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INTERVISTE
A colloquio con Aldo De Jaco † (*)
I consensi
al progetto culturale dell’UNS® sono in forte crescita, eppure, appena
qualche anno fa, ben pochi credevano nella possibilità di rilancio di
una iniziativa sindacale degli scrittori e degli artisti... Tu hai interpretato decenni di sindacalismo culturale; per comprendere la realtà attuale dell’UNS® forse è bene fermarsi un momento a guardare indietro... La storia del sindacalismo culturale è costellata di passaggi significativi ma anche di crisi profonde. A partire dalle origini, sul finire della guerra, quando gli scrittori erano sottoposti ad una particolare forma di angoscia: quella di non aver fatto abbastanza contro il fascismo. Così gli intellettuali dell’epoca, nel ricercare la bandiera giusta per ripararsi dagli orrori del passato, hanno trovato la sinistra. Fu Di Vittorio, segretario della CGIL, a suggerire agli scrittori di organizzarsi in un proprio sindacato. Era tanto il prestigio dei sindacati, che gli scrittori furono lieti di inventarsi il proprio. Quali attività svolgeva a quell’epoca il sindacato degli scrittori? Desiderosi di schierarsi a sinistra ed ammirati della potente forza dei lavoratori, gli scrittori, o almeno un gruppo di essi particolarmente amanti della democrazia, vollero “sindacalizzarsi”, riuscendoci però solo formalmente mentre nel concreto vigeva ancora fra loro l’imperio dei salotti (come il salotto di casa Bellonci) e degli editori di origine più o meno progressista (come Einaudi, Feltrinelli ed altri). In questi ambienti il sindacato scrittori – e non c’è da meravigliarsene – decadde rapidamente e si limitò a far da formula in pro di certe imprese e di certi scontri, come per esempio nella diatriba sui premi letterari che vide Calvino rifiutare un premio di due milioni e incamerarselo invece il segretario del sindacato scrittori Bigiaretti, per una designazione che proveniva dal salotto Bellonci. A questo eravamo arrivati quando la generazione degli scrittori quarantenni alfine scoprì il Sessantotto. Tu quando aderisti al sindacato? Fu Bernari che per primo mi raccontò dell’esistenza di un sindacato
degli scrittori chiedendomi di firmare la domanda d’iscrizione dato
che Vittorini mi aveva appena pubblicato nei “Gettoni” i racconti de
“Le domeniche di Napoli”. Parlaci della svolta del Sessantotto... Era il 1969, per la precisione; incontrai il poeta Gianni Toti e Gianni
mi disse di andar con lui perché si doveva far la rivoluzione nel
sindacato scrittori “controllato” da Libero Bigiaretti. La lotta durò
un paio di congressi e vi parteciparono un po’ tutti, io compreso. A partire da quale momento hai assunto un ruolo attivo nella gestione del sindacato? Da quella fase di lotta di cui ho parlato uscirono non uno ma ben cinque segretari pari grado che se ne andarono a fare ciascuno il segretario nella sua città (per la cronaca Milano, Roma, Modena, Lecce e Agrigento), con una funzione di “primus inter pares” per il sottoscritto che aveva il merito – e non altro – di abitare a Roma, non molto lontano da via dei Sansovino, sede sociale del sindacato. Così mi ritrovai quasi fatalmente ad essere segretario generale. Ma una domanda a questo punto si pone: l’ha poi cambiato davvero il suo volto, il sindacato scrittori, dopo il rivolgimento del ‘69? Credo proprio di sì, smettemmo di avere a che fare coi salotti ed
orientammo il sindacato verso un campo di attività che realmente gli
apparteneva: quello di rappresentare la categoria – attraverso la
raccolta di firme, per esempio – quando si trattava di prendere
posizione per qualcosa, dalla difesa della pace alla difesa della
cultura. L’altro momento qualificante della tua attività di quegli anni è rappresentato dall’apertura di un rapporto fra gli scrittori italiani e i paesi dell’Est. Oggi, nel clima comunitario della Unione europea, si comincia a rivalutare l’importanza di quell’esperienza...
