|
|
INTERVENTI
Solidarietà
sociale e coesione sociale: diritti e doveri
dei cittadini.
Roma,
8 ottobre 2003
Lo Stato
sociale è nato e si è sviluppato sull’onda di grandi
rivendicazioni sociali, tale processo ha di fatto obbligato i
ceti politici a misurarsi con bisogni e richieste sociali di
massa. Tra la popolazione sono cresciute le aspettative e si
sono, in conseguenza di ciò, realizzate fondamentali
conquiste in campo sociale, economico e politico. Questi
bisogni hanno influenzato l’azione politica di molti paesi
europei, connotandone i modelli politici ed economici. Quando
invece è prevalsa per motivi diversi una concezione dello
Stato assistenzialista si è realizzata una frattura tra i
diritti e i doveri. In relazione a tale frattura, allo Stato
sono demandate tutte le responsabilità sociali, questo ha
liberato il cittadino dalla necessità di avere un ruolo
attivo e partecipativo nella gestione della cosa pubblica. Si
è andato affermando un comune sentire, quasi un modello
culturale, secondo il quale nello stato assistenzialista tutto
è dovuto in forma gratuita a tutti. Si comprende come tale
situazione, oltreché impossibile da realizzare, porta gli
individui verso forme d’egoismo sociale, non si avverte in
sostanza la “cosa pubblica” come propria. Nascono anche da
questi atteggiamenti i fenomeni dello spreco, della scarsa
attenzione per tutto ciò che appartiene alla comunità. Si
crea nell’immaginario collettivo l’idea di uno Stato che
possiede ricchezze da elargire all’infinito. Il cittadino in
questa situazione, muovendo da un modello culturale
introiettato, non sente il bisogno di contribuire per la sua
parte al bene comune. Non è un caso quindi che in uno Stato
assistenzialista la coesione sociale sia molto bassa, si è
portati a pensare che nei momenti di crisi spetti soltanto
allo Stato trovare le soluzioni, uno Stato inteso quasi come
una divinità, e per questo amato e al tempo stesso odiato.
Spesso lo
Stato reagisce a questa situazione con provvedimenti che non
seguono né il buon senso, né la razionalità, come le
vicende di questi ultimi giorni sul tema delle pensioni
dimostrano, spesso anzi tali provvedimenti finiscono per
aumentare il deficit del bilancio pubblico, a cui segue di
solito un inasprimento della pressione fiscale, tagli alla
spesa pubblica, limitazioni dei servizi e delle prestazioni
erogate.
E’
anche in questo scenario politico\economico che si riattiva il
richiamo liberista che chiede a gran voce di smantellare lo
Stato sociale, accusandolo d’assistenzialismo improduttivo.
Se il
merito storico del liberismo è di aver rivendicato la libertà
individuale, di contro uno dei suoi limiti risiede proprio nel
rapporto tra individuo e società, rapporto questo che ci
rimanda anche nel secolo della globalizzazione, al bisogno di
appartenenza inclusiva, ed alla mai superata dicotomia comunità/società.
Nel liberismo, la società rispetto all’individuo è posta
in secondo piano. Ne scaturisce un’implicita postulazione
giusnaturalistica e astorica dei diritti di cittadinanza,
compresi quelli pertinenti alla gestione stessa della società
e dello Stato. In questa impostazione il diritto di proprietà
è esaltato come diritto di natura e nella società si
sviluppa una visione piramidale degli individui misurabile
solo in rapporto al concreto successo economico ottenuto. Si
attiva, quindi nelle società liberiste, la kantiana
distinzione tra cittadini attivi e cittadini passivi, dotati i
primi, perché proprietari, d’indipendenza e di capacità di
decisione politica, della quale però di fatto restano privi i
secondi in quanto subalterni e poveri. La concezione classica
di liberismo si afferma di conseguenza come effettivamente
discriminatoria.
Il
liberismo, legato ad un’idea individualistica della società
moderna, necessita di una struttura rappresentativa dello
Stato, di una democrazia prettamente politica, sostanzialmente
garante delle attività individuali extrapolitiche. L’anima
liberista è contraria alle innovazioni della democrazia ed
incline alla difesa rigida dell’autorità costituita e di
valori esclusivi. La storia ci ha mostrato come la politica
liberista non favorisca mai la richiesta di “nuovi
diritti”, che nascono dal cambiamento sociale, culturale ed
economico della società, ma osteggia i movimenti che ne sono
promotori e solidarizza con i movimenti che li combattono
apertamente.
