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INTERVENTI

"Presentazione del Rapporto sulla regionalizzazione
dei bilanci previdenziali"

Cnel, Roma, 20 gennaio 2004

Il rapporto che il sottosegretario Brambilla ha presentato è un documento pieno di spunti e ci permette di fare anche qualche riflessione nuova.

I dati e le tabelle mostrate sono in qualche modo la sintesi della storia economica del nostro Paese. Un Sud con un tasso di disoccupazione sempre elevato, scarso lavoro regolare, un processo di industrializzazione iniziato 30 anni fa, ma mai diventato pienamente sistema strutturato, come ampiamente dimostrano i dati previdenziali delle regioni del Sud.

Uno dei problemi principali del Mezzogiorno, sul quale credo ci sia ormai una sufficiente convergenza di opinioni, è rappresentato dall’alto tasso di economia grigia, nera, in qualche modo illegale, un sistema questo si strutturato che viola molte leggi e norme. Fin qui siamo alle conferme. Sono convinto che tutti quelli che hanno ascoltato non abbiano avuto nessuna sorpresa nell’osservare questi dati.

La battuta del sottosegretario Brambilla sul declino del pensiero, piuttosto che dell’economia, è una osservazione che fa riflettere. Aggiungerei un aggettivo e parlerei di “declino del pensiero politico”, cioè di un tentativo evidente di eludere i problemi. Il declino del nostro Paese deriva dal fatto che coloro i quali devono assumersi le responsabilità, perché hanno il potere (e in un paese normale il potere e le responsabilità non possono mai essere disgiunte, altrimenti il sistema genera caos), hanno accentuato la tendenza ad eludere i problemi, a non affrontare le conseguenze di decisioni che pure si ritengono giuste e necessarie.  Della lotta al lavoro sommerso, in Italia si è cominciato a parlare da poco tempo e troppo poco, alla Confindustria riconosco il merito di aver sollevato, per la prima volta nella sua storia, questo problema cruciale. In passato la cultura prevalente era esattamente di segno opposto, c’era una sorta di consenso diffuso al lavoro sommerso, traducibile nella battuta di un genitore del nostro meridione. “E’ meglio un lavoro qualunque, piuttosto che tenerli per strada”. Dopo aver mandato a scuola i propri figli il più a lungo possibile e aver constatato che il lavoro non si trova, un genitore accetta qualunque cosa, anzi considera il “lavoro qualunque” come un avanzamento, ovviamente era ed è lavoro in nero.

Il disagio sociale, dovuto allo stato di illegalità diffusa, alla perdita del senso delle regole e della necessità che le regole funzionino e siano rispettate, oltre che alle difficoltà di carattere economico, avrebbe dovuto trovare una risposta in una classe politica capace di assumersi delle responsabilità. Fare la lotta al sommerso costa politicamente. Per questo si cerca sempre di rimandarla. Non è una questione di impossibilità, non ci sono ostacoli tecnico-giuridici che la rendono impossibile. Questa lotta si può facilitare od ostacolare, è difficile di colpo ridurre il lavoro sommerso o il lavoro nero a zero; però basterebbe dimezzarlo e, ammesso che sia il 27 per cento, portarlo al 10 per cento è possibile. Questa riduzione darebbe, di per se, già molte risposte al tema previdenziale. La vera questione sulla quale riflettere è che viviamo in un Paese nel quale il pensiero politico è in declino. Il pensiero politico è importante, perché un Paese non può essere governato senza la capacità della classe politica di assumere decisioni e di ottenere, sulla base di una buona politica, il consenso necessario per governare un paese democratico. Certo, se ricerchiamo il consenso del 90 per cento dei cittadini, lo otteniamo a una sola condizione: non fare nulla, non cambiare. Ognuno ha un motivo per protestare, ma nessuno trova un buon motivo per fare, per dare il suo contributo.

