| INTERVENTI
Assemblea Nazionale dei Quadri
e Delegati.
Per una nuova politica industriale.
Intervento di Luigi Angeletti, Segretario Generale della UIL
Cari amici e compagni,
quella odierna non è e non vuole essere una giornata rituale.
Siamo qui per avanzare proposte su un tema, quello della
politica industriale, non più rinviabile se vogliamo davvero
puntare allo sviluppo del nostro Paese.
Dobbiamo fare qualche passo indietro per comprendere le
ragioni della crisi dell’intero sistema.
Si parla da tempo della fine del lavoro industriale. Già alla
fine degli anni Novanta era tutto un proliferare di teorie
post-industriali. La stessa figura dell’operaio aveva perso
nell’immaginario collettivo l’aureola del mito. E da questo
punto di vista ciò è anche comprensibile: siamo una società
complessa, articolata, non più così rigidamente divisa come lo
eravamo negli anni Settanta. Tuttavia, ad essere errata era la
teorizzazione che degli operai non ci fosse più bisogno e che
addirittura non esistesse più una classe lavoratrice
dell’industria. Che ciò non sia vero lo dimostra la situazione
lavorativa delle altre nazioni, quelle con le quali competiamo a
livello europeo, così come quella dei paesi dove l’utilizzo di
manodopera è massiccia e diffusa. Ma non è vero che gli addetti
all’industria nel nostro Paese sono diminuiti. E’ sicuramente
diminuito il loro numero nelle grandi imprese: lavorano in
imprese più piccole e guadagnano anche meno. Molte grandi città
a forte vocazione industriale hanno diversificato le offerte di
prodotti e nonostante ciò, per quanto possa apparire
paradossale, il numero complessivo degli addetti come dimostrano
le statistiche è aumentato. Infatti gli occupati complessivi
nell’industria nel 1994 erano 6.587.000. Al 31 dicembre 2003 l’Istat
registra un numero di occupati nell’industria pari a 7.020.000.
Certo la crisi dipende anche da deficit strutturali: nessun
paese industrializzato importa la quantità di energia elettrica
che noi importiamo, il 13%; non abbiamo realizzato né centrali
nucleari né a carbone mentre paesi europei che confinano con il
nostro ne possiedono in quantità significative; sono oltre
trenta anni che non si costruiscono autostrade e ferrovie né si
investe in infrastrutture.
Vedete, in qualche modo, il mondo va sì globalizzandosi ma
sempre più in forma circolare. Il primo cerchio è quello in cui
si colloca chi produce le idee, la ricchezza e i servizi. Nel
secondo, quello in cui noi ci troviamo, c’è ancora un’industria
significativa ma una ridotta capacità di generare brevetti. Ce
n’è un terzo poi dove garanzie e diritti sono ancora qualcosa di
sconosciuto. Non è con questi paesi che dobbiamo ridurci a
competere. Sarebbe un errore strategico perché si punterebbe ad
abbassare l’asticella della competizione in un improbabile
confronto con Paesi con i quali, sul terreno dei costi, siamo
destinati a sicura sconfitta.
Sono anni ormai che ripetiamo che senza innovazione e senza
investimenti è impossibili reggere la sfida della competizione.
Per un certo periodo il processo di delocalizzazione ha illuso i
nostri imprenditori: non è bastato, non basta, non potrà mai
bastare.
C’è la tendenza a immaginare ancora che l’impresa sia
qualcosa di personale, staccato dalla comunità, avulso da ogni
responsabilità sociale. Non è così, ci battiamo perché non sia
così e nessuno si illuda di poter tornare al medioevo e ad una
concezione della proprietà d’impresa come proprietà della villa
familiare.
Per anni abbiamo dovuto ascoltare una filosofia, per certi
aspetti anche giusta, che definiva il “piccolo” come bello e
risolutivo. Ci si è innamorati però di un modello che al primo
soffio significativo della globalizzazione arranca in preda
all’afasia. Sono centinaia, infatti, le vertenze che non trovano
ancora risposte e soluzioni soddisfacenti.
