14 punti di riflessione per un modello di scuola che guardi ad un nuovo umanesimo
DICEMBRE 2019
Sindacale
14 punti di riflessione per un modello di scuola che guardi ad un nuovo umanesimo
di   Pino Turi

 

Un nuovo umanesimo che ancora non c’è e che bisogna trovare

Leggendo il patto sulla fabbrica proposto da CGIL, CISL e UIL, ci sono venute alla mente alcune considerazioni che vogliamo lasciare al dibattito interno ed esterno alla UIL, pensando di non essere detentori di verità, ma di dubbi. L’approccio del documento è di un neo liberismo che fa pensare solo alla privatizzazione come unico modello di sviluppo di una società che, a mio parere, invece deve assumere una visione più larga. Non si può ridurre la visione della vita umana al lavoro, al profitto, alla produzione. Occorre un neo umanesimo da opporre al neo liberismo. Non si può considerare il genere umano come una risorsa economica. La scuola è il luogo dove questo neo umanesimo si costituisce e si diffonde, anche nell’ambito delle nuove tecnologie, che non vanno criminalizzate ma gestite ed utilizzate in funzione di un ulteriore benessere sociale. Un ruolo che la costituzione delinea e che va preservato in autonomia e in libertà. Una scuola condizionata e ancillare sicuramente non potrà affrontare, serenamente, i problemi che sono nell’agenda dei riformisti.

 

Il compito della scuola e dell’istruzione: educare alla democrazia

La scuola a cui veniva chiesto di affrontare la sfida della promozione sociale, sta subendo un progressivo screditamento in funzione dei desiderata del mercato del lavoro. Nella società della conoscenza - dove la promozione delle nuove tecnologie ha sostituito il pensiero - la scuola ormai rischia seriamente di diventare lo strumento di legittimazione di una nuova divisione sociale che favorisce le ineguaglianze allontanandosi, così dalla sua originaria mission, almeno di quella che ci chiede la nostra Costituzione: la scuola è prima di tutto il luogo dove si costruiscono i legami sociali, in cui si interagisce, si sperimenta e si vive la democrazia.

 

La scuola come formazione delle ‘risorse umane’

Pensare di creare-una-risorsa-umana significa dimenticare, tralasciare progressivamente l’aspetto educativo che nel suo significato originario di educere mira a tirare fuori ciò che è già nella persona, attraverso la persona stessa. Invece, la persona trasformata in risorsa plasmata sulla base dell’utilità esterne, magari per l’impresa, induce all’indottrinamento, con grave pericolo per la democrazia. La risorsa umana prevarica i diritti umani, per diventare una merce economica che deve essere disponibile. Una concezione che non conosce altro diritto, civile, politico, sociale, sindacale o culturale, dal momento che è considerato un costo finanziario per l’impresa che va ridotto fino ad essere eliminato. Il diritto ad esistere, il livello di vita e di reddito, dipendono dall’efficienza e dalla redditività. La risorsa umana deve dimostrare di essere impiegabile, produrre reddito. Il che configura il diritto al lavoro in funzione del dovere di essere produttivo e quindi impiegabile. Sarebbero le famose politiche attive del lavoro, che vedono l’istruzione e la scuola come funzionali alla impiegabilità che, peraltro, deve durare tutta la vita (formazione continua lungo tutta la vita). Occorre cioè, preservare il rendimento del capitale umano: il lavoro smette di essere un soggetto sociale e diventa merce, anche nella terminologia pratica.

