Notizie ADN Kronos
Il tuo browser non supporta attività java

UIL Segreteria Generale
UIL HOME CERCA NEL SITO CHI SIAMO AGENDA SCRIVI ALLA UIL ARCHIVIO

E-mail segreteriagenerale@uil.it

INTERVENTI

Assemblea Nazionale RSU Pubblico Impiego.
Intervento di Luigi Angeletti

Roma, 22 settembre 2004 - Sheraton Hotel

Luigi ANGELETTI

Nelle ultime settimane, in perfetta continuità, con una posizione purtroppo molto diffusa e radicata nel nostro Paese, i lavoratori del Pubblico Impiego sono tornati a fare notizia. Infatti l’intenzione del Governo inglese di licenziare centomila dipendenti pubblici, è stata raccontata, esaltata, ma soprattutto indicata, sui nostri giornali, da alcuni autorevoli commentatori come la strada da seguire anche dal nostro Governo per risolvere i problemi del paese.

Ovviamente non si parla di altro, non si parla dei contratti non rinnovati, non si parla della riduzione degli stanziamenti finanziari necessari, per avere una Pubblica Amministrazione all’altezza di un Paese importante qual è l’Italia, non si parla di processi di riorganizzazione per rendere i servizi pubblici sempre più utili ai cittadini e alla società nel suo complesso. Solo uno sembra essere il problema: il dipendente pubblico come un costo, un peso che la società non vuole più sopportare e, quindi, bisogna trovare qualcuno che abbia il coraggio di risolvere la questione. Questa teoria ovviamente viene sostenuta ed argomentata in varie forme, i parametri di Maastricht, il rispetto del deficit che non deve superare il 3% ecc. Non viene detto esplicitamente, ma in qualche modo viene fatto intendere che se vogliamo ridurre le tasse non c’è che una soluzione, quella di ridurre le spese. I media quando parlano del lavoro nel Pubblico Impiego non fanno informazione, cercano di formare l’opinione, soprattutto l’opinione della nostra classe politica che è ipersensibile ai sondaggi e alle teorie che vengono espresse dai giornali e vengono sistematicamente spinti a fare una politica contro il sistema pubblico. Una politica che se fosse svolta fino in fondo si rivelerebbe disastrosa, perché basata su vecchi luoghi comuni e sulle menzogne. Il nostro problema è riuscire a rompere questo muro costruito sulle bugie. Cito solo due esempi; il primo riguarda il confronto con altri Paesi uguali al nostro, per densità di popolazione e per livello di ricchezza procapite. In Italia abbiamo meno dipendenti pubblici che in altri Paesi, spendiamo meno soldi degli altri Paesi, sia in termini percentuali, che in termini assoluti. Ovviamente la quantità assoluta di risorse che vengono investite nel Pubblico Impiego, nella fornitura dei servizi è una cosa fondamentale perché non è che puoi pagare di meno i lavoratori che già vengono pagati poco. Allora quale è la soluzione? Si offrono meno servizi, si fanno pochi investimenti perché costano. Il budget è così basso che non ti consente di fare quello che dovresti per garantire servizi efficienti e salari decorosi.

Questo non viene mai detto, non perché non siano informati, o perché superficiali, al contrario, tutto ciò serve a nascondere un’altra bugia clamorosa, quella che viene detta quando si parla del rapporto tra debito pubblico e PIL, cioè, la ricchezza che il Paese, crea. Qual è questa clamorosa bugia? E’ una cosa che la stessa Amministrazione ha disvelato: in Italia ci sono duecento miliardi di euro, ricchezza che viene occultata, che sfugge al fisco. Se si applicassero le aliquote su questa ricchezza, quelle normali, quelle che paghiamo noi, ci si renderebbe conto di quanti miliardi di euro in più lo Stato incasserebbe. Tutto questo ovviamente traspare ogni tanto, ma non è mai preso in considerazione per quello che è, cioè il problema principale del nostro Paese. Il problema della Pubblica Amministrazione, dei costi, del deficit, i problemi economici, del finanziamento della crescita; i problemi relativi alla riduzione delle tasse dipendono esclusivamente da questo, noi abbiamo uno Stato che è complice di molti cittadini ricchi i quali evadono le tasse e che paradossalmente il fisco considera poveri.