In realtà, non c’è altra strada per il consolidamento e
l’espansione delle nostre imprese diversa da una crescita del
fatturato, presupposto indispensabile per una contestuale
crescita della redditività. Per avere un grande Paese, insomma,
occorre avere grandi imprese ed è necessario, per questo, che
sempre più imprenditori reinvestano nelle proprie attività
produttive.
Comunque, in Italia c’è posto per un concetto di impresa che
non escluda certamente il piccolo né che lo ricatti. C’è bisogno
di sinergie. Il nanismo imprenditoriale può garantire forse il
destino individuale di un imprenditore ma certamente non
garantisce la più ampia comunità del lavoro. Una nazione può
dirsi avanzata dal punto di vista industriale quando possiede un
sistema delle imprese dove i grandi gruppi sono tanti e
significativi, capaci di fare bene e competere su mercati di
grandi dimensioni, perché ciò garantisce anche le risorse per
innovare, brevettare, migliorare e in qualche modo soddisfare le
esigenze del mercato. Per troppi anni le risorse prodotte dalle
imprese sono state destinate verso la finanziarizzazione,
Abbiamo visto sbriciolarsi nello spazio di un mattino imperi
costruiti sulla carta, attraverso un sistema di transazione che
nulla avevano a che fare con la tradizione e la cultura
industriale di quelle imprese. C’è bisogno di imprenditori
coraggiosi, di uno Stato capace non tanto di offrire incentivi a
perdere quanto piuttosto di migliorare il sistema. Dobbiamo
concretamente far vedere a questi imprenditori che è possibile
investire al Sud senza dazi aggiuntivi pagati ad una criminalità
che è da sempre storicamente nemica dello sviluppo, perché lo
sviluppo vuol dire che le persone smettono di essere sudditi e
diventano cittadini, imparano non a cercare la raccomandazione
ma a reclamare diritti, interiorizzando però anche i doveri.
Quello a cui noi pensiamo, invece, è un vero rinascimento
della nostra industria che parte da alcuni dati oggettivi ormai
ampiamente individuati e metabolizzati in quasi tutti settori
della società. Dobbiamo smetterla di essere timidi e impauriti
solo perché ogni volta che invochiamo la mano pubblica veniamo
definiti conservatori. Guardate che nei paesi che dominano i
mercati e, per parlare dell’Europa, penso a Francia e Germania,
quell’aiuto non è invasivo ma molto attento a sostenere
concretamente il sistema delle imprese e la sua capacità di
stare sui mercati internazionali. Lo fa in maniera seria,
efficiente e intelligente. Quindi quando parlo di intervento
pubblico non penso ad una riedizione pura e semplice delle
partecipazioni statali. Penso invece ai tanti centri di
eccellenza tecnologica che lo Stato nelle altre nazioni
salvaguarda, incentiva e sviluppa perché sa che quei cervelli,
quei brevetti rappresenteranno un punto in più per le loro
imprese. Quindi è ora di smetterla di definire il sindacato
nostalgico dell’assistenzialismo.
E’ dimostrato dai dati, dalle statistiche, dalla letteratura
sul tema che il livello di produttività, di flessibilità e di
qualità che i lavoratori danno alle imprese è tra i più alti del
mondo. C’è da dire però che se anche i lavoratori rinunciassero
al loro salario e lavorassero senza limiti di tempo, la
situazione non migliorerebbe perché sono le cose che si
producono che non sono appetibili dal mercato. Vedete, è
talmente vero ciò che dico che anche gli imprenditori hanno
smesso di proporci ricette per il rilancio dell’impresa simili a
quelli degli anni passati che si basavano esclusivamente su
bassi salari e flessibilità spinta. Non possiamo immaginare
quindi che il rilancio dell’industria nasca da un atto di buona
volontà né pensare che da soli o anche insieme agli imprenditori
possiamo risolvere questa situazione che si trascina da molti
anni. Il rilancio dell’impresa deve essere un laboratorio di
contributi, di impegni e di decisioni politiche senza le quali
neanche gli scioperi ad oltranza possono risolvere nulla. Ci
siamo trovati in condizioni anche peggiori di questa dove erano
le fondamenta stesse della Repubblica a scricchiolare e abbiamo
ritenuto utile e vincente una politica di moderazione salariale.
