Notizie ADN Kronos
Il tuo browser non supporta attività java

UIL Segreteria Generale
UIL HOME CERCA NEL SITO CHI SIAMO AGENDA SCRIVI ALLA UIL ARCHIVIO

E-mail segreteriagenerale@uil.it

INTERVENTI

Conferenza Nazionale CGIL

Investire nella sostenibilità lo sviluppo che vogliamo

Roma,  23/24 novembre 2004

Il convegno ha offerto spunti interessanti di riflessione, e normalmente non capita quando si affrontano questi argomenti in un dibattito sindacale. Voglio iniziare il mio intervento da un’affermazione del professor Sachs un’espressione dura ma molto bella, come lo sono, a volte, le frasi che contengono la verità: la civilizzazione dei paesi industrializzati è sostanzialmente incompatibile con la giustizia sociale o per meglio dire con la possibilità concreta di estenderla al resto del mondo. E’ credo un’affermazione che noi tutti condividiamo, che, spesso, ci ripetiamo, ma della quale trascuriamo un aspetto: quanto siamo responsabili di questo fenomeno, non in senso lato, non le classi dirigenti o il sistema capitalista, noi in quanto rappresentanti delle organizzazioni sindacali e, quindi, rappresentanti delle persone, dei cittadini che lavorano, vivono e consumano nel mondo occidentale.

Ci sono, ovviamente, molteplici esempi di questa impossibilità di estendere il nostro modo di vivere, i nostri livelli di consumo, il livello di consumo di energia in senso lato. Molto spesso c’è l’illusione che in realtà basterebbe ridurre un po’ gli eccessi per riequilibrare i consumi. Vedete è illusorio pensare che basti rinunciare ai cellulari o alla quantità d’acqua calda che noi usiamo tutti i giorni o all’energia che consumiamo per trovare una soluzione. Ieri, altro esempio che ci tocca molto più da vicino, ero a Torino per affrontare la questione di una delocalizzazione di un’azienda che verrà trasferita in Cecoslovacchia. Uno dei tanti casi che ci capitano tutti i giorni e continueranno a capitarci nei prossimi anni.  Per noi comporta la perdita di ricchezza, di posti di lavoro, di drammi sociali, per i cechi un piccolo modestissimo impercettibile miglioramento della loro condizione, un’operazione di riduzione delle distanze. Ma noi, ovviamente, pur comprendendo questa realtà ci comportiamo in modo tale che queste distanze non possano essere diminuite.

Altra affermazione sicuramente condivisibile, che ho ascoltato, è quella che per progredire sulla strada della giustizia bisognerebbe evitare di chiedere, ma cominciare a discutere di ciò che si dà. E’ evidente come sia illusorio pensare che possa essere il 10% della popolazione più ricca a donare o a ridurre il proprio livello di consumo, la propria ricchezza, la propria disponibilità, questa soluzione s’incontra e si scontra con la dura realtà. Il problema del rapporto tra il nord ed il sud del mondo, tra i Paesi ricchi e quelli poveri, tra quel 20% della popolazione mondiale che utilizza l’80% della ricchezza del mondo. E’ una questione molto difficile da affrontare e da risolvere, perché non esiste alcuna forza politica, nessuna forza sociale disposta a dire ai propri rappresentanti o alle persone che ipoteticamente rappresenta di accettare una riduzione più o meno graduale, più o meno equilibrata, più o meno giusta, più o meno razionale, ma pur sempre una riduzione, del loro standard di vita.

