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INTERVISTE

Luigi Angeletti

Le nostre interviste: Luigi Angeletti

“CGIL CISL e UIL affronteranno il confronto con il governo dopo aver varato un testo che definiscele posizionisindacali"

a cura della REDAZIONE

Domanda. Angeletti, le forze dell' ordine hanno stroncato sul nascere nuove trame terroristiche. La scoperta di una struttura così articolata e capillare è apparsa quasi inaspettata. Come giudichi questo rigurgito organiz­zativo del terrorismo?

Risposta. Purtroppo, in Italia, il terro­rismo sta dimostrando di essere un fat­to endemico; è come un virus che non siamo riusciti a debellare definitiva mente e che ogni tanto emerge in ma­niera più o meno violenta. Siamo rima­sti sorpresi dall'intensità e dalla vastitàdella presenza del fenomeno terroristi­co: pensavamo fosse una pagina ormai chiusa della storia del nostro Paese mentre purtroppo non è così.

D. Sorprende anche il numero di iscrit­ti alla Cgil coinvolti nella vicenda. Cosa ne pensi?

R. Intanto non dimentichiamo mai che i terroristi sono il principale nemico del Sindacato e noi il suo principale obiettivo. Il Sindacato in Italia è l'or­ganizzazione più democratica che fon­da la sua natura sul rispetto della li­bertà e su politiche riformiste con cui risolvere i problemi, convincendo gli altri delle proprie ragioni. Il terrori­smo è un problema che riguarda la so­cietà nel suo insieme. A noi non spetta un giudizio su cosa è legale e cosa non lo è, spetta invece un giudizio politico su cosa danneggia il sindacato.

D. Cgil, Cisl e Uil affronteranno il con­fronto con il Governo dopo aver vara­to un testo che definisce le posizioni sindacali sulle questioni che saranno oggetto della trattativa. Che valore attribuisci a questo documento?

R. È un documento a cui attribuiamo molta importanza perché dà il segno di un Sindacato che, nel suo insieme, è fi­nalmente capace di prospettare una po­litica per la crescita economica e sociale individuata come vera priorità per il nostro Paese. Nel testo, inoltre, si dà an­che una risposta agli inutili allarmismi su una presunta questione previdenziale che, in realtà, non esiste e che va dunque decisamente ridimensionata.

D. Eppure la questione previdenziale continua ad essere agitata come uno spauracchio. La spesa previdenziale è davvero fuori controllo? E le preoccu­pazioni su questo punto quanto sono realmente fondate?

R. Si tratta di preoccupazioni del tutto infondate, spesso frutto di disinforma­zione o effetto di una sorta di "illusio­ne ottica" generata dalla composita struttura della spesa previdenziale. In questa voce, infatti, il nostro sistema ingloba sia la spesa pensionistica, in senso stretto, sia quella assistenziale e cosi il dato del rapporto tra spesa pre­videnziale e PiI è assolutamente non comparabile con quello degli altri pae­si europei e, soprattutto, non è utiliz­zabile per ragionare di interventi cor­rettivi. Quando finalmente si proce­derà alla separazione della previdenza dall' assistenza apparirà in tutta chia­rezza che il nostro sistema pensionisti­co è in assoluto equilibrio e non neces­sita di alcuna correzione.

D. L'unica correzione da fare è quella relativa all’abolizione del cosiddetto scalone...

R. Certo. Bisogna porre rimedio a quella che è stata una scelta inutile e ingiusta e occorre superare perciò il cosiddetto scalone che, obbligatoria­mente e dall'oggi al domani, innalza di tre anni l'età pensionabile e penaliz­za, senza alcuna logica, i lavoratori più anziani.