Nello
Stato liberista, sul modello degli Stati Uniti, ad ogni
servizio dato dallo Stato corrisponde una specifica imposta,
che il cittadino deve pagare. Inoltre la qualità del servizio
dipende dal reddito individuale, così la sanità,
l’istruzione, la previdenza non sono forniti in maniera
uguale a tutti. Le persone più agiate, ad esempio, si possono
permettere un’assistenza sanitaria e previdenziale di alto
livello, i poveri sono lasciati per strada se non hanno una
piccola assicurazione. In questo tipo di società non è
difficile per l’individuo passare in breve tempo da una
condizione di sicurezza ad una totale marginalità.
E’
chiaro che in tali contesti sociali difficilmente si
sviluppano politiche volte alla solidarietà sociale e alla
crescita di una forte coesione sociale.
Forme di
solidarietà sociale esistono, però, anche nelle società
liberiste, paradossalmente all’interno della società stessa
vengono a crearsi strutture di solidarietà, che cercano di
rispondere alle mancanze dello Stato, aiutando chi ne ha
bisogno attraverso reti di solidarietà. Pensiamo ad esempio
alle associazioni di volontariato dove il cittadino cerca di
essere soggetto attivo nella gestione delle problematiche
sociali, affermando il concetto di solidarietà sociale tra i
membri di una comunità, aiuto e sostegno verso coloro che
hanno maggiori bisogni o che si trovano in uno stato di
precarietà economica e di marginalità sociale.
Attraverso
un’attenta analisi del fenomeno dell’associazionismo
politico e sociale anche nelle società occidentali del terzo
millennio, è possibile individuare le basi teoriche del
pensiero socialista del primo Novecento, dove la solidarietà
tra i lavoratori, ma più in generale tra uomini e donne, era
valore centrale. Una solidarietà tesa ad abbattere le
divisioni sociali, politiche, di razza, di sesso. In un
contesto socio-culturale, dove l’istruzione era un capitale
delle classi agiate, il pensiero laico-socialista fu diffuso e
propagandato da uomini e donne, che pur appartenendo a ceti
elevati, sentirono il bisogno di affermare una società più
giusta ed equa, in grado di offrire a tutti tutele, diritti e
opportunità.
Secondo
noi lo sviluppo di una società, sia esso economico sia
socio-culturale, è dato non dalla sommatoria delle singole
ricchezze, ma dalla diffusione delle forme di benessere. Un
modello d’uguaglianza, dove diritti e doveri, non sono
intesi però come sinonimi, né come omogeneizzazione delle
opportunità. La libertà economica è un fattore potente di
competitività, se allarga le condizioni di partecipazione e
inclusione. Lo Stato sociale ha diffuso forme di benessere tra
i ceti medi e gli operai, e il capitalismo ha evitato il
tracollo grazie proprio a questo processo di inclusione.
Credo che
partendo da questa analisi sia possibile individuare, lo
spazio per un rinnovato pensiero laico-socialista nella società
del terzo millennio, tenendo conto dei diversi scenari
economici, politici e sociali.
Le basi
teoriche del socialismo dei primi del Novecento sono ancora
valide poiché si rifanno a valori universali di solidarietà,
di giustizia sociale, di equa distribuzione della ricchezza
prodotta, d’uguaglianza tra i popoli. Occorre, però,
ridefinire i ruoli, le competenze e le responsabilità dello
Stato, dei cittadini e delle associazioni, siano esse
sindacali, politiche o di volontariato, in relazione al
modificarsi del concetto stesso di solidarietà sociale.
La sanità,
l’istruzione, il lavoro e la previdenza sono gli ambiti
principali dai quali è possibile valutare il grado di
sviluppo economico, sociale e culturale di un paese. Di fatto,
questi si traducono nella società nel diritto alla salute,
all’educazione, al lavoro ed alla pensione, diritti
inalienabili, tutele da garantire ad ogni cittadino.
La
presenza dello Stato in questi settori deve essere forte, ma
non deve tramutarsi in rigido accentramento. Le linee
politiche debbono essere uniformi per tutto il territorio
nazionale, così come il livello delle prestazioni erogate.