 Ho fatto questo ragionamento perché credo nell’esistenza del problema, del divario, della contraddizione, che esiste tra ciò che affermiamo e le politiche che concretamente poniamo in essere.Non nascondersi questa contraddizione non è di per sé sufficiente a risolvere il problema, ma è il primo passo per fare crescere la necessaria consapevolezza di quale politica adottare per risolvere questo drammatico problema, che tocca oggi l’umanità. Se, invece, continuiamo ad illuderci che noi, non gli altri, non i ricchi ed i potenti, abbiamo la soluzione per cambiare non faremo dei concreti passi in avanti; occorre prendere consapevolezza innanzi tutto della contraddizione da risolvere. Di contro, è assolutamente realistico pensare ad una visione del nostro futuro più concreta dal punto di vista economico e sociale, che sia in grado di prospettare delle soluzioni positive che rendano sul serio sempre più compatibile e sostenibile il progresso e lo sviluppo economico. Voglio fare anche qui degli esempi per chiarire il concetto. Quando nelle economie occidentali si è passati ad occupare nei settori terziari non il 30% o il 20% ma il 70% e l’80% della forza lavoro, riducendo la quantità di occupazione nell’industria - prima nell’agricoltura e poi nell’industria - questo ha reso un po’ più compatibile anche lo sviluppo economico nei Paesi industrializzati. Se noi avessimo continuato con il trend che c’era in Europa negli anni Settanta in termini di peso specifico delle produzioni industriali, quindi del consumo o dell’utilizzo hard delle materie prima, delle risorse naturali, probabilmente avremmo già oggi, nel 2004, un vero e proprio disastro ecologico in Europa. Forse non tutti sono a conoscenza che in Italia negli ultimi venti anni la quantità della flora e della fauna è aumentata del 20%, i boschi sono aumentati di due milioni di ettari negli ultimi venti anni, ovviamente anche per effetto dello spopolamento delle campagne e della conseguente urbanizzazione, ma anche perché è cambiata la tipologia dell’occupazione. Di fatto, il lavoro è sistematicamente aumentato nei servizi e conseguentemente si è avuta una riduzione dello sfruttamento delle materie prime. La stessa tecnologia ha cominciato, ad esempio, ad essere una risposta alla questione del disboscamento per la produzione della carta, perché le moderne forme di comunicazione, richiedono minore consumo di carta. Basterebbe fare delle scelte coerenti nell’utilizzo della tecnologia per dare delle risposte e per riuscire a far sì che ci sia sul serio un’economia più leggera. Nello stesso tempo è ovvio che dobbiamo fare tutto ciò che è possibile per ridurre la disparità tra i Paesi industrializzati e quelli non ancora industrializzati, non suggerendo o agevolando, anche culturalmente, il passaggio nella fase industriale perché è chiaro che questo non sarebbe concretamente possibile, non ridurrebbe le distanze e si correrebbe il rischio di creare dei disastri dal punto di vista ecologico. Quando noi parliamo di un modello di sviluppo sostenibile dobbiamo saper coniugare e sfruttare la risorsa della conoscenza, l’intelligenza umana, una materia prima illimitata cioè la capacità di conoscere dell’uomo di affrontare i problemi e trovare soluzioni alternative. Questa è la nostra vera frontiera, non l’accettazione di un’idea e di una politica che ci convinca, magari ispirata sostanzialmente dalla paura e dall’ansia del futuro, che l’unico modo per rendere lo sviluppo sostenibile, aumentare il livello di democrazia, di giustizia sociale nel mondo, sia bloccare lo sviluppo. Il modello europeo non può essere in qualche modo interpretato in questa chiave, sarebbe la sua fine.

Vedete e chiudo con alcuni dati, continuando con lo stesso tasso di crescita che c’è oggi tra le varie aree del mondo, l’Europa passerà dal produrre un po’ più del 20% della ricchezza mondiale a produrre poco più del 10% quindi ad essere quasi irrilevante, cioè 400 milioni di cittadini europei fra venti anni conteranno nell’economia e di conseguenza politicamente nel mondo quanto oggi conta da sola la Germania. Questa non è futurologia, con gli attuali tassi di crescita e di sviluppo che si hanno nelle varie aree del mondo questo sarà il risultato. Noi europei non dobbiamo accettare la gabbia della bassa crescita, dobbiamo, invece, essere capaci di sfruttare le risorse intellettuali, la conoscenza, la cultura che abbiamo accumulato per riuscire a dare alcune risposte. In conclusione bisogna pensare ad un modello di economia che cresca non distruggendo le risorse naturali, che sia compatibile con l’ambiente, ma anche un’economia che non sia incompatibile con il senso di giustizia sociale.

TORNA ALLA HOME