Notizie ADN Kronos
Il tuo browser non supporta attività java

UIL Segreteria Generale
UIL HOME CERCA NEL SITO CHI SIAMO AGENDA SCRIVI ALLA UIL ARCHIVIO

E-mail segreteriagenerale@uil.it

INTERVISTE

Intervista a Luigi Angeletti

di Antonio Passaro

Aprile 2005

D) Angeletti, gli ultimi dati economici degli istituti di statistica ma anche della stessa Unione europea mostrano che il nostro Paese è in difficoltà. Qual è il tuo giudizio?

R) Il nostro Paese sta crescendo a ritmi troppo lenti e questo è oggettivamente un problema che va affrontato e risolto senza immaginare di percorrere facili scorciatoie. Così come è altrettanto vero che esiste una questione competitività che non si può pensare di risolvere attraverso un’inutile e inefficace riduzione dei costi. Non si può né si deve competere, insomma, con i paesi più poveri o magari con la Cina bensì con realtà nazionali simili alle nostre. Qual è l’interscambio con gli altri Paesi europei? Questa è la domanda a cui occorre dare una risposta, questo è il problema che dobbiamo porre all’attenzione di tutti.

D) E cosa bisognerebbe fare per diventare più competitivi?

R) Occorre una politica economica che punti sull’innovazione, sulla ricerca, sulla formazione e che consideri prioritari gli investimenti nelle infrastrutture. La competitività è soprattutto una questione di sistema. Ecco perché noi chiediamo che il territorio in cui operano le singole imprese abbia strutture e caratteristiche tali da farle crescere e sviluppare. C’è poi una questione che attiene specificamente al nostro sistema industriale. Negli anni passati, complici sia le svalutazioni competitive sia gli aiuti statali, molte realtà produttive hanno superato le loro crisi. Oggi, in un sistema non più protetto dai confini nazionali ma aperto ai venti della globalizzazione, emerge, con tutta evidenza, che per diventare competitivi bisogna essere intelligenti e avere la volontà di reinvestire nella propria impresa. Concetti elementari eppure non sempre applicati. Insomma, propedeutica al rilancio di una vera politica industriale è la volontà delle aziende a credere nella sfida della competizione, ad accettarla e volerla vincere facendo leva sulle proprie capacità imprenditoriali.

D) Quando si parla di scarsa crescita si pensa al Mezzogiorno. Quali sono i problemi da affrontare e risolvere per questa realtà del Paese?

R) Finchè nel Sud ci sarà la meta' delle infrastrutture che ci sono nel resto d'Europa e mancheranno strade, ferrovie, energia elettrica e persino l'acqua e finchè continueremo ad importare il 13% dell'energia che ci costa il 30% in piu', e' davvero difficile parlare di sviluppo. Prima bisogna risolvere questi problemi, non ci sono scorciatoie: bisogna smettere di pensare che si possa non avere energia elettrica, ferrovie, infrastrutture e fare gli sconti fiscali in maniera compensativa. Così non funziona. Peraltro, è bene ribadire che non c’è nessuna possibilità di incrementare il tasso di crescita per il Paese se nel Sud non è superiore al 2%: lo sviluppo del nostro Paese nasce dal nostro Mezzogiorno.

D) Nel Sud, così come nel resto del Paese, si avverte chiaramente anche un impoverimento di una parte dei cittadini. Ci sono difficoltà – come si suol dire- ad arrivare a fine mese e c’è una crisi dei consumi. Cosa è accaduto?

R) Non c’è dubbio che si siano ridotti i consumi: noi compriamo meno cose con gli stessi soldi. E’ sotto gli occhi di tutti che una parte del nostro Paese si sia impoverita. Una crescita dei prezzi avvenuta senza alcuna motivazione economica ma solo per ragioni di carattere speculativo ha determinato un’ingiusta redistribuzione della ricchezza a svantaggio dei redditi da lavoro dipendente e dei pensionati. La crisi della domanda interna nasce semplicemente da questa situazione che ha generato una riduzione del potere d’acquisto.

