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Italia: negati i diritti agli autori cinematografici e televisivi La SIAE, ente esclusivo del settore, non ha titolo statutario per salvaguardare gli autori. Il Governo liberalizzi il settore, i sindacati creino organizzazioni idonee.
E’ da tempo entrata in vigore, presso alcune emittenti televisive, l’uso di sottoporre alla firma degli autori contratti di lavoro che prevedono deleghe per cui cedono quasi tutti i propri diritti di autori. Non solo, ma la preferenza verso i format stranieri e la difficoltà di tutelare quelli degli autori italiani complica ulteriormente la vita degli autori che producono creatività e che scrivono. La necessità di tutelare gli autori richiede alle Organizzazioni Sindacali, in primo luogo alla UIL UNSA e alle organizzazioni CLACS CISL Arte e UGL Creativi, di attrezzarsi ai nuovi compiti cercando di contrastare la tendenza per cui le emittenti televisive e quelle telematiche cercano di acquisire prodotti privi di qualsiasi diritto – se non i loro – onde replicare e far ritrasmettere quei prodotti mediante qualsiasi diffusore (telefonini, web, satelliti o digitale terrestre, media di vecchia e nuova generazione). A tal fine la UIL UNSA non ritiene che si debba apprendere dai sindacati americani (che, come si ricorderà, hanno scioperato bloccando a lungo il settore produttivo cinematografico e televisivo) soltanto le modalità con cui è possibile organizzare la protesta. Ritiene piuttosto che sia necessario attivare in Italia le forme di organizzazione - da proporre agli autori – che prevedano la promozione del lavoro degli autori facendosi carico delle responsabilità connesse alla produzione delle opere. E’ necessario, infatti, salvaguardare i diritti morali e patrimoniali - per la parte di competenza - degli autori/artisti. Le attuali forme di tutela autorale, prevalenti in Italia, sono desunte dal mondo operaio, dal tipo di contrattualità in vigore presso le industrie e le aziende e risultano sempre meno rispondenti alle esigenze richieste per operare in ambiti quali quelli propri di un’economia della conoscenza.
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