Anche il rapporto tra debito pubblico e PIL che tanto ci angoscia, sarebbe sicuramente al di sotto del 100%, se tutti pagassero le tasse.

Questa operazione di verità non si fa, perché troppa parte della nostra classe politica considera i cittadini diversi tra di loro, ed è terribilmente debole con quelli che presume essere forti e cerca di essere forte con i deboli. Abbiamo una discussione aperta, quella della riduzione delle tasse certo è un problema serio, faccio però una considerazione sull’incongruenza e sulle bugie che vengono dette con tanta certezza. L’argomentazione principale, anzi l’ unica vera, è che bisognerebbe ridurre le tasse perché la crescita economica di questo Paese non è elevata. Non è abbastanza elevata a causa della riduzione dei consumi che molti milioni di italiani, non tutti, sono stati costretti negli ultimi due-tre anni a subire e che, quindi, per riuscire ad avere una crescita della ricchezza in un Paese popoloso, ricco, come ltalia, bisogna aumentare i consumi, così come avviene negli altri Paesi. Più i consumi aumentano accanto all’aumentare delle esportazioni, più la ricchezza complessiva del PIL cresce, si creano posti di lavoro, aumentano le entrate dello Stato e tutto il sistema si rimette in moto.

La verità, quindi, è che bisogna far crescere i consumi, anche attraverso la riduzione delle tasse, bisognerebbe mettere più soldi nelle tasche degli italiani perché abbiano la possibilità di consumare di più e far funzionare la macchina. Questa è la premessa, condivisibile, vera, di tutti gli economisti, anche non italiani. Noi cresciamo meno della Francia perchè la Francia non ha avuto questo drastico abbattimento dei consumi.

Qual è la terapia che invece viene proposta? Ridurre l’IRAP, cioè le tasse che pagano le imprese. In Italia ci sono 1.800 persone che dichiarano di guadagnare in un anno più di un milione di euro. Nello stesso anno si sono comprate in Italia 240 mila automobili che costano più di 100 milioni di lire - ovviamente tutte straniere, a parte qualche centinaio di Ferrari - acquistate da persone che se lo potevano permettere, nessuno qui dentro è tra queste, come neanche altri milioni di italiani. Tutte persone però che, se andassimo a controllare quanto dichiarano, ci accorgeremmo che sono più povere di noi.

Allora che cosa si propone per risolvere questo problema? Di ridurre l’IRAP, cioè le tasse a tutte le imprese, ivi comprese quelle che hanno sfruttato l’introduzione dell’euro per fare una gigantesca speculazione e per toglierci i soldi, miliardi di euro, dalle nostre tasche. Quindi noi saremo beffati due volte, primo perché abbiamo subito un aumento ingiustificato e speculativo dei prezzi, secondo perchè troveranno il modo di togliere i soldi a noi per ridurre le tasse agli altri. A che cosa servirebbe? Non sicuramente ad aumentare i consumi, forse a comprare qualche BMW in più, qualche barca in più, ma sicuramente non ad aumentare i consumi, ne a rilanciare il Paese.

Non si vogliono colpire questi interessi, non si vuole fare la cosa giusta per un qualunque paese normale, che sarebbe quella di avere un minimo di giustizia fiscale e allora cosa si fa, si cerca di comprimere la spesa pubblica; per fare questo bisogna demonizzare, bisogna costruire un luogo comune, un sentimento diffuso secondo cui la riduzione della spesa pubblica è un fatto positivo, è una buona politica. Demonizzare le cose che vengono percepite come pubbliche è diventato sport nazionale. Per fare ciò è necessario costruire delle bugie: abbiamo troppi dipendenti pubblici, guadagnano troppo, vanno in pensione troppo presto, bisognerebbe tagliare la spesa previdenziale. Loro stessi però sono costretti a riconoscere che andiamo in pensione come tutti gli altri, pur guadagnando di meno; non riescono neanche a provare che la spesa sanitaria è più elevata perché la statistica purtroppo li smentisce. Quando sono a corto di bugie si inventano che il pubblico è inefficiente, che ci sono ruberie, ci sono gli sprechi, quindi in qualche modo anche la spesa sanitaria deve essere messa sotto controllo, che poi vuol dire nella loro testa solo aumentare i tagli. Ma chi fa le ruberie e gli sprechi se non coloro che amministrano, non sicuramente i lavoratori dipendenti! Quindi si sta costruendo tutta questa filosofia, questa teoria, per raggiungere un solo obiettivo: tagliare la spesa pubblica, realizzare ulteriore esclusione sociale.