 

La scuola smette l’ambito del sociale della vita delle persone per abbracciare il mercato e i suoi modelli

Visto che il compito principale che il pensiero neo liberista tende ad assegnare alla scuola è quello di formare risorse umane, funzionali all’impresa, è facile abbracciare anche la logica mercantile e finanziaria che il capitalismo le impone per raggiungere le finalità che si concretizzano nel profitto: il modello di scuola è sempre più spinto verso il modello del mercato. Le innovazioni da esse introdotte, in contrapposizione ad ogni altra teoria economica, sono considerate un contributo al progresso dell’uomo e della società. Per la grande maggioranza delle élite economiche e politiche. L’attuale globalizzazione è figlia del progresso tecnologico. Opporvisi è insensato. Il ruolo principale dell’istruzione sarebbe quindi quello di dare alle nuove generazioni la capacità di capire i cambiamenti in corso e gli strumenti per adattarvisi. Si tratta di una tendenza che sta condizionando tutti i paesi sviluppati, con una marcata spinta verso l’individualismo tipico dei modelli neo liberisti, amplificato dai nuovi social media e da una propaganda politica capace di modificare e sostituire i valori di riferimento ideali. I politici, poi, sono pronti ad accettare che sia il mercato a decidere le finalità e l’organizzazione dell’istruzione. È ciò che ha caratterizzato anche il sistema scolastico Italiano con la recente riforma, quella della cosiddetta Buona scuola, che prende a riferimento modelli privatistici dell’istruzione. Riforma che ci ha visto, e ci vede ancora, in posizione antitetica per contrattaccare e proporre il modello della scuola costituzionale che i nostri antagonisti considerano obsoleto e frutto delle ideologie del Novecento.

 

L’istruzione e la conoscenza presentate come strumento di una competizione individuale per reggere la competizione mondiale.

Certamente nella società del nuovo millennio è necessaria una conoscenza che sia coerente con i tempi e con le nuove tecnologie, ma è proprio necessario trasformare la sfera educativa in un luogo dove si impara una cultura di guerra? Dove ognuno è per sé, per prevalere sugli altri considerati nemici da combattere, dove uno solo ce la può fare a raggiungere il successo e lo deve a scapito dei competitori? Si trascura e si delegittima così la cultura di vita che è vivere insieme agli altri, nell’interesse generale, tipico di una comunità coesa e solidale. Una sorta di pensiero unico che si è insinuato nella mente di politici, studenti, famiglie - e persino di qualche sindacalista - che hanno accettato questa cultura della competizione. Cultura che diventa negativa se messa alla base dell’educazione e dell’istruzione, che devono invece considerare l’individualità e la diversità degli alunni una risorsa, intesa come ricerca del talento di ognuno. Proprio la scuola ha questo compito di tirare fuori (appunto educere), valorizzando le capacità di ogni studente, piuttosto che privilegiare la selezione dei cosiddetti migliori.

 

Le premesse per la creazione di un nuovo proletariato: la subordinazione dell’istruzione alla tecnologia

In questo contesto, la classe dirigente, figlia del pensiero del Novecento, ha ritenuto la tecnologia una religione da non mettere in discussione, un dogma che la fa ritenere come il principale motore dei cambiamenti della società. Tale pensiero, interpretato in modo dogmatico, genera la tesi del suo stesso primato e dell’urgenza di adattarsi ad essa. Qualunque sia il campo di applicazione (l’energia, la comunicazione, la sanità, il lavoro, l’istruzione) domina la tendenza a considerare inevitabile e irresistibile ogni cambiamento economico e sociale legato alle nuove tecnologie.

 

Il sistema educativo come mezzo di legittimazione di nuove forme di divisione sociale

A credere alla tesi per cui è la tecnologia a determinare la fortuna delle economie, sovviene la memoria del passato per cui le società dei paesi sviluppati sarebbero passate dall’era industriale, fondata su risorse materiali e capitali fisici (la terra, l’energia, l’acciaio, il cemento, la ferrovia) all’era della conoscenza, ampliata dalle nuove TLC che creano sviluppo su risorse e capitali immateriali (i saperi, l’informazione, la comunicazione, la logistica).