E’ nella modalità di attuazione degli obiettivi che vi può
essere una diversificazione territoriale, così come nella
gestione più prettamente economica. E’ naturale che non vi
possa essere una disparità nei servizi erogati, derivante
dalla ricchezza prodotta da un territorio, rispetto ad uno più
povero. Il livello di coesione sociale di una nazione si
valuta proprio nella modalità di ridistribuzione della
ricchezza prodotta. La coesione sociale si realizza nel creare
canali comunicativi che trasferiscano gli aiuti a chi ne ha
necessità. Così, ad esempio, gli ammortizzatori sociali, la
cassa integrazione non devono essere vissuti dalla collettività
solo come pesi o balzelli, ma come forme di garanzia che lo
Stato dà al cittadino, all’individuo, quando si trova in
una situazione di precarietà lavorativa ed economica. Anche
su questo terreno il nostro paese ha fatto evidenti passi
avanti verso la modernizzazione.
Nel
pensiero riformista socialista il ruolo che hanno i cittadini
e conseguentemente quali siano i loro diritti, ma anche i
doveri, è ben delineato.
Infatti,
se è giusto che lo Stato debba garantire a tutti il diritto e
la tutela alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla
pensione, è altrettanto vero che questi hanno un costo, al
quale i cittadini debbono essere chiamati a contribuire, la
condivisione di ciò accresce il livello di coesione sociale.
E’
nella linea sottile ma decisiva, che separa il concetto di
contribuzione da quello d’imposta, che nasce la differenza
tra le forme di Stato, volte alla realizzazione della
solidarietà sociale alcune, ed altre portate ad incentivare
l’individualismo, a scapito della coesione sociale.
A questo
punto credo sia necessario accennare, seppur brevemente, alla
questione del confronto con il Governo.
Il
sindacato non ha condiviso le ragioni addotte dal Governo al
sostegno della necessità della riforma. Noi crediamo che il
sistema previdenziale, grazie alla legge Dini, sia in
equilibrio e che non ci sia dunque nessuna motivazione
economica che possa giustificare un’ulteriore riforma. Non
è vero infatti che ci sarà un problema demografico poiché
il fenomeno dell’immigrazione, ancora poco rilevante in
Italia rispetto agli altri paesi Europei, si accentuerà nei
prossimi anni e consentirà così di riequilibrare il rapporto
tra lavoratori attivi e pensionati. Non è vero che l’età
media pensionabile è inferiore agli altri paesi europei: in
Italia è pari a 59,6 anni, in Europa mediamente a 59,9. Non
è vero che il peso della spesa previdenziale sul Pil sia
insostenibile poiché il 13,8% di cui si parla contiene in sé
anche la spesa per assistenza che gli altri paesi europei
conteggiano a parte. Non è vero - o almeno speriamo non lo
sia – che nei prossimi dieci anni il tasso di crescita del
nostro paese sarà sistematicamente inferiore all’1%; poiché
se così fosse, nel nostro paese ci sarebbero ben altri
problemi di tenuta economica rispetto a quelli presunti e
paventati per il sistema pensionistico.
Insomma,
sono le premesse della scelta del governo a non convincerci e
a farci considerare inutile la proposta di riforma fondata
solo su ragioni di opportunità politica ritenute inderogabili
dall’Esecutivo. Come ho già avuto occasione di dire, c’è
una sorta di accanimento terapeutico su un malato inesistente.
Peraltro, che il sistema sia in equilibrio lo ha confermato la
stessa commissione Brambilla, istituita da questo Ministero
del Lavoro, che ha constatato e sancito l’efficacia della
riforma Dini.
Noi
abbiamo anche offerto un intelligente suggerimento: innalzare
l’età pensionabile facendo ricorso, su base volontaria,
agli incentivi. Questa è una strada utile e che conduce a
quell’obiettivo senza traumi sociali, con risultati evidenti
e apprezzabili. Il resto è del tutto inutile se non dannoso.
Tuttavia
noi non ci siamo mai sottratti né ci sottrarremo al dialogo
con il Governo, forti della nostra autonomia e della giustezza
dei nostri convincimenti. Porteremo avanti nei prossimi mesi
la nostra battaglia certi, come siamo, di avere le nostre
buone ragioni per convincere il Governo e la maggioranza
parlamentare a cambiare opinione e convenire su posizioni
ragionevoli. Non lasceremo questa partita solo nelle mani del
Governo. Non smetteremo di esercitare il nostro ruolo e le
nostre prerogative per realizzare un sistema di tutele equo.
Il
pensiero filosofico occidentale, dal Settecento in poi è
ricco di teorie che illustrano come un dovere interiorizzato
perda il suo aspetto coercitivo, per divenire elemento
concreto di effettiva crescita e sviluppo delle società
umane, passando da una concezione individualistica ad una
collettiva.