Oggi dobbiamo fare esattamente il contrario. La questione
salariale non è solo un elemento di giustizia ma rappresenta, a
mio avviso, uno dei modi attraverso i quali rilanciare i consumi
e rimettere in moto l’economia. Ma anche qui, e adesso parlo
alla nostra controparte, laddove i lavoratori dipendenti e le
altre categorie sociali, avessero più denaro da spendere in beni
di consumo acquisterebbero i prodotti nazionali? E’ purtroppo
dimostrato che i beni verso i quali il consumatore orienta il
suo sguardo sono beni prodotti da aziende con le quali
competiamo. Ecco perché un rilancio dell’industria, che come
abbiamo già indicato non più tardi di un mese fa deve partire
dal Mezzogiorno , ha un significato più ampio, investe ogni
segmento della società e ogni cittadino. L’industria genera di
per sé valore e diffondendosi sul territorio può far migliorare
i servizi, la viabilità, l’utilizzo della strumentazione
informatica, insomma può produrre quella quantità di ricchezza
che ridistribuita in misura equa e giusta garantisce al Paese
forme di benessere diffuso. I nodi che abbiamo di fronte sono
tutt’altro che piccoli.
L’incremento è tutt’altro che trascurabile se pensiamo a
quale cambiamento, con l’arrivo della globalizzazione, abbia
investito le industrie mondiali. Siamo riusciti, anche grazie
al nostro impegno, a rispondere a molti dei cambiamenti che si
sono verificati. Nonostante ciò, lo stato di sofferenza avanza,
fa vivere le persone in una condizione di perenne ansia a cui
noi, come sindacato, vogliamo dare risposta. Non da soli, lo
dicevo già prima. Dobbiamo obbligare le future forze politiche a
spiegarci e ad indicare al Paese quali soluzioni ipotizzano per
superare questa difficile fase. Siamo stanchi di una politica
fatta di annunci, di polemiche che vivono lo spazio di un
mattino, di interventi dichiarati ma mai praticati. Mentre
questo avviene, i nostri concorrenti si attrezzano, innovano,
incentivano le loro imprese.
Noi non siamo un Paese che può pensare al proprio futuro in
assenza di un’industria forte e competitiva. Occupazione e
crescita dipendono dalla forza e dalla prospettiva del nostro
apparato industriale. Ed è per questo che abbiamo bisogno di una
politica industriale che ci renda competitivi per molti decenni.
Ed è proprio perché concordiamo su queste tesi che insieme alla
Confindustria abbiamo dato vita alle intese sulla competitività
Non possiamo, dunque, limitarci a fare manifestazioni e
cortei e assistere alla chiusura delle fabbriche; né possiamo
illuderci che bastino gli ammortizzatori sociali a sopperire a
quelle lacune; né, infine, possiamo accettare che la classe
politica si limiti a rappresentare la propria solidarietà.
Questo, invece, deve essere il momento delle scelte concrete.
Noi non chiediamo aiuti per le singole imprese: molte ne
hanno già ricevuti troppi, talvolta anche inutilmente sprecati.
Noi vogliamo che il territorio in cui esse operano abbia
strutture e caratteristiche tali da farle crescere e sviluppare.
Dunque, che si spendano soldi per la ricerca, che si
costruiscano infrastrutture, che si capillarizzi la diffusione
dell’acqua, che si offra energia a costi normali. Ed ecco perché
quando parliamo di industria, il nostro pensiero corre anche al
sistema scolastico e a quello universitario perché è anche da lì
che si rilancia la forza delle nostre imprese.
Questo è ciò che occorre fare realmente. Perché oggi più che
mai è il sistema territoriale nel suo insieme che deve
attrezzarsi per vincere la sfida della competizione. E’ una
sfida tra sistemi quella che bisogna giocare, e questo deve
essere ben chiaro per i governi nazionali e per le istituzioni
locali.
