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INTERVISTE

Il Segretario della UIL: "Sembra che il Governo consideri il Pubblico Impiego
solo un costo"

Angeletti: negoziato anomalo, senza strategia

Roma - Non è una normale trattativa: Luigi Angeletti, segretario della Uil, considera "anomalo" il percorso finora seguito dal governo di Silvio Berlusconi per il rinnovo del contratto di lavoro del pubblico impiego ormai scaduto da quindici mesi.

Angeletti, cosa c’è che non va dal suo punto di vista?

"Dalle dichiarazioni e dall’atteggiamento del governo si evince la sua scarsa attitudine a svolgere un normale negoziato e ad avere una vera e propria strategia contrattuale, come fanno tutte le controparti che sono impegnate nel rinnovo di un contratto di lavoro scaduto".

Perchè addebita addirittura al governo di non avere una strategia per il pubblico impiego?

"Un contratto è sempre uno scambio. Ma probabilmente il governo non ha idea di quali sono le cose importanti per il datore di lavoro, che in questo caso è lo Stato, per esempio la produttività o la flessibilità o gli orari".

Secondo lei manca dunque la materia prima su cui ragionare?

"Mi sembra che il governo non abbia in testa una strategia. E consideri il pubblico impiego soltanto un costo, senza pensare anche alle possibili contropartite: sarebbe logico pensare di pagare qualcosa per ottenere qualcosa. Ovvero a fronte del riconoscimento di stipendi più alti ci potrebbe essere più efficienza per i servizi offerti dallo Stato".

Ma non c’è un dibattito abbastanza acceso in corso nel governo proprio sul contratto del pubblico impiego?

"Nel governo si parla di costi o di soldi che non ci sono. Viene evidenziato solo un problema di entità dell’aumento e quindi di risorse da trovare. Non si discute sullo scambio fra il salario da dare e le prestazioni da ricevere. Per questo motivo l’atteggiamento del governo è davvero anomalo".

Lei non sta dimenticando la distanza fra le richieste dei sindacati e l’offerta del governo?

"In qualunque negoziato le posizioni di partenza sono diverse e si tende a trovare l’accordo, cioè un compromesso, uno scambio nell’ambito delle soluzioni posssibili. Non è normale invece che si sviluppi soltanto un dibattito all’interno del governo e tutto centrato esclusivamente su quanti soldi si possono dare".

Questo è un punto importante, no?

"Ho la sensazione che il governo pensi di raggiungere l’accordo al proprio interno sull’entità dell’aumento e presenti poi questo accordo come non modificabile. Capirei invece che il governo sfidasse i sindacati ponendo un problema di qualità del lavoro in rapporto agli aumenti chiesti. Ecco perchè dico che non ci sono nè l’attitudine nè la strategia per trattare".

Ma le distanze per gli aumenti sono colmabili?

"Nel merito considero le distanze fra le posizioni dei sindacati e del governo non inconciliabili. Anche nel corso di un negoziato veloce queste si potrebbero ridurre".

A quali ipotesi lei sta facendo riferimento?

"Ciò che ha detto il vicepresidente del consiglio Follini mi sembra di buon senso. Secondo lui, il negoziato si può chiudere sulla base di un aumento pari a cento euro".

Lei dunque metterebbe la sua firma sotto i cento euro?

"Ho appena valutato le parole di Follini. Ma una proposta formale non è mai stata avanzata ai sindacati al tavolo delle trattative che in realtà non ci sono mai state".

Non trascura poi il no di Berlusconi e della Lega per un aumento di cento euro?

"Le diverse impostazioni esistenti all’interno del governo sono la testimonianza di una normale dialettica, ma Statali sono state rese pubbliche svuotando così il confronto con i sindacati. La discussione si apre e si chiude solo all’interno del governo. E la trattativa con i sindacati non c’è".

La Stampa, 30 marzo 2005

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