di Luigi Angeletti, Segretario Generale
UIL
Piemonte Report, gennaio 2005
Che per il nostro Paese esista una questione
competitività è ormai opinione condivisa e diffusa. Già da tempo
abbiamo segnalato la necessità di avviare una discussione e un
confronto sull’argomento coinvolgendo tutte le forze sociali e
sollecitando il Governo ad assumere le opportune iniziative.
Così, seppur tardiva, è giunta dopo mesi una convocazione
dell’Esecutivo. Si tratta ora di capire se quell’incontro è
stato un fatto episodico o se, al contrario, possa segnare
l’inizio di un confronto serio sul tema più importante per il
nostro Paese. Su questo punto c’è bisogno di un dialogo vero
perché la scarsa competitività genera scarsa crescita economica
e nessuno può permettersi il lusso di correre questo rischio.
Speriamo, dunque, nel buon senso sapendo che se il Governo vuol
dar vita ad una politica in grado di rilanciare la competitività
e lo sviluppo non può non tener conto di ciò che potranno
indicargli i principali attori di questo progetto e che sono,
per l’appunto, le imprese e i lavoratori. Oggi sono rimasti
finalmente in pochi a sostenere che i problemi di competitività
per le nostre imprese possano nascere dal costo del lavoro. E’
del tutto evidente, infatti, che le difficoltà sono esterne a
quel sistema e risiedono, in particolare, nelle conseguenze
determinate dall’euro o dalla globalizzazione. Certo, non
possono essere sottaciuti alcuni problemi interni alle aziende
che attengono al modello organizzativo, ancora troppo ingessato
dalla burocrazia e dalla gerarchia, e tali da rallentare i
processi decisionali. Ma quel che è certo è che il sistema
produttivo va comunque anche aiutato dall’esterno. Noi abbiamo
indicato alcune soluzioni possibili, proponendo interventi
governativi ben mirati nella direzione della formazione, degli
incentivi all’innovazione e del taglio delle tasse sul lavoro.
Vedremo se questi suggerimenti saranno accolti e se saranno
accantonate anche quelle illusioni che hanno sinora condizionato
il dibattito e le stesse scelte di politica economica. Si è
pensato, ad esempio, sino ad oggi, che la nostra ripresa potesse
essere determinata dalla ripresa internazionale e che ci si
potesse agganciare alla locomotiva americana, magari inserendo
tra i fattori di competizione quello del contenimento dei costi.
Quest’ultimo, in particolare, è un errore di analisi della
realtà del nostro Paese ma anche di valutazione delle
prospettive e dell’evoluzione dell’economia mondiale. Un errore
strategico perché punta ad abbassare l’asticella della
competizione in un improbabile confronto con i Paesi in via di
sviluppo con i quali, sul terreno dei costi, siamo destinati a
sicura sconfitta.
Purtroppo, il nostro sistema industriale è
andato in grande affanno nella sfida della competizione. Ci sono
ritardi decennali rispetto agli altri Paesi dell’Occidente e,
soprattutto, gli investimenti privati non sono bastati ad
innescare una nuova fase. Sono allora due le strade da seguire.
A livello ‘macro’ occorre innanzitutto avviare una grande
campagna di investimenti pubblici in infrastrutture materiali e
immateriali perché questa politica produrrebbe, di per sé, una
fase di espansione. In tal modo si favorirebbe, indirettamente,
anche la stessa produzione industriale attraverso un sistema di
infrastrutture che assicuri alle imprese di poter contare
–questa volta sì a costi bassi!- su acqua, energia e vie di
comunicazione. Bisogna prendere atto che il nostro sistema
industriale va in affanno perché l’efficacia di un’impresa
dipende anche dall’efficacia dei servizi che dovrebbero
sostenerla. Questo è un terreno su cui si deve intervenire. Ecco
perché è necessario trovare un meccanismo che renda compatibili
gli equilibri di bilancio con queste forme di investimento non
comprendendo tali spese nel conteggio previsto dal patto di
stabilità e rendendo possibile, così, lo sforamento del tetto
del 3%.
Sull’altro fronte poi, quello ‘micro’, non
c’è altra soluzione per il consolidamento e l’espansione delle
nostre imprese diversa da una crescita del fatturato,
presupposto indispensabile per una contestuale crescita della
redditività. Per avere un grande Paese, insomma, occorre avere
grandi imprese ed è necessario, per questo, che sempre più
imprenditori reinvestano nelle proprie attività produttive.
Oggi, parlare di industria significa parlare
del futuro del Paese. L’Italia ha un tasso di
industrializzazione, oltre che di occupazione nell’industria,
più elevato persino della Germania e della Corea e ciò vuol dire
che in termini di Pil dipende più di tutti proprio da questa
realtà. Ciò può diventare un fattore di enorme forza ma anche di
grande vulnerabilità ed ecco perché, oggi, fare una politica
industriale è un’autentica necessità.
Su questo fronte anche il Sindacato può
responsabilmente fare la propria parte. Uno studio di un centro
di ricerca europeo ha messo in evidenza che il tasso di crescita
della produttività nel nostro Paese è troppo basso. Le
connessioni di questo dato con la competitività e la crescita
sono chiare. E’ tempo allora di prevedere che, ad un dato
livello, ad incrementi di produttività corrispondano sempre
incrementi salariali. Questo meccanismo determinerebbe una
convenienza complessiva del sistema e costituirebbe un altro
importante tassello nel mosaico della competitività e dello
sviluppo.
A questo percorso così articolato, e per
certi aspetti anche complesso da realizzare, non esistono
alternative: ogni scorciatoia è illusoria ed inefficace. Le
Istituzioni e le parti sociali sono chiamate, tutte, ad un
atteggiamento di disponibilità e dialogo e ad assumersi le
proprie responsabilità. La Uil, come sempre, con le proprie idee
e con la propria azione, sarà protagonista anche di questa
difficile fase.