Nell’idea
“d’imposta” vi è una correlazione tra quanto pagato e
quanto dovuto dallo Stato, in termini di servizi erogati,
senza che vi sia, se non in minima parte, una ridistribuzione
delle risorse a chi non possiede i mezzi per pagare. E’
ovvio che in questa situazione non si hanno le risorse per
approntare politiche sociali, idonee a tutelare la dignità di
ognuno, e ad incentivare lo sviluppo.
Nel
concetto di “contribuzione” esiste, di contro, l’idea
che ognuno partecipa, in modo proporzionale al proprio
reddito, alla gestione economica dei servizi pubblici,
garantendo così un elevato grado di prestazioni fruibile a
tutti.
Questa
riflessione non nasce per affermare una qualche forma di “buonismo”,
ma ragionando in termini politico-economici, si è visto che
nelle società dove si attuano concrete politiche sociali
volte alla solidarietà, la coesione sociale è più
sviluppata e questo processo di coinvolgimento genera
effettiva crescita economica per il paese, senso di
appartenenza, fiducia e maggiore certezza.
Di contro
l’individualismo sociale sviluppa un gap sempre maggiore tra
le classi agiate e quelle medio- basse, ripercuotendosi sul
sistema economico attraverso un abbassamento dei consumi, un
aumento della conflittualità sociale, una diminuzione della
produttività.
Tra lo
Stato e i cittadini si pone un terzo elemento che funge da
tramite tra la molteplicità dello Stato e l’individualità
del cittadino: l’associazionismo.
Le
associazioni, siano esse di carattere politico, sindacale o
sociale, debbono mediare tra il bene di tutti e quello del
singolo, tra l’interesse della collettività e quello di una
parte di essa. Spetta alle associazioni diffondere l’idea
che la solidarietà sociale sia un valore culturale
inalienabile in ogni società civile e come tale debba essere
un fine condiviso da tutti i cittadini, da tutte le donne, da
tutti gli uomini. Uno dei pericoli maggiori che si corre,
parlando di associazioni, è che queste facciano soltanto gli
interessi di una parte della collettività a scapito
dell’altra. Occorre comprendere come le problematiche
sociali non siano esclusive questioni di singole parti, ma
direttamente o indirettamente coinvolgono l’intera
collettiva, che è chiamata di fatto ad individuare le
migliori soluzioni possibili.
Nell’attuale sistema politico le strategie di solidarietà
sociale devono tener conto delle normative sia nazionali sia
europee. L’idea stessa di un’Europa unita e il senso
d’identità verso questa nuova realtà politica deve trovare
attuazione in un’uniformità trasnazionale dei diritti e
delle tutele di tutti i cittadini europei. Se è ampiamente
condivisa l’affermazione che all’interno di una stessa
nazione non vi possano essere cittadini di serie a e di serie
b, anche in Europa si devono ridurre le disparità
sociali-economiche e di tutela. Occorre analizzare i pattern
di solidarietà sociale più avanzati e rispondenti alle
moderne necessità e tentare di sperimentarli nelle diverse
realtà sociali, culturali ed economiche europee.
Il
discorso diviene più complesso quando bisogna affermare che
alcuni diritti, legati a valori culturali, di fatto,
trascendono i confini geo-politici delle nazioni.
Nel mondo
occorre globalizzare anche i diritti degli individui, senza,
però, che vi sia un’omogeneizzazione culturale o processi
di inculturazione da parte del mondo occidentale.
In un
mondo dove sempre più acquistano valore la velocità della
comunicazione, lo sviluppo delle tecnologie avanzate, la
conoscenza è naturale che il diritto all’istruzione per
tutti diventi una delle chiavi vincenti per lo sviluppo
economico dei paesi più arretrati.
Il
vertice FAO, tenutosi a Roma lo scorso anno, ha denunciato
come si stia sviluppando un modello a forbice che separa
nettamente i paesi ricchi da quelli poveri, a discapito di una
giustizia planetaria, proclamata in tanti documenti ufficiali.
Dai dati risulta che sono circa 815 milioni le persone
denutrite ed un quarto della popolazione mondiale vive in uno
stato di assoluta povertà.
Nel XII
rapporto sull’immigrazione della Caritas e Migrantes del
2002, analizzando la ricchezza di reddito del mondo in base ai
dati della World Bank, si sottolinea che se la ricchezza
prodotta in un anno nel mondo fosse equamente distribuita tra
i suoi abitanti, ognuno potrebbe disporre di un reddito annuo
di circa 5200 dollari americani
Nelle
realtà del Nord del mondo, dove si concentra la struttura
produttiva, si dispone del 77% della ricchezza mentre nel Sud
del mondo, assai più popoloso, di una ricchezza tre volte
inferiore.
