UIL: Segreteria generale | Novità nel sito
Il nostro indirizzo e tutte le informazioni per contattarci

INTERVENTI

Convegno sulla Pubblica Amministrazione: l'intervento del Segretario generale Luigi Angeletti

Con il mio intervento, voglio chiarire quali sono le preoccupazioni, le proposte e gli obiettivi alla base di questa iniziativa, e, dunque, della politica che abbiamo adottato e che attueremo.

Una delle nostre più grandi premure è quella – per dirla con Pistorio – di fare in modo che ci sia una esatta e reale valutazione della “malattia di cui soffriamo”. Ascoltare, però, diagnosi che consideriamo non realistiche, ci preoccupa.

Non abbiamo in Italia più dipendenti pubblici per popolazione degli altri paesi industrializzati, ne abbiamo anzi, molti meno degli americani, infatti negli USA si contano  19 milioni di dipendenti pubblici su 300 milioni di abitanti, in Italia il rapporto è 3,5 milioni su 30 milioni. A voi le proporzioni.

A questo c’è da aggiungere che non spendiamo più degli altri Paesi, perché paghiamo meno i nostri dipendenti pubblici. Da tutto ciò ne deriva che, statistiche alla mano, i costi della Pubblica Amministrazione non sono alti.

Ciò nonostante nel dibattito di questi mesi, la Pubblica Amministrazione viene assunta come “il” problema principale per l’economia del Paese.

È evidente perciò quanto sia distorta la percezione del lavoro pubblico da parte di molti osservatori. L’unica soluzione da mettere in campo è riuscire davvero a comprendere la realtà.

Abbiamo già meno impiegati pubblici degli altri Paesi, appare ovvio che non c’è la necessità di far ricorso allo strumento del licenziamento.

Sono un sindacalista, e c’è sicuramente chi obietterà che tutto ciò lo affermo per dovere, ma bisogna prendere atto che questa è davvero la realtà, e ogni tanto questa dovrebbe prevalere sulla sua rappresentazione deformata.

Certo, i cittadini e le imprese, cioè i veri utenti dei servizi, si ritengono insoddisfatti e hanno una percezione negativa del lavoro che viene svolto dalla Pubblica Amministrazione. Uno dei nodi centrali è relativo alla semplificazione, elemento questo quanto mai importante per un Paese complesso come il nostro.

Citerò un esempio per tutti: i postali.

Quando lavoravo in fabbrica, le poste venivano spesso prese come l’esempio negativo per eccellenza del lavoro statale, da chi, come me, era un lavoratore dipendente di un’azienda privata.  

 Niente di più sbagliato. Le poste italiane, che sono pubbliche, sono una delle aziende più efficienti che abbiamo ed offrono un servizio migliore di quello offerto dalle aziende postali private di altri paesi.

Non esiste alcun riscontro concreto nella realtà dell’equazione, spesso utilizzata, pubblico  uguale inefficienza e privato uguale efficienza.

Quando un’azienda pubblica è gestita con criterio e senso di responsabilità, funziona, e anche bene.

Cerchiamo allora di capire perché esistono questi problemi, quali sono le cause, quindi, quali possono esserne le terapie.

Prima il ministro Nicolais ha spiegato che sarebbe una grande innovazione  se la P.A. riuscisse a valutare le situazioni “ex post” piuttosto che, come avviene oggi, “ex ante”. Sono d’accordo sul fatto che bisogna rovesciare  il sistema, istituendo un organo di controllo che vigili attentamente sul rispetto delle regole, tutelando così gli interessi della collettività.

Perché questo  non è mai accaduto? Il motivo è molto semplice. Lo Stato italiano non si fida dei cittadini. Nel momento in cui si ritrova a dover votare una legge, ad esempio, tenta di prevederne tutti i possibili inganni, complicandola, perché si parte dal presupposto che il cittadino voglia sempre e comunque glissare le regole. È mancanza di fiducia, un vero problema di cultura politica.

Bisogna fidarsi dei cittadini. Così come bisogna fidarsi dei propri dipendenti e lo stato, purtroppo, non si fida neanche di loro.

Ed è semplicemente questa la ragione per cui la nostra P.A. è così burocratica, nell’accezione più negativa che questo termine possa avere. In Italia, coloro che detengono il potere non vogliono  condividerlo.

L’inefficienza di un servizio consente a chi ha questo potere la più ampia discrezionalità.