D) Domanda interna e redistribuzione della ricchezza sono dunque correlate?

R) Assolutamente sì. La redistribuzione della ricchezza non è solo un problema di giustizia sociale ma è anche una questione che attiene all’efficacia della politica economica. Non si può sperare che la crescita del nostro Paese dipenda solo dal fatto che “altri” comprino nostri beni e servizi, non ci si può basare solo sulla domanda estera: occorre anche un sufficiente livello di consumi interni. E perché ciò avvenga, i soldi devono essere redistribuiti. Deve esser chiaro che crescita e redistribuzione sono due facce della stessa medaglia e che, dunque, la prima si realizza congiuntamente e contemporaneamente con la seconda.

D) E cosa bisogna fare per realizzare questa redistribuzione?

R) Ci sono solo due leve su cui agire: quella fiscale e quella contrattuale. Abbiamo ripetutamente sottolineato la necessità di ridurre le tasse sul lavoro e sulle pensioni così come abbiamo precisato che non è più tollerabile un andamento dei salari reali, ormai sistematicamente inferiore alla crescita dei prezzi. Noi dobbiamo ottenere una crescita dei salari reali: questo deve essere il nostro obiettivo, perché ciò è quel che più conta per i lavoratori ma anche per il Paese.

D) Allora, occorre rivisitare il modello contrattuale?

R) Poi, certamente, c’è un problema di consolidamento e affermazione del contratto nazionale ma, al tempo stesso, di diffusione nel modo più capillare possibile della contrattazione di secondo livello. La crescita, infatti, è in proporzione all’aumento di produttività e la produttività va distribuita tra coloro che la determinano e nei luoghi in cui si realizza. La contrattazione aziendale, dunque, o quella territoriale sono, da questo punto di vista, assolutamente decisive. E noi, come Sindacato, dobbiamo essere protagonisti della redistribuzione della produttività. In particolare nel Sud, la contrattazione territoriale può rivelarsi un potente strumento per la crescita.

D) Territorio e quindi Regioni e federalismo: il ragionamento si “tinge” di politico. Qual è la tua idea al proposito?

R) Io credo che le Regioni avranno un’importanza sempre maggiore sul fronte sociale così come penso che attraverso di esse passerà gran parte delle politiche per lo sviluppo. Ciò comporta che il federalismo debba essere inteso e vissuto come uno strumento di decentramento del potere amministrativo per far sì che esso sia il più vicino possibile al cittadino. Non bisogna mai dividere la responsabilità dal potere: questa è un’idea positiva e concreta di federalismo capace di valorizzare le risorse e le specificità di ogni singola regione.

D) Un’ultima domanda. Quale deve essere il rapporto tra il Sindacato e la politica?

R) Io parlo per la Uil. Noi siamo un Sindacato autonomo ed essere autonomi, per noi, significa semplicemente avere nostre idee e nostre opinioni che consideriamo valide ed efficaci e che per ciò stesso sosteniamo. Non siamo indifferenti alla politica né neutrali e siamo perciò interessati alla politica che realizzano le Istituzioni. Credo che il Sindacato debba essere indipendente dal potere politico ma, al contempo, debba essere capace di esercitare un’influenza sulle decisioni politiche che riguardano gli interessi dei propri rappresentati. Sono contrario, insomma, ad ipotesi di collateralismo di stampo trade-unionista. Sono altrettanto convinto che per un laico, in una democrazia, esista un luogo che ha una sua sacralità: il Parlamento. Ogni singolo cittadino, con il proprio voto, ha la possibilità di scegliere chi lo rappresenta e ciò rende il frutto di questa scelta “gerarchicamente” più importante.

www.punto-uil.it, periodico online della UIL di Napoli

Aprile 2005

TORNA ALLA HOME