Non si può,
osservando queste statistiche, che essere in accordo con chi
asserisce che in tale contesto più che di villaggio globale
sia giusto parlare solo di villaggio, come sinonimo di piccola
comunità chiusa, che fruisce dei 3\4 della ricchezza
mondiale.
Di fronte
a questi dati risulta evidente come sia complesso, ma al tempo
stesso urgente affrontare una politica di solidarietà sociale
su scala mondiale, che si proponga fattivamente il rispetto
dei diritti umani fondamentali alla civile convivenza.
Uno dei
primi passi, se pur piccolo, è quello di sconfiggere una
serie di pregiudizi verso gli immigrati, verso coloro che per
motivi economici o politici sono costretti ad abbandonare le
loro case, le famiglie, il loro paese. Per noi non dovrebbe
essere difficile capire questo fenomeno, perché siamo stati
per secoli emigranti, e internamente da Sud a Nord la
migrazione ha ripreso a correre vistosamente.
In uno
Stato democratico non si può parlare di solidarietà sociale,
di diritti, se esiste poi una differenziazione, nella prassi,
tra chi è nato in quella nazione e chi vi è immigrato.
Soltanto
una politica sociale, che si prefigge la tutela del diritto
alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla pensione per
tutti, può creare una rete di solidarietà sociale, percepita
dalla collettività non come una spesa aggiuntiva, ma elemento
in grado di generare sviluppo e nuove tutele.
Dalla
solidarietà sociale, gestita dallo Stato, attraverso forme
legislative, concertate anche con le associazioni politiche,
sindacali e sociali, si sviluppa un clima propositivo dove la
coesione sociale diventa strumento competitivo capace di
realizzare sviluppo economico, politico e culturale generatore
di benessere diffuso.
L’analisi
globale delle società di oggi può aprire le porte ad un
riformismo sociale di impronta socialista in grado di indicare
il modello di sviluppo della società futura.
Una forza
laica e socialista deve porre al centro della sua proposta
politica la riduzione delle nuove forme di esclusione sociale
che di fatto si realizzano, quando le soluzioni per curare la
malattia hanno gli occhi rivolti al passato, non tengono cioè
in considerazione l’evoluzione della società oggi sempre più
complessa ed articolata, né dello stato di insicurezza che
colpisce uomini e donne di fronte a nuovi cambiamenti, agli
annunci spot di una democrazia mediatica.
Oggi
investire sulla coesione sociale può rappresentare la vera
leva competitiva del Paese, strumento in grado di realizzare
forte sviluppo, equità e coesione sociale autenticamente
riformiste.
Una forza
politica può dirsi autenticamente riformista solo se si pone
come forza politica di governo capace di regolare i grandi
processi di trasformazione in atto e dentro questi indicare
una rimodulazione del Welfare, capace di fornire risposte
flessibili ad individui e famiglie che esprimono bisogni ed
esigenze nuove, perché diversi sono i contesti sociali,
economici e di reddito, la posizione geografica, nonché la
pluralità delle appartenenze.
Non
tenere conto delle diversità, delle oggettive differenze con
il passato, ci condannerebbe ad una sterile e nostalgica
rappresentanza di opinioni.
Dovremo
invece ricreare forme di coesione tra comunità e cittadino,
sviluppare un raccordo sociale e politico tra realtà macro e
micro, unendo locale e globale. La società globale pone
diritti universali, ma questi non contrastano più con la
ricerca di risposte che attraverso la flessibilità degli
interventi modulati sulle specificità della comunità, siano
in grado, gestite localmente, di garantire efficienza e
benessere, di abbassare la soglia di insicurezza e paura.
Una
società che si dichiara civile, democratica e riformista deve
avere al centro della sua azione il diritto al benessere per
tutti, al valore del lavoro, al diritto alla pensione.
Una vera
forza laica, riformista e socialista ha come impegno centrale
quello di tenere unita la società, una comunità di uomini e
donne che si muove nel rispetto di quei valori di cui noi
siamo i legittimi depositari.
Vorrei
chiudere questo mio intervento con una frase che da anni
campeggia sui muri dell’università di Barckley “il futuro
ci interessa perché è là che intendiamo passare i prossimi
anni”.
Il
riformismo socialista rappresenta questo futuro.
TORNA
ALLA HOME
|