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INTERVENTI
Il lavoro come valore.
Lavoro e integrazione sociale degli immigrati
Luigi Angeletti, Segretario Generale UIL
Il sindacato,
per la sua storia, per i principi di accoglienza e solidarietà
che gli sono propri, per i valori sociali e culturali, che lo
contraddistinguono, non ha mai considerato i lavoratori
immigrati come concorrenti nel mercato del lavoro. Ha sempre
impostato le sue politiche occupazionali distinguendo tra il
fenomeno dell’immigrazione, come fenomeno sociale e culturale,
con tutte le problematiche che non riguardano solo il mondo del
lavoro in senso stretto, e i lavoratori immigrati, come
tipologia nuova di lavoratori, portatori di diritti e doveri da
tutelare e di specifiche richieste sindacali.
La stessa
ricerca dimostra che occorre, a livello di analisi, separare gli
immigrati con regolare permesso di soggiorno e lavoro e chi,
vivendo in una situazione d’illegalità, è costretto a lavorare
in nero. Dove vi è un contesto di legalità non ci sono
situazioni di segregazione manifesta, di differenziazione di
trattamento, tali da risultare problematiche a livello sociale.
Pensare di
analizzare e comprendere a fondo il fenomeno migratorio, che sta
investendo l’Europa ed in particolare la società italiana,
soltanto da un’unica prospettiva è errato. La complessità stessa
del fenomeno fa sì che occorra portare la discussione a 360
gradi, è riduttivo vedere la questione dell’immigrazione
crescente soltanto legata al fenomeno della sicurezza sociale.
Un approccio a
questo fenomeno, ma non l’unico, può essere il lavoro, in quanto
è sia la principale motivazione che spinge gli individui a
lasciare la propria terra d’origine, sia perché il lavoro nella
nostra società, che ha un elevato livello di sviluppo
tecnologico tanto da determinare trasformazioni importanti nel
sistema economico globale, assume un valore aggiuntivo rispetto
a quello avuto nel passato e nelle società tradizionali. Nella
società il lavoro delle persone è un valore sia economico che
sociale importante e di conseguenza la quantità e la qualità del
lavoro sono elementi determinanti dei processi di mutamento non
soltanto sociali ma anche politici e culturali delle società.
In Italia il
fenomeno migratorio evidenzia la carenza di politiche organiche
relative al reclutamento e all’accoglienza. Di contro occorre,
invece, progettare e realizzare interventi coerenti e coordinati
sia sui piani della prassi, della legislazione, delle norme,
rispetto al processo migratorio che ha investito, sta investendo
e continuerà ad investire il nostro Paese e l’intera Europa. Va
sottolineato, però, che è una particolarità storica del nostro
mercato del lavoro quella di essere “opaco”, con grosse sacche
di lavoro sommerso; paradossalmente proprio l’immigrazione pone
in evidenzia una singolarità negativa del mercato del lavoro
italiano.
L’immigrazione
non è, contrariamente a quanto superficialmente si tende a
credere, un problema esclusivamente legato alla sicurezza, anche
se ne è un aspetto importante alla luce dei recenti sviluppi del
terrorismo internazionale e della crescente percezione che ha il
cittadino medio rispetto al livello di sicurezza nella vita
quotidiana. Nell’opinione pubblica, grazie anche ad alcuni mezzi
di comunicazione, si insinua l’idea dello straniero come
pericolo, come portatore di delinquenza e devianza, non capendo
che la diversità culturale è spesso ricchezza e crescita per
l’intera società.
La politica
delle quote degli ingressi, regolamentata dalla Legge Fini -
Bossi, non influisce in maniera determinante sui livelli di
sicurezza, di contro, invece, lo sbarramento burocratico risulta
essere una risposta inefficace ed inefficiente al problema ed
anzi una delle possibili cause del perdurare, se non
dell’aumentare, del fenomeno dell’ingresso clandestino, dello
sfruttamento.