I nostri contratti sono raccontati, esattamente in questo modo. E’ una strategia sottile perché non tutti sono degli esperti di comunicazione, loro sono dei professionisti. Leggo i giornali, ogni giorno e implacabilmente quando parlano dei contratti del Pubblico Impiego scrivono: i sindacati vorrebbero rinnovare i contratti, i sindacati chiedono al Governo di rinnovare i contratti, i sindacati chiedono al Governo che ci siano gli stanziamenti nella Finanziaria per rinnovare i contratti. Dovrebbero invece scrivere per i loro lettori: guardate che ci sono tre milioni di persone che hanno il contratto scaduto e non viene rinnovato, sarebbe ora di dire la verità sul Pubblico Impiego.

Vedete come si va costruendo una opinione, una cultura, un modo di rappresentare la realtà che è distorta, costruita sulle menzogne, su  dati falsi, per riuscire a coprire tutti gli squilibri e le ingiustizie che ci sono in questo Paese. Vi ricordate all’inizio dell’anno, c’era uno slogan continuo e ossessivo, che diceva: ci siamo impoveriti, l’Italia si è impoverita, siamo tutti più poveri. Il Governo da parte sua che cercava di dire non è vero, poi tutti i dibattiti sulle statistiche, i dati sull’aumento dei prezzi, vero, falso, ecc. Apparentemente, sembrava un serio contrasto di impostazione, ma queste affermazioni erano tutte sbagliate, perché quello che avrebbero dovuto dire era quello che noi abbiamo cercato di affermare: non è vero che gli italiani si sono impoveriti. Si sono impoveriti in questo Paese gli italiani a reddito fisso, i lavoratori dipendenti e i pensionati; gli altri si sono arricchiti perché non è che i nostri soldi siano andati all’estero, non è che siano aumentate le materie prime e non è aumentato nemmeno il petrolio perché il petrolio si paga in dollari e l’euro si è rivalutato del 40% sul dollaro. Ovviamente da noi è aumentato il prezzo della benzina, la quale anticipa gli aumenti; basta che si dica: forse aumenterà il prezzo del petrolio, la benzina immancabilmente rincara. Nelle ultime due settimane il prezzo del petrolio è diminuito del 20%, non ci siamo però accorti della riduzione del prezzo della benzina con la stessa, analoga velocità con la quale questa viene aumentata.

La verità è che i nostri rappresentati sono quelli che hanno sofferto drammaticamente questa vergognosa speculazione. Non c’è una posizione comune su questo tema e sulle soluzioni per risolverlo. Siamo tutti d’accordo nel dire che esiste un problema salariale, che esiste un problema di redditi, che esiste un problema di consumi per i lavoratori che rappresentiamo. Trovo però troppa timidezza, su come risolvere il problema, c’è troppa confusione e incertezza. Per aumentare il reddito dei lavoratori dipendenti e anche dei pensionati non ci sono molte strade, c’è solo da fare dei buoni contratti, che siano in grado di crescere almeno quanto cresce l’inflazione e ridurre le tasse. Fare cioè una politica che attraverso la contrattazione e attraverso la politica fiscale, ridistribuisca un po’ della ricchezza che ci è stata sottratta.

Ho l’impressione, però, che qualcuno dentro il sindacato si perda dietro troppe elucubrazioni politiche, calcoli politici, così complicati che gli si confondono le idee, quindi non si sa più che cosa bisogna fare sulla politica fiscale o che cosa bisogna fare sulla politica contrattuale. Invece noi dobbiamo essere chiari, netti. In questo Paese esiste un solo problema che ha la priorità su tutto il resto, appunto quello di fare una politica redistributiva, fondamentale per risolvere le questioni della crescita dell’economia, insieme ad una politica fiscale capace di  imporre una giustizia fiscale degna di tale nome, e una riduzione della evasione fiscale che è ormai scandalosa e inaccettabile.