Non c’è dubbio. Tuttavia io
non intendo assolutamente sopravvalutare la mia iniziativa. Se un merito
c’è stato da parte mia, è di aver capito la realtà delle cose, non
di averle inventate. Sembra che oggi stia maturando un clima culturalmente più vivace. Gli intellettuali tornano a interrogarsi sul loro ruolo, un po’ ovunque si registrano sintomi di un rinnovato interesse per la cultura… in un’atmosfera del genere, quali sono le prospettive dell’Unione Nazionale Scrittori e Artisti®? A dire il vero, in questo momento sono molto ottimista circa il futuro dell’UNS®. Perché sarebbe assurdo non esserlo nel momento in cui l’azione degli uomini liberi, che combattono per le cose in cui credono, si va generalizzando. Prendi il fenomeno del volontariato… se diventa un modo di essere degli italiani, perché dovremmo rinunciare proprio noi, che siamo sempre stati animati da una stessa carica ideale? Naturalmente so benissimo che il nostro impegno non ci ha dato la forza di sventolare grandi bandiere, ma ci ha dato, se non altro, la convinzione che, in campo culturale, è giusto che vi sia qualcuno che si mette dalla parte dei valori da difendere. Noi dobbiamo vedere l’Unione Nazionale Scrittori e Artisti® come una forte organizzazione, che può raccogliere una pluralità di consensi sulla base di una lotta generale della cultura dalla parte del rinnovamento del paese. Certo, però, non avrebbe alcun senso un sindacato degli scrittori e degli artisti che guarda al passato. Dobbiamo essere capaci di riconoscere l’esigenza di un cambiamento profondo… come c’è stato nel Sessantotto. Del rinnovamento in atto nella società italiana – se ci crediamo, ed io ci credo – può far parte anche la cultura. Un tempo certi scrittori avevano nomi che pesavano, non certo in termini economici ma in termini culturali, in termini di impegno per la libertà e la democrazia, il che non è cosa da raccontare soltanto come un ricordo del nostro passato, è anche qualcosa per cui battersi oggi. Sì, secondo me oggi è essenziale che si torni a queste lotte, perché altrimenti si manca a un dovere verso le nuove generazioni, e a che serve in questo caso una nostra organizzazione? Questo mi pare un punto fondamentale: il confronto intergenerazionale. Secondo me l’esigenza di gettare un “ponte” è assai avvertita... Nell’ultimo decennio non sono mancate voci significative, ma è la cultura a non dire nulla di nuovo, al punto che oggi finisci col conquistare una posizione soltanto se rinunzi alla novità del tuo impegno culturale. Tuttavia c’è una fase nuova nella vita del paese che vede protagoniste le nuove generazioni. E non mi si venga a dire che i giovani hanno smesso di scrivere! Certo, non saranno milioni, e tuttavia sappiamo che di pagine nei cassetti ce ne sono tante. Quello che manca è un canale editoriale che privilegi il talento, che attualizzi il tessuto della letteratura italiana… ci vorrebbe un Vittorini, insomma, e oggi non c’è. Tuttavia c’è la possibilità – e qui si gioca, a mio avviso, il futuro dell’UNS® – per organizzare le nuove generazioni, dargli un po’ di respiro, farle parlare, discutere, favorendo le nuove forme di dibattito. È in questa direzione che un sindacato rinnovato dovrà svolgere la propria funzione; non certo per gli scrittori della mia generazione – c’è stato un tempo anche per noi – ma per la generazione che oggi ha l’età che noi avevamo nel Sessantotto. Insomma, quello che occorre è un grande movimento culturale... Io, se vuoi – di fronte alle difficoltà obiettive del sindacato scrittori – ho la responsabilità di un’idea: quella che il sindacato non poteva agire da solo ma doveva far parte di un grande movimento. E qual era questo grande movimento? non c’è bisogno di andare lontano, per me rimane un punto fermo: la discussione e il confronto con i grandi sindacati di massa. Per questo sono grato alla UIL di aver accolto l’Unione Nazionale Scrittori e Artisti® all’interno del sindacato confederale. Si sta affermando la coscienza di una cosa assai semplice: che non basta lottare per il salario, è necessario lottare anche per la libertà della cultura, quella che una volta si chiamava la “battaglia delle idee” e che oggi sembra non esistere più. La cosa essenziale da comprendere è che c’è una politica culturale da svolgere proprio in quanto UIL, perché il mondo della cultura ha bisogno di una azione intelligente e impegnata da parte del sindacato: si tratta di porre sul tavolo del proprio interesse e della propria azione, oltre ai problemi del contratto, dell’orario, dello sfruttamento, anche quello della creatività (e, in genere, del sapere). La cultura è uno schieramento non perfettamente definibile di milioni di donne e di uomini che della cultura si occupano nella scuola, nelle biblioteche e negli altri istituti culturali, deli-neando un fronte sconfinato di consenzienti e/o di oppositori, secondo come gli organizzatori della società sapranno agire. (*) Aldo De Jaco† fu presidente dell’Unione Nazionale Scrittori e Artisti® |