Se
l’immigrazione ingloba problematiche diverse, anche gli approcci
alle possibili soluzioni devono essere ricercati su più piani
istituzionali e sociali, cercando il coordinamento tra le
diverse parti. E’ inappropriato che il Ministero degli Interni
stabilisca la quota annua degli ingressi, non tenendo conto
delle diverse variabili economiche, sociali culturali e
strutturali delle Regioni italiane. Nell’ottica del
decentramento di competenze, che sta investendo la struttura
amministrativa, politica e contabile dello Stato italiano,
sarebbe auspicabile demandare alle singole Regioni
l’individuazione del numero degli ingressi. Individuazione fatta
non soltanto tenendo conto del fabbisogno di manodopera per le
attività produttive, ma, anche, delle strutture e sovrastrutture
presenti nei territori e della possibilità di consentire ai
nuovi arrivati pari dignità di condizioni lavorative e di vita
per sé e per i loro famigliari. Vorrebbe dire, quindi,
progettare piani annuali o pluriennali per le quote di ingresso
concordate in rete con tutte le istituzioni sociali, politiche e
produttive del territorio: Regione, Enti Locali, istituzioni
scolastiche, organizzazioni sindacali ed associazioni di
categorie intorno allo stesso tavolo per valutare il reale
fabbisogno di manodopera, le possibilità di accoglienza e
l’impatto sociale e culturale nelle comunità locali.
Nello stesso
tempo si può affrontare in modo serio il binomio
sicurezza-immigrati, problema questo che dovrebbe prevedere la
collaborazione fattiva delle diverse polizie europee, essendo
coinvolti tutti i Paesi dell’Unione Europea. Come garantire la
legalità, come individuare e stroncare le vie dei commerci
clandestini e della delinquenza, che approfitta proprio della
condizione d’illegalità degli immigrati, sono risposte che in
parte possono essere date dalle moderne tecniche informatiche di
controllo dati ed investigazione. Sicuramente la quota degli
ingressi, stabilita a livello centrale, non è una risposta
fattibile e reale al problema della sicurezza e alla crescita
della micro e della macro criminalità.
Il fenomeno
migratorio necessita di serie riflessioni comuni su più tavoli
istituzionali e sociali. Chiunque pensi che nei prossimi decenni
il numero dei cittadini stranieri in Italia si stabilizzi, se
non addirittura diminuisca, immagina una realtà inattuabile,
sarà invece vero il contrario. Se l’immigrazione, nel nostro
Paese, è abbastanza elevata in periodi dove si registra una
bassa crescita economica, come oggi, è semplice immaginare cosa
potrebbe capitare se l’economia dovesse avere tassi di crescita
superiori a quelli attuali di due o tre volte, quali tensioni
sul mercato del lavoro si verrebbero a creare. Si potrebbe
verificare una situazione paradossale in cui l’espansione
economica troverebbe un limite dovuto all’insufficiente quantità
e qualità di lavoratori, grazie a quote di immigrazione male
calcolate. Ecco perché occorre una politica che gestisca la
questione migratoria non in modo burocratico e presa dalla paura
dell’equazione, per altro errata, migrazione uguale diminuzione
di sicurezza.
Ma nella
questione dell’immigrazione c’è un altro aspetto importante,
quello della convivenza di culture differenti, dell’integrazione
nella società di gruppi etnici diversi.
La presenza
stabile in Italia di una quota elevata di immigrati, portatori
di culture, lingue e religioni diverse, fa sorgere, a livello
socio-culturale, una serie di problemi che non si era abituati
ad affrontare, essendo la nostra una società di emigrazione,
abbastanza omogenea culturalmente e sicuramente per scelta
religiosa. Sono di grande attualità i temi della
multiculturalità, dell’interculturalità, della pluralità di
culture e della convivenza tra queste.
Ogni gruppo
etnico è portato a ritenere migliori gli apparati culturali,
valoriali e sociali nei quali è cresciuto e trova il senso della
propria identità personale e di gruppo. Ma gli stessi apparati
non sono rigidi e stabili nel tempo, i cambiamenti sociali e
culturali li modificano continuamente e proprio attraverso la
convivenza, la conoscenza, la vicinanza di più gruppi portatori
di culture diverse che la società cresce, si sviluppa e si
modifica. Nel processo di cambiamento culturale non funziona né
l’imposizione violenta dei comportamenti di una comunità
sull’altra né la relativizzazione dei costumi. Lo stesso
concetto di tolleranza, come afferma Marcuse, è una forma di
imposizione del punto di vista del più forte sull’altro, il
concetto, invece, è quello del rispetto all’interno di una
scelta culturale che rinvia a una forma di struttura di società
pluralista e liberale. Probabilmente il vero quesito che si sta
ponendo nella società italiana, ma in generale in tutta Europa,
è questo dell’integrazione degli immigrati e della conseguente
trasformazione che ciò porta alla struttura sociale, culturale
ed economica della nostra società. Questa è sicuramente una
sfida aperta che occorre gestire in maniera cosciente e
democratica.
Grazie
Milano 26 novembre 2004
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