I nuovi obiettivi U.E. per una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva
Nella riunione del 25 - 26 marzo 2010 il Consiglio Europeo ha fatto propria il documento “Europa 2020” messo a punto dalla Commissione Europea sotto la guida di Josè Manuel Barroso, testo che propone agli Stati membri “una strategia per una crescita, intelligente, sostenibile ed inclusiva”.
I termini stessi di sintesi del documento (che dovrà essere sottoposto per la formale adozione al vaglio del vertice dei Capi di Stato del prossimo mese di giugno) contribuiscono a chiarire gli indirizzi strategici lungo i quali l’Europa intende muoversi nel prossimo decennio, che si estrinsecano in 5 obiettivi delineati nella loro precisa “quantificazione”:
- il 75% delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni deve avere un lavoro;
- il 3% del PIL della Ue deve essere investito in Ricerca e Sviluppo;
- i traguardi 20/20/20 in materia di clima/energia devono essere raggiunti;
- il tasso di abbandono scolastico deve essere inferiore al 10% ed almeno il 40% dei giovani deve essere laureato;
- 20 milioni di persone in meno devono essere a rischio di povertà.”
Non c’è dubbio che nel travaglio tuttora in corso della crisi economico finanziaria, gli obiettivi rimangono molto ambiziosi e di complesso raggiungimento. Le sette “azioni” proposte per “catalizzare i progressi relativi a ciascun tema prioritario” puntano in alto giudicando questa ambizione l’unico modo per recuperare i ritardi accumulati in questi anni rispetto alla “strategia di Lisbona” e per rimediare, anche secondo criteri di equità e solidarietà rispetto alle aree ed alle fasce di popolazione più svantaggiate, ai danni inferti da due anni di crisi alla base occupazionale, alla struttura produttiva, ai bilanci pubblici ed alle potenzialità finanziarie e tecnologiche del Vecchio Continente.
Sul piano più generale si pone un grande interrogativo. Viene da chiedersi cioè se, pur nella indubbia loro rivisitazione rispetto ad una “strategia di Lisbona” giudicata “troppo complessa” dallo stesso Barroso e proprio per questo fallita (una strategia che si riproponeva di fare dell’Europa del 2010 l’area più competitiva del mondo), i nuovi obiettivi siano effettivamente perseguibili. In particolare si pone il problema della criticità di una reale capacità di allineamento di tutti i 27 Paesi (con diversi gradi di sviluppo, condizioni di deficit e debito, diversità di struttura sociale e produttiva).
Saranno sufficienti le proposte di miglioramento e di rafforzamento degli strumenti di “governance” (iniziative faro, orientamenti, relazioni e valutazioni integrate, raccomandazioni etc.) a favorire la effettiva collaborazione dei singoli Stati al raggiungimento di questi obiettivi?
L’interrogativo resta d’obbligo, considerato il fatto che proprio i devastanti effetti della crisi economico finanziaria mondiale hanno contribuito a rendere ancor più vistosa l’assenza di una vera “Europa politica” capace di garantire una unitaria politica economica di sostegno al nuovo sviluppo, nonché l’insufficienza dell’azione di istituzioni monetarie (vd. BCE) preposte all’obiettivo primario ed esclusivo di un controllo antinflazionistico. In buona sostanza agli Stati restano solo le politiche fiscali e quelle del mercato del lavoro per sostenere nuovi ritmi di crescita. E ciò, nella nuova condizione di ancor più agguerrita competitività tecnologica, non è più sufficiente: i segnali di ripresa post crisi dimostrano già ora una diversa capacità di accelerazione della crescita delle economie asiatiche, favorite oltretutto dalle diverse condizioni dei mercati del lavoro.
Su un piano più specifico, per quanto riguarda l’iniziativa più vicina ai nostri interessi, risulta oggettivo che la maggiore integrazione tra risorse destinate ad innovazione e risorse destinate a ricerca scientifica finiranno per rendere più plausibile l’obiettivo del 3% medio al 2020 (ma era il 3% anche l’obiettivo proposto al 2010 per la vecchia strategia!).
A preoccupare, e fortemente, è la condizione dell’Italia in questo contesto. Il nostro Paese presenta infatti già oggi una distanza più che doppia rispetto alla spesa effettiva attuale della UE per R&S (1,00% contro il 2,2%). Ancor più distante è il livello di spesa delle imprese private. A reggere, almeno parzialmente, è solo il livello di spesa pubblica, in particolare di Università ed Enti Pubblici di Ricerca. Da tempo avevamo “abdicato” rispetto all’obiettivo, per noi impossibile, del 3%.
Concentrandoci in questa direzione possono essere formulate alcune sintetiche considerazioni. Il documento “Barroso” non solo indica i settori prioritari di intervento per “completare lo spazio europeo della ricerca” (sicurezza energetica, trasporti, cambiamento climatico ed uso efficiente delle risorse, salute ed invecchiamento, metodi di produzione e pianificazione territoriale ecologici, rafforzamento della pianificazione congiunta con gli stati membri e le regioni), ma punta l’indice su 3 elementi critici sui quali dovrebbe concentrarsi l’attenzione della nuova strategia UE per il rilancio della ricerca e dell’innovazione nei singoli Stati:
- il superamento delle carenze di investimenti privati per Ricerca e Sviluppo;
- la necessità che la spesa pubblica e le “commesse pubbliche” tornino a dare l’opportuno vigore all’ economia della conoscenza;
- la necessità che Ricerca ed Innovazione siano considerate in maniera più “integrata” rendendo così più “intensa” la capacità di investimento finanziario complessivo e più efficienti ed efficaci politiche e strumenti di trasferimento tecnologico e di diffusione delle nuove tecnologie, nell’industria come nei servizi.
Non vi è alcun dubbio che tale documento (ed ancor più le finali decisioni politiche del prossimo giugno) potrà (e dovrà) costituire uno stimolo di fondamentale importanza per una politica di ricerca scientifica e di innovazione tecnologica che in Italia continua a….”sonnecchiare”.
Sono significativi tre elementi: spendiamo una parte sempre meno consistente del PIL per R&S; l’impegno privato continua ad indebolirsi, ma le imprese continuano a chiedere aiuti e sostegni pubblici automatici e senza controllo; le risorse europee (PON- POR, Programma Quadro) risultano essere le uniche risorse “aggiuntive” disponibili, mentre la crisi ha imposto pericolose rimodulazioni di spesa ed aumentato le difficoltà ed i ritardi.
Ed è ancor più significativo che la proposta di nuovo Programma Nazionale della Ricerca 2010-2012 si collochi temporalmente in modo “sfasato” sia rispetto alla programmazione UE 2007- 2013), sia rispetto alla formulazione della nuova strategia UE. Allo stato attuale, nel documento del PON 2010-2012 è infatti assente qualsiasi riferimento alla strategia delineata in Europa 2020, così come manca (e questo è ancor più grave) qualsiasi indicazione concreta sulla spesa, anche rispetto all’obiettivo prefissato al 2012 di portare l’ attuale 0,576% del PIL destinato alla ricerca al modesto (ma per noi anche ambizioso) 0,65%. Ed è su questo che si sta concentrando il difficile dialogo tra il Ministro Gelmini ed il Ministro del Tesoro.
In allegato il documento
EUROPA 2020: Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusive