D) Angeletti, hai più volte sostenuto che nel nostro Paese
esiste una questione salariale e un problema di redistribuzione
del reddito. Anche il tuo intervento al convegno organizzato
dalla Uil del Trentino mi pare che abbia rimarcato questa
posizione…
R) Non vi è dubbio ed è sotto gli occhi di tutti che una
parte del nostro Paese si sia impoverita. Una crescita dei
prezzi avvenuta senza alcuna motivazione economica ma solo per
ragioni di carattere speculativo ha determinato un’ingiusta
redistribuzione della ricchezza a svantaggio dei redditi da
lavoro dipendente e dei pensionati. Bisogna realizzare politiche
nuove che facciano contestualmente crescere l’economia e i
salari.
D) E qual è, a tuo avviso, la politica da realizzare per far
crescere il Paese?
R) Una politica economica che si ponga questo obiettivo deve
basarsi sull’espansione della domanda interna e deve perciò
consentire ai cittadini di avere più soldi a disposizione.
Bisogna, insomma, avviare una politica di investimenti in
infrastrutture, ricerca e innovazione, da un lato, ma occorre
anche alimentare i consumi ridistribuendo la ricchezza
dall’altro. E per ridistribuire la ricchezza – obiettivo che non
può essere disgiunto né concettualmente né temporalmente da
quello della crescita - si deve far ricorso ad una politica
salariale e ad una politica fiscale che siano coerenti e
conseguenti. Devono perciò crescere i salari reali e devono
essere ridotte le tasse ai lavoratori dipendenti e ai pensionati
che hanno una propensione marginale al consumo più alta.
D) Ma questo comporta, di fatto, una rivisitazione della
politica dei redditi praticata in questi anni oltre che della
concertazione?
R) La concertazione non si può fare che in tre e fino a
quando uno dei soggetti coinvolti non la ritiene percorribile è
bene non farsi soverchie illusioni sulla possibilità di
riprendere quella prassi. Per quel che riguarda poi la politica
dei redditi, di fronte a prezzi e tariffe che spesso non sono
più sotto controllo, che senso avrebbe moderare solo la crescita
salariale?
Peraltro, c’è una questione di obiettivi da perseguire.
Undici anni fa, con la concertazione, con quella politica dei
redditi e con quel sistema contrattuale si puntava al
risanamento del Paese e al controllo di una preoccupante
dinamica inflativa. Quel risultato è stato conseguito. Oggi, lo
abbiamo già detto prima, bisogna porsi un altro obiettivo: lo
sviluppo. Politica dei redditi e sistema contrattuale devono
dunque tener conto di questo nuovo contesto. E se lo sviluppo è
il nuovo obiettivo, la politica contrattuale deve essere
costruita puntando ad una crescita del salario reale. Questo è
ciò che conta ed è ciò che interessa ai lavoratori.
D) Le ripercussioni di questa posizione sul modello
contrattuale paiono conseguenti ed inevitabili. Il sistema
contrattuale va riformato?
R) Partiamo dai fatti. Innanzitutto, è finalmente stato
avviato il lavoro della commissione di Cgil, Cisl e Uil sul
modello contrattuale che proverà a formulare una rimodulazione
dell’attuale sistema contrattuale. C’è dunque la volontà di
tener conto dei cambiamenti di cui si parlava: vedremo se col
tempo si giungerà a qualche risultato. Detto ciò, è del tutto
evidente che già da qualche tempo non abbiamo più tenuto conto,
nelle nostre rivendicazioni, del tasso di inflazione
programmata. E così sarà anche per le prossime richieste
contrattuali. Proprio in conseguenze del venir meno di una
politica di tutti i redditi, il sistema contrattuale incentrato
sull’inflazione programmata non regge più e non ha più ragion
d’essere. Insomma non si possono sottovalutare la realtà e i
suoi mutamenti ed ecco perché sarebbe un bene per tutti
migliorare e attualizzare il sistema contratuale.
D) E su quali basi bisognerebbe attualizzarlo?
R) Non entrerei nei dettagli e lascerei lavorare la
commissione che si è insediata proprio a cavallo di dicembre e
gennaio. In ogni caso, l’obiettivo è quello di far crescere il
salario reale dei lavoratori. Ciò si può ottenere consolidando
il contratto nazionale, per garantire a tutti la salvaguardia
del salario reale, e diffondendo la contrattazione di secondo
livello nel modo più capillare possibile, per ridistribuire la
ricchezza lì dove essa è prodotta. Nessuno stravolgimento,
dunque: il modello contrattuale va semplicemente rivisitato
inserendolo in una logica di sviluppo e non più di risanamento e
in un nuovo contesto in cui ruolo e funzioni del Sindacato
possono essere decisivi come lo furono negli anni Novanta.