Questo è quello di cui abbiamo bisogno, la coerenza e la chiarezza servono per vincere questa grande battaglia, che non è solo dei lavoratori del Pubblico Impiego, che non è solo una battaglia delle organizzazioni sindacali. La UIL si batte per un’ idea di Paese che sia sul serio capace di vivere e di progredire anche nel XXI Secolo. Bisogna togliere l’illusione, paradossale, che viene ogni tanto predicata, secondo la quale, in fondo, della cosa pubblica se ne può fare a meno. Questa non è solo una cattiva politica in termini etici, ma è anche una politica disastrosa dal punto di vista economico e dal punto di vista del funzionamento della società. Una società ha bisogno di coesione, cioè ha bisogno che tutti i cittadini che vivono, in questa comunità, si sentano parte di essa. Una comunità per la quale vale la pena di alzarsi la mattina, lavorare, pagare le tasse, avere una famiglia, viverci in maniera normale, da cittadini, non da sudditi. Questo è un valore che nessuno è in grado di offrire se non una comunità pubblica. Ed è’ anche un grande valore economico perché una società non coesa non è competitiva.

Anche il Presidente della Confindustria, pur partendo da una diversa angolazione, in fondo usa dei concetti analoghi, quando afferma rivolgendosi ai suoi soci che bisogna fare squadra, che bisogna smetterla di piangere, di prendersela con i governi o con i sindacati, o quando dice: smettetela di pensare che la soluzione stia nel fatto che la vostra azienda sia sempre sotto controllo per cui non fate nulla per farla crescere perché avete sempre paura che vi sfugga il controllo. Quella è una mentalità che non ci porta da nessuna parte, una mentalità feudale di una società che è scomparsa, che non avrà diritto di cittadinanza nel XXI Secolo, né in Europa, né in altre parti del mondo. Le società che si svilupperanno saranno quelle capaci di essere aperte, di essere ottimiste, di capire che di fronte ai problemi bisogna trovare delle soluzioni, questo fa camminare le società, fa sì che esse avanzino e che i cittadini che ne fanno parte si sentano dei protagonisti e quindi facciano tutte quelle buone cose che fanno crescere e stare meglio l ‘insieme della collettività.

Ecco perché noi abbiamo bisogno di coesione, noi usiamo spesso un termine che nella sua accezione originaria è assolutamente condivisibile, la solidarietà come alleanza, cioè il fatto che persone uguali si mettano insieme perché così facendo si moltiplicano le loro risorse, si risolvono i problemi, si crea reciprocità. Quello di cui noi abbiamo bisogno è una forte coesione. Il sindacato è un fattore importante di coesione sociale e voi siete l’anima di questa coesione. I cittadini italiani si sentono, si percepiscono come cittadini, come delle persone la cui dignità, i cui diritti sono rispettati, si percepiscono come italiani, sono orgogliosi di essere tali e di vivere in Italia, solo in funzione di quello che voi  e i vostri colleghi fate e della percezione che essi hanno di voi. Voi siete lo Stato. Che cos’è la società per un italiano? E’ l’assistenza medica, è andare al Comune per risolvere un problema, avere la percezione che ci sia un fisco equo. Questa dovrebbe essere l’Italia, questa è la società dove vogliamo vivere, ecco perché è scandaloso, è una cosa di una colpevolezza assoluta il fatto che la classe politica guardi ai lavoratori del Pubblico Impiego come ad un banale problema di costi. Dovrebbe piuttosto porsi un altro obiettivo : renderlo più efficiente, più produttivo, far sì che quei milioni di persone lavorino meglio, si sentano motivati, non frustrati, non prigionieri di un potere cieco che pensa solo a salvaguardare i propri interessi politici e di potere.

Il potere politico fa delle operazioni di decentramento del lavoro, appalta il lavoro che i suoi dipendenti possono fare bene, dietro la teoria del risparmio. La verità è che questo gli consente di fare delle clientele. Abbiamo visto dappertutto una crescita smisurata di consulenti, che ovviamene sono remunerati cinque-sei volte più dei normali impiegati e funzionari pubblici, ai quali viene sottratto lavoro, per poi scoprire che certe cose le saprebbero fare meglio, ma sono messi nella condizione di prendere ordini da persone non capaci che hanno tutto fuorché la motivazione di offrire un servizio pubblico. Il vero problema che si dovrebbero porre è far funzionare meglio il Paese.