 

Le nuove tecnologie e l’elettronica come nuova religione

La conoscenza e l’uso delle nuove tecnologie e dell’elettronica, diventa, così la risorsa fondamentale della nuova economia nata dalla rivoluzione multimediale, dalle reti digitali, dai loro derivati: l’«e-commercio», l’«e-trasporto», la «e-istruzione», l’«e-lavoratore». Abbiamo volutamente usato termini della nostra lingua italiana. L’impresa diventa il soggetto e l’azienda il luogo della promozione, organizzazione, produzione, valorizzazione e diffusione della conoscenza che conta. Nel mondo, si insinua un nuovo dogma di una nuova divisione sociale tra coloro che hanno accesso alla conoscenza che conta e quelli esclusi che non hanno accesso alla conoscenza che conta. Una divisione che si sostituisce alle disuguaglianze precedenti di accesso all’istruzione e all’alfabetizzazione di base. La conoscenza diventa il principale materiale di costruzione di un nuovo muro, il «muro della conoscenza»: le risorse umane nobili che si ritrovano intorno a nuove corporazioni professionali, che diventano di livello planetario. Quelli che elaborano e dominano gli algoritmi, le conoscenze che contano, ingegneri, informatici, filosofi, economisti e le risorse umane del popolo che non contano, quelle di operai e lavoratori dotati di competenze finalizzate alla produzione, un nuovo proletariato del capitale mondiale che le subisce.

 

Il pensiero unico

Su queste coordinate, si è costituito un vasto consenso dell’élite europea. Una sorta di pensiero unico tutto schiacciato sulla competitività e sul mercato, salvo vedere dopo venti anni che seguendo questi modelli, solo in pochi sono i vincitori e tanti, troppi, gli sconfitti. Un pensiero che ha contagiato il mondo dell’istruzione in Europa ed ora arriva nel nostro paese: il modello di scuola e di istruzione mutuato dal mercato che, con la competizione non ha nulla a che fare, anzi l’istruzione è fondata sul pensiero opposto, quello di includere e non escludere (come fa il mercato) i più deboli e dare pari opportunità. La scuola come funzione dello Stato e non come servizio a domanda.

 

La persona e lo studio come diritto universale

Pensare che la tecnologia sostituisca il pensiero e lo studio è velleitario, e sbagliato: gli Stati Uniti, il paese più sviluppato al mondo nell’ambito delle TLC, scontano un livello di istruzione particolarmente basso se è vero come è vero che i figli dell’inventore del microprocessore INTEL, Federico Faggin hanno studiato in un liceo di Vicenza, e non nelle scuole della Silicon Valley, dove il padre risiede e lavora, e poteva farli studiare tranquillamente.  La stessa ed analoga situazione si registra Gran Bretagna Si continua ad inneggiare alla digitalizzazione e si dimentica che lo sviluppo dei bambini è legato ad un bisogno umano di legami affettivi, confronti personali profondi anche con gli adulti, non sostituibili con decisioni che li possono privare di questi legami essenziali.

 

L’alternativa esiste: una politica educativa nuova fondata su valori antichi

Ci sono alternative e proposte per un’altra politica educativa. Il caso italiano ne è l’esempio: un sistema che proviene dai valori costituzionali, che mettono l’istruzione tra i compiti essenziali dello Stato, che deve garantire pluralismo, libertà ed una istruzione pubblica di qualità per tutti. Insegnare ed imparare il senso critico e la diversità come elemento di valore, costituisce la base di una scuola diversa, dove si impara a stare nella comunità con le proprie diversità, comprese quelle dei diversamente abili, degli extracomunitari che a loro volta portano contributi in esperienze e dialogo. Usi e costumi diversi sono fonte di insegnamento e crescita collettiva. Questo significa che lo scopo primario del sistema educativo è forgiare un cittadino che impari a riconoscere l’esistenza dell’altro, del diverso, come base fondamentale della propria esistenza e del vivere insieme. La biodiversità che rende il nostro paese forse unico al mondo, la troviamo anche nel sistema sociale e nella scuola che, unica al mondo, ha integrato anche i ragazzi diversamente abili e i minori di altri paesi, con una legislazione unica ed avanzata: hanno diritto, oltre che dovere di frequentare la scuola, anche i bambini extracomunitari non accompagnati. Una scuola comunità che abbiamo ereditato dalla nostra costituzione e che si presenta unica per integrazione. Una biodiversità sociale che ci impone di non fare troppi paragoni con altri paesi, anche europei, e di liberarci della sindrome esterofila e dei modelli importati, che non considerano storia ed identità.