Noi vorremmo che il Governo, che questo governo, comprendesse
una semplice verità: nella definizione di una politica
industriale non c’è nulla di ideologico, c’è solo il segno e la
volontà di una sfida concreta in cui è il Paese nel suo insieme
che vince o perde. Ed è esattamente questo il segno e la volontà
della nostra proposta che il documento sindacale di Cgil, Cisl e
Uil riporta nel dettaglio.
Il Governo quindi deve smetterla di avallare l’illusione che
riduzione delle tasse e mercato siano sufficienti a risolvere i
problemi dell’industria nel nostro Paese.
Cari amici e compagni, va rimarcato, tuttavia, che c’è un
altro punto, davvero decisivo, da affrontare e risolvere. Noi
vorremmo che i principali attori di questo auspicato processo
abbiano chiaro il senso delle loro responsabilità: abbiamo
bisogno di imprenditori che facciano gli imprenditori.
Fortunatamente non tutti, ma una parte di essi ha sempre pensato
che i problemi della propria impresa dovessero essere risolti da
qualcun altro. Negli anni passati, complici sia le svalutazioni
competitive sia gli aiuti statali, molte realtà produttive hanno
superato le loro crisi non dando fondo, più di tanto, alle
proprie energie. Anche loro, insomma, hanno avuto alcuni utili
ammortizzatori. Si sprecavano poi le solite lamentele contro i
sindacati e contro l’alto costo del lavoro utilizzate per celare
le vere deficienze strutturali. Oggi, in un sistema non più
protetto dai confini nazionali ma aperto ai venti della
globalizzazione, viene fuori impietosamente che il re è nudo ed
emerge, con tutta evidenza, che per essere competitivi bisogna
essere intelligenti e avere la volontà di reinvestire nella
propria impresa. Concetti elementari eppure raramente applicati.
E’ successo così che negli ultimi dieci anni mentre le poche
aziende pubbliche che ancora operano nel nostro paese hanno
prodotto risultati entusiasmanti, molte aziende private, al
contrario, hanno distrutto ricchezza.
Insomma, propedeutica al rilancio di una vera politica
industriale è la volontà delle aziende a credere nella sfida
della competizione, ad accettarla e volerla vincere facendo leva
sulle proprie capacità imprenditoriali.
Oggi, con forza, vogliamo porre al centro dei problemi
economici la questione delle politica industriale poiché sulla
strada opposta a quella che proponiamo c’è solo la perdita di un
patrimonio e l’impoverimento del Paese.
Per parte nostra siamo pronti ad accettare le sfide che pone
la globalizzazione, a confrontarci per indicare e proporre
soluzioni utili a realizzare forme di benessere diffuso, perché
riattivare il circolo virtuoso dell’economia e del lavoro
significa far stare meglio anche le persone che rappresentiamo.
Sul fronte socio-economico, l’Italia ha oggi tre grandi
questioni da affrontare e risolvere: la questione competitività,
la questione salariale e la questione fiscale. Sono temi che, se
risolti nella giusta direzione, generano positive conseguenze
anche su altri delicati fronti. E penso, a tal proposito,
all’occupazione, al Mezzogiorno, al welfare.
Su questi punti c’è bisogno di un dialogo vero perché la
scarsa competitività genera scarsa crescita economica e nessuno
può permettersi il lusso di correre questo rischio e su questo
il Governo deve assumere le opportune iniziative.
Occorrono, infatti, investimenti e perciò è necessario
trovare un meccanismo che renda compatibili gli equilibri di
bilancio con investimenti infrastrutturali, non comprendendo
tali spese nel conteggio previsto dal patto di stabilità e
rendendo possibile, così, lo sforamento del tetto del 3%.
L’Europa deve porsi l’obiettivo della crescita e quindi il Patto
di stabilità deve essere applicato soprattutto in quella
direzione. Ecco perché si può accettare una politica rigorosa
sul fronte della spesa pubblica ma non sul fronte degli
investimenti.