La stessa considerazione si evince dal dibattito sul sistema previdenziale. Tutti quanti adesso cominciamo a prendere atto che, per poter intervenire con un minimo di razionalità sul sistema previdenziale, rendendolo finanziariamente sostenibile nei prossimi decenni, occorre dare una sufficiente limpidezza, trasparenza e chiarezza su quanto costa, perché costa, a chi vanno i soldi e da dove si prendono questi soldi. Si tratta di fare cose ragionevoli, semplici. Perché non si attua questa trasparenza, che è tecnicamente possibile, visto che non comporta grandi stravolgimenti procedurali?  Per una ragione molto semplice: per un politico, per un Ministro, per un Governo, per una qualunque maggioranza è molto facile dire “Diamo la pensione a Tizio, aumentiamola a Caio” ma difficilmente dirà “I soldi li prendiamo da Sempronio”. Faccio l’esempio concreto. Questo Governo ha attuato un provvedimento che io condivido, da applaudire, ha aumentato le pensioni sociali: un’opera meritoria di assistenza verso la parte di anziani e più poveri del Paese. Doveva semplicemente dire: quanto sarebbe costato questo provvedimento e soprattutto dove si sarebbero presi i soldi. In questi casi o si aumentavano le entrate, spiegando come sarebbero aumentate, oppure si spostavano, nel bilancio dello Stato, risorse da una voce all’altra. Una cosa normale. Invece è stato più semplice dire “Si aumentano le pensioni; poi l’INPS paga”. L’errore risiede nel dare all’INPS l’ordine di pagare e non dire però dove si sarebbero presi questi soldi. La solidarietà è una cosa fondamentale. Penso che un sistema previdenziale vero e solidale debba avere elementi di solidarietà concreta, ma è fondamentale sapere a chi è indirizzata la solidarietà, per quali motivi e chi è chiamato e come a contribuire a questa solidarietà.

Questo è il problema vero, quello che impedisce, nel nostro Paese, una discussione serena, concreta e quindi efficace sul sistema previdenziale. Si fa una battaglia sulle cose che appaiono più semplici e si evita di affrontare i veri nodi. Le pensioni di anzianità. Da quanti anni si discute di questo tema? Le pensioni di anzianità adesso sono l’anomalia italiana, il male del nostro bilancio previdenziale e del nostro sistema finanziario pubblico. Però, così dicendo, scoppiano delle contraddizioni palesi. L’Italia è il Paese che ha l’età di pensionamento reale superiore a quello legale. La Germania, che ogni tanto dovrebbe rappresentare un modello, ha un età di pensionamento reale più bassa di quella legale. Tant’è che l’ultimo tentativo di Schroeder è stato quello di portare l’età da 65 a 67 anni, ma soprattutto di sottolineare che la cosa più importante è aumentare l’età di pensionamento reale, visto che lì si va in pensione sotto i 60 anni, dovendo teoricamente andarci a 65.

Questi fenomeni si verificano perché il sistema previdenziale è strettamente correlato con l’andamento dell’economia reale: con quanta gente c’è, quanti lavori ci sono, che tipo di lavori, qual è il valore aggiunto di questi lavori, quindi quanti soldi si possono mettere da parte per finanziare tutto il sistema. Nessun legislatore, nessuna fantasia politica può rompere questa correlazione.  Quando queste cose cambiano, anche la realtà di un sistema iperregolato come quello previdenziale cambia.

Suggerirei di essere razionali. È razionale sostenere che l’età pensionabile deve aumentare perché è aumentata l’aspettativa di vita e quindi è difficile immaginare di pagare per 30 anni pensioni a persone hanno lavorato per 35 anni. Nessun sistema   reggerebbe a queste condizioni. Però la realtà è molto diversa da come viene rappresentata. Non possiamo fare di colpo e per tutti un’operazione astratta, perché il sistema previdenziale è correlato all’economia reale e se nell’economia reale ci sono processi di ristrutturazione, di cambiamento della qualità, oltre che dell’intensità del lavoro, il sistema previdenziale non può non tenerne conto. Ecco perché deve essere flessibile e perché non ci può essere una regola che vale per l’operaio siderurgico e per l’impiegato dell’INPS: perché i lavori non sono uguali.  Le regole devono essere flessibili ed è razionale che l’allungamento dell’età pensionabile sia flessibile. Tutte le ricette che fanno finta di non vedere questa realtà sbagliano da ogni punto di vista.

È vero, le pensioni di anzianità qualche volta sono state usate come ammortizzatori sociali, ma è stata una scelta intelligente: è meglio mandare in pensione di anzianità un operaio a 55 anni, piuttosto che licenziare, come prevederebbero le regole, un giovane appena assunto e dargli l’80 per cento di indennità di disoccupazione. Questo modellino, che va bene in Germania e in metà del nostro Paese, non va bene nel Mezzogiorno. Va bene in un posto dove non ci vogliono 20 o 30 mesi per trovare un’altra occupazione, dove i costi sono sopportabili. Laddove questo non è possibile invece non funziona.

Ecco perché noi pensiamo che la soluzione di alcuni problemi importanti non va eliminata, ma ricercata usando la razionalità. Ricerche come quella di oggi sono importanti perché ci danno la fotografia di un Paese diverso con problematiche diverse. Le soluzioni politiche non possono che essere coerenti con questa diversità.

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