Questo è il nodo centrale. E riemerge anche quando cerco di contestare quelle che appaiono delle semplificazioni. Si parla, ad esempio, del licenziamento di chi lavora poco e male. Non siamo contrari al licenziamento, è già previsto dalle norme. Norme, che però  non vengono applicate e questo non a caso. Il potere politico è alla ricerca di consenso e non di efficienza. Volendo fare un altro esempio, la lotta all’evasione fiscale non è così difficile da attuare, perché non abbiamo la capacità di produrre delle norme, in grado di ridurre in maniera significativa il fenomeno. Fatica ad affermarsi semplicemente perché riduce il consenso.

Serve a poco invocare il licenziamento dei cosiddetti “fannulloni” Non è questo il vero problema e non ne è la soluzione.

Accanto al potere politico ad alle sue anomalie, esiste un altro potere: quello burocratico – amministrativo, il potere di chi gestisce l’Amministrazione.

Va sciolto il nodo di una relazione più corretta tra potere e responsabilità. È una questione fondamentale ancora non risolta, nonostante sia in vigore nel nostro Paese, un sistema di “spoil system”.

Quando manca il collegamento tra potere e responsabilità, il potere diventa insindacabile, e  l’unica preoccupazione di chi lo detiene è di conservarlo e difenderlo. Ed è per questa ragione che anche la normale routine di un dirigente, come sanzionare comportamenti scorretti, richiamare all’ordine e gestire i propri impiegati, viene accuratamente evitata.

Riequilibrare il rapporto tra potere e responsabilità è, quindi, una delle chiavi fondamentali per far sì che la Pubblica Amministrazione assolva concretamente alla sua missione. Lo “spoil system” risponde proprio a questa esigenza, nel momento in cui è il dirigente a pagare le inadempienze del ufficio che gestisce. Il potere di cui gode è correlato alla responsabilità del funzionamento, dell’efficienza e della produttività del suo ufficio. Sono queste le criticità da dirimere e noi vorremmo che queste fossero realmente l’oggetto del cambiamento. È questo grumo di conservazione di cui parlava prima Paolo, che dobbiamo rompere a partire dalla P.A.

Una pubblica amministrazione che ha di questi problemi non fa altro che alimentare le cattive abitudini di chi è già convinto che non sia necessario lavorare sodo per garantire buoni servizi ed efficienza.

È un problema, questo, radicato nella nostra cultura, una cultura che porta molti di noi a considerare ancora la “meritocrazia” un tabù. 

Sono convinto che il merito sia un valore di sinistra non di destra, come comunemente viene rappresentato. Un normale cittadino,  che non appartiene a famiglie di potere e non ha un grosso conto in banca, può contare solo sulle sue capacità, e sulle sue potenzialità per avanzare nella società, per migliorare il proprio reddito, per  vivere meglio e per realizzarsi. Ancora oggi però, non è solo il merito della persona  il vero motore della sua crescita.

Lo è purtroppo,  il potere dei padri e delle grandi famiglie.  

Quando il potere di chi amministra la cosa pubblica è sempre nelle mani di chi ha lo stesso cognome, e si tramanda di padre in figlio, al di là delle capacità personali e del merito, cosa è se non feudalesimo? Cosa è se non la peggiore accezione del conservatorismo?

Il merito è un valore democratico. Molto spesso lo si dimentica. Nel momento in cui sosteniamo l’idea che una società con  tratti feudali come la nostra ha bisogno di una vera modernizzazione, tocchiamo le corde di un problema culturale e politico. La modernizzazione passa anche dal fatto che sia consentito a molti più cittadini italiani, soprattutto ai giovani, di avere la possibilità di raggiungere i propri obiettivi sulla base del merito, e quindi  della qualità, delle conoscenze e dell’impegno che essi sono in grado di esplicitare.

Il sindacato deve indicare una via, solo allora non si penserà più ad esso come ad una organizzazione conservatrice, ma sarà riconosciuto da tutti come il vero fattore di cambiamento della nostra società.

Questo è il nostro merito storico, noi siamo stati e siamo una grande organizzazione perché abbiamo raccolto e tutelato le forze in grado di promuovere cambiamenti e miglioramenti reali nella società.

Nonostante le difficoltà e le resistenze che incontreremo, è una battaglia che merita di essere combattuta, anche per diffondere la consapevolezza del lavoro pubblico, facendo in modo che questo sia da tutti riconosciuto come un valore. Tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici lavorano per il prossimo, per  i cittadini. C’è una cosa più nobile di questa? E perché noi dobbiamo accettare che essi vengano dipinti come dei parassiti?

Roma, 9 gennaio 2007

Valid XHTML 1.0 Transitional Valid CSS! [Valid RSS]