D. Anche l'ipotesi di rivedere i coeffi­cienti mi pare sia vista dal Sindacato come fumo negli occhi. È così?

R. L'ipotesi di una revisione dei coeffi­cienti non meriterebbe neanche di esse­re commentata. Gli eventuali vantaggi economici di una tale scelta si avrebbe­ro solo tra molti anni e a tutto svantag­gio dei giovani di oggi che, con un prov­vedimento del genere, si vedrebbero ri­durre di 6-8 punti percentua1i una pensione già segnata, con l'attuale calcolo contributivo, da valori tra il 50 e il 60% della retribuzione. Sarebbe, insomma, un provvedimento inutile e malvagio.

D. Eppure si continua a chiedere, da più parti, di mettere mano alle pensio­ni. Dicono che l'età media si è alzata e che il sistema non è più sostenibile. Cosa rispondi a questi rilievi?

R. Rispondo che in Italia si va in pen­sione, mediamente, a poco più di ses­santa anni, sostanzialmente in linea dunque con la media europea, che pa­ghiamo più contributi che in altri pae­si europei e che abbiamo pensioni tra le più basse. Cos' altro bisognerebbe ri­durre? La verità è che non c'è nulla di insostenibile. Poi se pensano che si debba risolvere il problema del debito pubblico facendolo pagare ai soliti no­ti, questa volta si sbagliano di grosso...

D. Ma mi pare che il Sindacato non ne­ghi l'idea di adeguare il sistema pen­sionistico anche al mutato quadro de­mografico. Qual è allora la soluzione?

R. L'unica soluzione razionale ed effi­ciente resta quella di lasciare libere le persone di decidere se prolungare la propria attività lavorativa sulla base di un sistema di incentivi. Molti coglieran­no questa opportunità e l'età pensiona­bile si alzerà del tutto naturalmente. D'altronde non si può pensare di risol­vere il problema introducendo rigide soglie obbligatorie per tutti, bisogna in­vece flessibilizzare le uscite dal lavoro sulla base di convenienze e scelte per­sonali. L'innalzamento obbligatorio dell'età pensionabile per tutti i lavora­tori non produce effetto. In Germania, esiste una legge che consente solo di andare in pensione di vecchiaia a 65 an­ni; eppure, nella terra degli inflessibili e rigidi teutonici, l'età media effettiva di pensionamento è di poco superiore ai 60 anni. Ciò vuoI dire che in Germania ci sono milioni di lavoratori che valuta­no più conveniente andare in pensione prima di quella età e che si comportano conseguentemente. L'obbligo non ha funzionato e non può funzionare.

D. E la proposta di età pensionabili differenti in relazione all'usura della­voro può produrre effetti positivi?

R. Non mi sembra una bella idea stila­re una lista dei cosiddetti lavori usu­ranti, prescrivendo l'età pensionabile a seconda della tipologia di lavoro. L'entità dell'usura, infatti, non è facil­mente misurabile, col bilancino, in modo corretto ed equanime per tutti. Non consiglierei a nessuno di avven­turarsi in questa impresa dagli esiti francamente molto incerti.

D. Angeletti, tu ha ripetutamente soste­nuto che i problemi veri del Paese sono altri. Da dove bisogna cominciare?

R. Da quella che potremmo definire la 'questione salariale' per oltre 16 milioni di lavoratori dipendenti. Una questione da risolvere non solo per motivi di giu­stizia sociale ma soprattutto perché essa si intreccia, in modo diretto, con i pr0­blemi di scarsa crescita della nostra eco­nomia. Peraltro, una politica di mode­razione salariale tende ad affossare la produttività poiché gli imprenditori fi­niscono con l'abituarsi a produzioni a basso costo, il tutto a detrimento della qualità del prodotto e del servizio oltre­chè della propria capacità a competere.

D. Da questo punto di visto, ripristi­nare una politica della concertazione può produrre buoni effetti?

R. Sì purchè sia chiaro che non serve la concertazione per tornare a fare sacrifi­ci bensi per attuare una politica della crescita. Bisogna farla finita con la lun­ga serie di basse pensioni, bassi salari, bassi consumi, bassa produttività.

Ragionamenti” mensile di politica e cultura, marzo 2007

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