Aprile 2005
D) Angeletti, gli ultimi dati economici
degli istituti di statistica ma anche della stessa Unione
europea mostrano che il nostro Paese è in difficoltà. Qual è il
tuo giudizio?
R) Il nostro Paese sta crescendo a ritmi
troppo lenti e questo è oggettivamente un problema che va
affrontato e risolto senza immaginare di percorrere facili
scorciatoie. Così come è altrettanto vero che esiste una
questione competitività che non si può pensare di risolvere
attraverso un’inutile e inefficace riduzione dei costi. Non si
può né si deve competere, insomma, con i paesi più poveri o
magari con la Cina bensì con realtà nazionali simili alle
nostre. Qual è l’interscambio con gli altri Paesi europei?
Questa è la domanda a cui occorre dare una risposta, questo è il
problema che dobbiamo porre all’attenzione di tutti.
D) E cosa bisognerebbe fare per diventare
più competitivi?
R) Occorre una politica economica che punti
sull’innovazione, sulla ricerca, sulla formazione e che
consideri prioritari gli investimenti nelle infrastrutture. La
competitività è soprattutto una questione di sistema. Ecco
perché noi chiediamo che il territorio in cui operano le singole
imprese abbia strutture e caratteristiche tali da farle crescere
e sviluppare. C’è poi una questione che attiene specificamente
al nostro sistema industriale. Negli anni passati, complici sia
le svalutazioni competitive sia gli aiuti statali, molte realtà
produttive hanno superato le loro crisi. Oggi, in un sistema non
più protetto dai confini nazionali ma aperto ai venti della
globalizzazione, emerge, con tutta evidenza, che per diventare
competitivi bisogna essere intelligenti e avere la volontà di
reinvestire nella propria impresa. Concetti elementari eppure
non sempre applicati. Insomma, propedeutica al rilancio di una
vera politica industriale è la volontà delle aziende a credere
nella sfida della competizione, ad accettarla e volerla vincere
facendo leva sulle proprie capacità imprenditoriali.
D) Quando si parla di scarsa crescita si
pensa al Mezzogiorno. Quali sono i problemi da affrontare e
risolvere per questa realtà del Paese?
R) Finchè nel Sud ci sarà la meta' delle
infrastrutture che ci sono nel resto d'Europa e mancheranno
strade, ferrovie, energia elettrica e persino l'acqua e finchè
continueremo ad importare il 13% dell'energia che ci costa il
30% in piu', e' davvero difficile parlare di sviluppo. Prima
bisogna risolvere questi problemi, non ci sono scorciatoie:
bisogna smettere di pensare che si possa non avere energia
elettrica, ferrovie, infrastrutture e fare gli sconti fiscali in
maniera compensativa. Così non funziona. Peraltro, è bene
ribadire che non c’è nessuna possibilità di incrementare il
tasso di crescita per il Paese se nel Sud non è superiore al 2%:
lo sviluppo del nostro Paese nasce dal nostro Mezzogiorno.
D) Nel Sud, così come nel resto del Paese,
si avverte chiaramente anche un impoverimento di una parte dei
cittadini. Ci sono difficoltà – come si suol dire- ad arrivare a
fine mese e c’è una crisi dei consumi. Cosa è accaduto?
R) Non c’è dubbio che si siano ridotti i
consumi: noi compriamo meno cose con gli stessi soldi. E’ sotto
gli occhi di tutti che una parte del nostro Paese si sia
impoverita. Una crescita dei prezzi avvenuta senza alcuna
motivazione economica ma solo per ragioni di carattere
speculativo ha determinato un’ingiusta redistribuzione della
ricchezza a svantaggio dei redditi da lavoro dipendente e dei
pensionati. La crisi della domanda interna nasce semplicemente
da questa situazione che ha generato una riduzione del potere
d’acquisto.
D) Domanda interna e redistribuzione della
ricchezza sono dunque correlate?
R) Assolutamente sì. La redistribuzione della
ricchezza non è solo un problema di giustizia sociale ma è anche
una questione che attiene all’efficacia della politica
economica. Non si può sperare che la crescita del nostro Paese
dipenda solo dal fatto che “altri” comprino nostri beni e
servizi, non ci si può basare solo sulla domanda estera: occorre
anche un sufficiente livello di consumi interni. E perché ciò
avvenga, i soldi devono essere redistribuiti. Deve esser chiaro
che crescita e redistribuzione sono due facce della stessa
medaglia e che, dunque, la prima si realizza congiuntamente e
contemporaneamente con la seconda.
D) E cosa bisogna fare per realizzare
questa redistribuzione?
R) Ci sono solo due leve su cui agire: quella
fiscale e quella contrattuale. Abbiamo ripetutamente
sottolineato la necessità di ridurre le tasse sul lavoro e sulle
pensioni così come abbiamo precisato che non è più tollerabile
un andamento dei salari reali, ormai sistematicamente inferiore
alla crescita dei prezzi. Noi dobbiamo ottenere una crescita dei
salari reali: questo deve essere il nostro obiettivo, perché ciò
è quel che più conta per i lavoratori ma anche per il Paese.
D) Allora, occorre rivisitare il modello
contrattuale?
R) Poi, certamente, c’è un problema di
consolidamento e affermazione del contratto nazionale ma, al
tempo stesso, di diffusione nel modo più capillare possibile
della contrattazione di secondo livello. La crescita, infatti, è
in proporzione all’aumento di produttività e la produttività va
distribuita tra coloro che la determinano e nei luoghi in cui si
realizza. La contrattazione aziendale, dunque, o quella
territoriale sono, da questo punto di vista, assolutamente
decisive. E noi, come Sindacato, dobbiamo essere protagonisti
della redistribuzione della produttività. In particolare nel
Sud, la contrattazione territoriale può rivelarsi un potente
strumento per la crescita.
D) Territorio e quindi Regioni e
federalismo: il ragionamento si “tinge” di politico. Qual è la
tua idea al proposito?
R) Io credo che le Regioni avranno
un’importanza sempre maggiore sul fronte sociale così come penso
che attraverso di esse passerà gran parte delle politiche per lo
sviluppo. Ciò comporta che il federalismo debba essere inteso e
vissuto come uno strumento di decentramento del potere
amministrativo per far sì che esso sia il più vicino possibile
al cittadino. Non bisogna mai dividere la responsabilità dal
potere: questa è un’idea positiva e concreta di federalismo
capace di valorizzare le risorse e le specificità di ogni
singola regione.
D) Un’ultima domanda. Quale deve essere il
rapporto tra il Sindacato e la politica?
R) Io parlo per la Uil. Noi siamo un
Sindacato autonomo ed essere autonomi, per noi, significa
semplicemente avere nostre idee e nostre opinioni che
consideriamo valide ed efficaci e che per ciò stesso sosteniamo.
Non siamo indifferenti alla politica né neutrali e siamo perciò
interessati alla politica che realizzano le Istituzioni. Credo
che il Sindacato debba essere indipendente dal potere politico
ma, al contempo, debba essere capace di esercitare un’influenza
sulle decisioni politiche che riguardano gli interessi dei
propri rappresentati. Sono contrario, insomma, ad ipotesi di
collateralismo di stampo trade-unionista. Sono altrettanto
convinto che per un laico, in una democrazia, esista un luogo
che ha una sua sacralità: il Parlamento. Ogni singolo cittadino,
con il proprio voto, ha la possibilità di scegliere chi lo
rappresenta e ciò rende il frutto di questa scelta
“gerarchicamente” più importante.
www.punto-uil.it,
periodico online della UIL di Napoli
Aprile 2005