla gestione degli spazi comuni; dall’organizzazione aziendale agli orari di lavoro; dalla gestione di una persona sintomatica in azienda alla sorveglianza sanitaria. Quel Protocollo ha messo insieme una serie di regole che hanno determinato un’omogeneità di trattamento in tutte le realtà produttive e che hanno ribadito, in linea con le disposizioni governative già attuate in quei gior ni, il diritto alla sicurezza e alla salute e l’effettiva fruizione di quelle prescrizioni.

 

Successivamente, ci sono stati ulteriori aggiustamenti e altre intese: il tutto, ovviamente, rigorosamente, in videoconferenza…

Sì, qualche settimana dopo, siamo dovuti intervenire per rivisitare l’elenco delle attività produttive indispensabili. Inoltre, il 24 aprile, abbiamo condiviso un altro documento, per garantire un efficace adeguamento del Protocollo del 14 marzo. Si trattava di assicurare una graduale ripresa delle attività produttive e dell’economia del Paese, nel rispetto della sicurezza e della salute dei lavoratori, dei pensionati e di tutti i cittadini. Va detto, poi, che analoghi Protocolli sono stati sottoscritti per i lavoratori del pubblico impiego e accordi sono stati fatti anche per realtà professionali più specifiche.

 

E poi ci sono stati tanti cambiamenti, tanti eventi pubblici annullati e tanti altri svoltisi solo con l’ausilio delle moderne tecnologie, che hanno mitigato le conseguenze dell’indispensabile distanziamento sociale. Che effetto ti ha fatto, ad esempio, il Primo Maggio senza la piazza?

Un Primo Maggio con le piazze vuote e con un silenzio tanto assordante non si era mai visto. Forse, però, mai come quest’anno, questo evento si è impresso nella mente e nei cuori di tutti noi per una voglia, più forte di sempre, di partecipare e di sentirsi insieme. È vero, gli strumenti tecnologici e mediatici sono stati utilizzati fino all’inverosimile, per sopperire al necessario distanziamento e per far percepire ancora più chiaramente la presenza del mondo del lavoro. In mancanza del tradizionale comizio, che quest’anno si sarebbe dovuto svolgere a Padova, ho trascorso l’intera giornata nella sede nazionale del Sindacato di via Lucullo. Tra interviste, collegamenti e messaggi agli iscritti, abbiamo cercato di far sentire la vicinanza della nostra Organizzazione alle lavoratrici e ai lavoratori, alle pensionate e ai pensionati, alle giovani e ai giovani.

 

La pandemia ha messo a nudo tanti nostri ritardi. Tu hai fatto molte proposte. Puoi ribadirle?

La Uil ha proposto di ridisegnare, tutti insieme, un nuovo Paese, fondato sulla solidarietà e lo sviluppo. Bisogna farlo in fretta, perché tutto il mondo è stato colpito e chi ne uscirà prima, più velocemente e con le idee più chiare avrà un ruolo importante nel prossimo futuro. Chi si attarderà, perderà posizioni e occupazione. Dobbiamo costruire un nuovo modello di crescita per la nostra società e ritrovare le condizioni per lo sviluppo economico, dando speranza ai nostri giovani e certezze ai lavoratori e ai pensionati. Occorre puntare sullo sviluppo, partendo dal sociale, dai servizi alle persone e dalle produzioni strategiche. Dipende solo da tutti noi, se da questa vicenda ne usciremo meglio o peggio di prima. Insieme, giovani e anziani, dobbiamo percorrere una strada che conduca al rilancio dell’economia, che non può essere solo un’economia di mercato, ma deve essere fondata sulle capacità dei nostri giovani, sull’innovazione, la digitalizzazione e il made in Italy. Noi vogliamo fare la nostra parte. Siamo pronti a discutere con tutti.

 

In questi ultimi mesi hai proposto un Patto per il Paese. Qual è la tua idea?

La Uil ha indicato la strada di un Patto per il Paese che coinvolga le Istituzioni, i soggetti politici e le parti sociali in una sorta di rinnovata fase costituente. C’è bisogno di questo impegno collettivo per ripartire e per puntare alla crescita, governando i cambiamenti necessari, resi ancora più evidenti dalla crisi sanitaria. Il Paese va ridisegnato. Noi crediamo che occorra perseguire questo obiettivo, tutti insieme, se vogliamo uscire dal baratro in cui la pandemia ci ha fatto precipitare. Qualunque altra proposta sarebbe riduttiva. Dobbiamo avere un’idea sul progetto di Paese che vogliamo realizzare, nella sua struttura essenziale e complessiva. Noi temiamo che molte imprese non ce la facciano a superare questa crisi: c’è il rischio che tante attività spariscano e che, con esse, troppi lavoratori possano perdere il proprio posto. Il lavoro nero potrebbe aumentare e i salari, insieme ai diritti, diminuire. In particolare le donne, da questa emergenza, potrebbero uscirne più povere. Bisogna evitare che tutto ciò accada.