 

La scuola comunità educante

Si tratta di dialogare, direttamente, da persona a persona. Vuol dire apprendere la centralità dell’alterità nella storia delle società umane, nate dalle tensioni creatrici e conflittuali tra l’unicità e la molteplicità, l’universalità e la specificità, il globale e il locale. Dialogare significa anche apprendere la democrazia e la vita, la solidarietà, la capacità di riconoscere il valore dei contributi al vivere insieme di tutti gli esseri umani, anche di quelli che i criteri di produttività e redditività considerano poco qualificati e da eliminare. È partendo da questo principio generale che una politica dell’istruzione basata sullo sviluppo, la salvaguardia e la condivisione del bene comune può utilizzare le conoscenze e i saperi in funzione di uno sviluppo mondiale, solidale sul piano economico, ma efficace sul piano sociale e democratico. Le regole neo liberiste impongono la misurazione di tutto. Nulla serve se non ha un valore misurabile, anche ciò che non lo è per evidenti ragioni che si vogliono ignorare. Così, seguendo come modello il mercato, si sono introdotte, attraverso teorie econometriche, la standardizzazione e i test con la pretesa di misurare il grado di apprendimento degli studenti, fino ad arrivare alle graduatorie di merito che fanno la felicità dei media e dei politici nostrani.

 

Un nuovo umanismo vs neo liberismo

La priorità nella formazione, a nostro parere, deve essere invece  in funzione di un nuovo umanesimo che - con l’istruzione, i saperi e le competenze - generi cittadini che possano godere di pari condizioni e condividano il benessere che le nuove tecnologie porteranno in termini di valore aggiunto, da utilizzare come dividendo dell’economia sociale, dell’economia solidale, dell’economia locale, dell’economia cooperativa e non di soli profitti per gli azionisti privati che dalla competizione sempre più spinta creano differenze sempre più marcate tra chi possiede e consuma e chi, invece è povero. I poveri sono aumentati in maniera insostenibile in questi venti anni di competizione che se pure porta alla crescita del PIL, questo resta nelle mani di pochi. Quindi una scuola che dia conoscenze e non solo competenze spendibili con l’ausilio delle nuove tecnologie, anche il prossimo secolo si presenterà con una discriminate tra che è istruito ed è portatore di una conoscenza che conta, rispetto ad una che non conta.

 

Essere sindacato dei cittadini

Alla distanza, senza una situazione economica che garantisca equità nella distribuzione del reddito, che si ostini a non considerare le ragioni del nuovo umanesimo che guarda alla cooperazione, interna ed esterna con le altre comunità, regioni e popoli del mondo, ed imbocca la strada che nel Novecento portarono guerre e povertà diffusa, ben difficilmente si potranno raggiungere livelli di benessere collettivo. Lo Stato deve ritornare ad essere garante dei valori di solidarietà e di giustizia sociale che hanno portato nel Vecchio Continente al welfare state, in contrapposizione al modello attuale di appropriazione privata, anche delle conoscenze, per metterle al servizio del bene comune che assicuri a tutti il diritto alla vita. È caduto il muro di Berlino e con esso l’utopia comunista. Il capitalismo non ha portato equità e benessere. Ora si contano i danni sociali. Resta in gioco la democrazia. Gli stessi riformisti, che sono ben presenti nella UIL, devono contribuire definire l’orizzonte culturale di questo nuovo umanesimo, mettendo in moto le idee e sostenendole con coraggio. Si tratta della democrazia e della libertà che senza la giustizia sociale non esiste. Non scherziamo!

 

 

*Segretario Generale Federazione Uilscuolarua

 

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