Voglio ricordare una frase che non è mia, ma del direttore del New York Times che, rivoltosi ad un Presidente americano, disse: “noi c’eravamo prima che voi arrivaste, ci saremo quando voi ve ne andrete”. Il sindacato nei confronti dei governi si deve comportare così, per questo noi consideriamo l’autonomia, la nostra indipendenza, un valore importante. Abbiamo rispetto di noi stessi, della nostra capacità di pensare. Noi abbiamo una competizione elettorale, il rinnovo delle RSU. Dobbiamo andare dalle persone a chiedere il consenso, la delega, il voto, bisogna spiegare qual è la nostra politica, quello che noi pensiamo debba essere fatto e chiedere di darci la forza necessaria per farlo perché in politica non è come nei cartoni animati di Walt Disney, dove il buono vince sempre. Il buono vince anche quando è forte, noi siamo buoni, siamo bravi, però abbiamo bisogno di forza e questa non è un’utopia, perché la UIL è già una grande forza.

A differenza di Carlo Fiordaliso, io faccio il tifo per una squadra che è abituata a vincere. In comune con Carlo c’è la militanza dentro un’organizzazione che, come la mia squadra, non è abituata a perdere. La UIL è una organizzazione e voi, da qualche parte, sempre più numerose queste parti, ne siete la testimonianza che esprime una grande forza. Bisogna crederci e lavorare, bisogna parlare con le persone, spiegare loro le cose, impegnarsi. E’ faticoso, però è questa la ricetta, che ovunque applicata ha dato splenditi risultati.

Ma dobbiamo cominciare a riflettere su un’altra questione, un sindacato come il nostro deve pensare al fatto che per crescere non può cercare il consenso solo tra coloro che la pensano esattamente come noi. Bisogna capire realmente, come va mutando la società e le persone perché anche la filosofia di una organizzazione cambia con il mutare delle sue dimensioni. Quando noi diciamo, ed è la verità, che siamo una organizzazione libera e indipendente, fatta da persone libere, dobbiamo cominciare a metabolizzare anche un altro aspetto, dobbiamo andare dalle persone a chiedere di candidarsi, perché se non si prendono voti, se non diamo loro l’ndicazione per chi votare, è difficile che possano materialmente farlo. Questo è già un primo lavoro, bisogna trovare i candidati, trovare le persone disposte a battersi per le nostre idee, qualunque sia la loro simpatia, collocazione politica e quant’altro. Persone che siano convinte che la nostra politica sindacale è migliore, perché è la migliore, ma bisogna spiegarglielo.

Abbiamo realizzato un manifesto della Confederazione a sostegno delle vostre elezioni, come slogan abbiamo scelto: la nostra forza sono i nostri delegati, i nostri rappresentanti. Noi lo abbiamo detto perché ne siamo convinti, come sempre noi diciamo la verità, è nostro costume dare dei messaggi che corrispondano a ciò che pensiamo. Siamo profondamente convinti che la nostra forza deriva dalle buone idee, ma risiede soprattutto in coloro che queste idee le fanno camminare, le fanno vivere tra le persone. Se noi andremo con questo spirito, con questa determinazione, con questa chiarezza, vedrete che non ci sono traguardi a noi inibiti. La storia degli uomini e la storia delle organizzazioni risiede sempre nelle mani degli uomini, nelle nostre mani. Quindi il successo, la crescita, l’affermazione di quello che noi pensiamo essere un modello di società coesa che si avvicina molto a quello che desideriamo per noi stessi e per i nostri figli, dipende dalla nostra buona volontà, dal lavoro che facciamo, dalla nostra buona fede, dalla chiarezza, dall’onestà con la quale ci battiamo tutti i giorni. Siamo riconosciuti, per i valori che siamo in grado di trasmettere. Ecco perché ci dobbiamo muovere con questo spirito e vedrete che otterremo uno splendido risultato. La prossima volta che ci incontreremo sarà per festeggiare.

TORNA ALLA HOME