 

In uno degli ultimi Esecutivi della Uil, svoltosi in videoconferenza, la tua idea è stata condivisa da tutti. In quella circostanza, hai chiesto anche un impegno specifico su questo fronte…

Sì, ho chiesto alle categorie, in particolare a quelle dell’industria e dei servizi, di predisporre uno studio per capire su quali attività produttive potrà fondarsi e prosperare una nuova economia, che valorizzi il lavoro e crei benessere. L’auspicio è che anche tutte le Associazioni imprenditoriali possano condividere questo percorso, a cominciare dalla ‘nuova’ Confindustria. Peraltro, noi chiediamo che non si abbia a riferimento il solo profitto. La sanità, i trasporti, la scuola e le stesse pensioni non possono essere condizionati da logiche di mercato. E poi, una volta per tutte, bisognerà dire basta al potere limitante della burocrazia, valorizzando piuttosto il lavoro pubblico. Né le nostre scelte dovranno dipendere dalle ideologie. Il Mes senza condizioni, ad esempio, dovrà essere accettato, perché mai riusciremo ad avere a disposizione 36 miliardi per ristrutturare, con efficacia, un settore fondamentale per la nostra esistenza come quello della sanità.

 

A proposito di Confindustria, a maggio c’è stata anche l’elezione del nuovo Presidente, Carlo Bonomi. I vertici dell’Associazione di viale dell’Astronomia hanno lasciato intendere che punterebbero a una revisione del sistema contrattuale. Qual è la tua opinione?

La migliore risposta all’ipotesi di riforma del sistema contrattuale prospettata dal neo Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, è rappresentata dai contratti che abbiamo sottoscritto in quest’ultimo periodo. Penso, in particolare, a quello del settore alimentare che, però, guarda caso, non è stato condiviso proprio dalla Federalimentare. In sostanza, credo che sia più utile concentrarsi sul rinnovo dei contratti, molti già scaduti, altri in scadenza. E questo vale per tutti i settori, a cominciare dal pubblico impiego. Piuttosto, ci sono altri problemi che andrebbero affrontati, come ad esempio quello di una più puntuale regolamentazione dello smart working, strumento rivelatosi efficacissimo in questa fase critica, e quello della riduzione dell’orario di lavoro nelle realtà in cui il consolidamento dell’innovazione tecnologica sta determinando il rischio di un ridimensionamento della base occupazionale. In questi casi, piuttosto che fare cassa integrazione o addirittura licenziare, noi abbiamo proposto che si redistribuisca l’orario tra tutti i lavoratori coinvolti, a parità di salario o, nel caso di aumento della produttività, con un incremento dello stesso salario.

 

Per concludere e tornando alla proposta di un Patto per il Paese, possiamo dire che il nuovo modello di sviluppo non potrà essere la fotografia di quello vecchio, troppo timido e ancorato a prudenziali logiche di austerità. È così?

Esatto. I lavoratori dipendenti e i pensionati hanno già fatto i loro sacrifici e l’economia nel suo insieme non ne ha tratto alcun vantaggio. In questo quadro, proprio per evitare gli errori del passato, il punto di partenza dovrà essere una riforma fiscale, la madre di tutte le riforme, capace di redistribuire la ricchezza, in coerenza con un progetto di rilancio alla base del Patto per il Paese. La nostra economia sconta la più alta evasione a livello europeo, oltre 110 miliardi annui. Al contempo, il carico fiscale più alto ricade sulle spalle di lavoratori dipendenti e pensionati che, insieme, contribuiscono a versare all’erario, secondo i dati Mef sulle dichiarazioni 2019, il 95% del gettito netto IRPEF. Noi sosteniamo che il costo della crisi non possa essere pagata sempre dagli stessi contribuenti. In estrema sintesi, ci impegniamo a proporre le linee essenziali di un manifesto per dare un contributo a risolvere i problemi dell’Italia e a garantire equità sociale e sviluppo, in un contesto di autentica democrazia. Per trovare soluzioni, conta ciò che scaturirà dal dialogo e dal confronto con tutte le parti sociali, le forze politiche e le Istituzioni. La Uil è pronta ad avviare questo percorso.

 

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