Noi che siamo una forza sociale e che puntiamo allo sviluppo
come condizione anche per una crescita del valore del lavoro,
non dobbiamo avere l’ossessione del rigore. Non solo e non tanto
perché si tratterebbe di una contraddizione in termini tra ciò
che vogliamo perseguire e gli strumenti a cui facciamo
riferimento. Ma soprattutto perché una politica del rigore è
inutile, inefficace e controproducente rispetto all’obiettivo
della crescita.
Oggi, parlare di industria significa parlare del futuro del
Paese. L’Italia ha un tasso di industrializzazione, oltre che di
occupazione nell’industria, più elevato persino della Germania e
della Corea e questo vuol dire che in termini di Pil dipende,
più di tutti, proprio da questa realtà. Ciò può diventare un
fattore di enorme forza ma anche di grande vulnerabilità ed ecco
perché, oggi, fare una politica industriale è un’autentica
necessità.
C’è un’evidente connessione tra produttività, competitività e
crescita. E’ tempo allora di prevedere che, ad un dato livello,
ad incrementi di produttività corrispondano sempre incrementi
salariali. Questo meccanismo determinerebbe una convenienza
complessiva del sistema e costituirebbe un altro importante
tassello nel mosaico dello sviluppo.
Abbiamo in Italia una questione salariale che noi segnaliamo
da tempo: una parte del nostro Paese si è impoverita. Una
crescita dei prezzi avvenuta senza alcuna motivazione economica
ma solo per ragioni di carattere speculativo ha determinato
un’ingiusta redistribuzione della ricchezza a svantaggio dei
redditi fissi. Bisogna realizzare politiche nuove che facciano
contestualmente crescere l’economia e i salari.
Per ridistribuire la ricchezza – obiettivo che non può essere
disgiunto né concettualmente né temporalmente da quello della
crescita- si deve far ricorso ad una politica salariale e ad una
politica fiscale che siano coerenti e conseguenti. Devono perciò
crescere i salari reali e devono essere ridotte le tasse ai
lavoratori dipendenti e ai pensionati che hanno una propensione
marginale al consumo più alta.
Questo principio comporta, di fatto, una rivisitazione della
politica dei redditi: di fronte a prezzi e tariffe che spesso
non sono più sotto controllo, che senso avrebbe moderare solo la
crescita salariale? Politica dei redditi e sistema contrattuale
devono dunque tener conto di questo nuovo contesto. E se lo
sviluppo è il nuovo obiettivo, la politica contrattuale deve
essere costruita puntando ad una crescita del salario reale.
Questo è ciò che conta ed è ciò che interessa ai lavoratori.
Nel nostro
paese, infine, c’è anche quella che potremmo definire una
“questione fiscale” che si identifica sostanzialmente con un
fenomeno di evasione certamente molto preoccupante e superiore
ai valori medi dell’Unione Europea. Il livello di evasione
fiscale, infatti, è decisamente patologico se consideriamo che
ogni anno sfuggono al fisco, in termini di reddito complessivo,
ben 200 miliardi di euro. Ciò significa che non affluiscono
nella casse dello Stato oltre 60 miliardi di euro.
Se non si
risolve il problema dell’altissimo livello di evasione fiscale,
dunque, qualunque politica di modernizzazione e di sviluppo è
destinata a non decollare.
Noi non siamo
né dobbiamo essere contro la riduzione delle tasse ma riteniamo
che questa riduzione debba essere realizzata seguendo criteri di
opportunità e soprattutto di efficienza. Le tasse devono essere
ridotte, innanzitutto, ai lavoratori dipendenti e, per ottenere
subito questo risultato, noi proponiamo che vengano detassati
gli incrementi contrattuali.
Questa deve
essere la nostra battaglia: più soldi ai lavoratori dipendenti
con i contratti e niente tasse su questi aumenti.
Le situazioni di crisi sono molteplici e differenziate ed
ogni singolo settore, oggi, sta affrontando la propria
battaglia; una battaglia fatta di specificità e di complessità
particolari.
Queste mobilitazioni hanno oggi, in questa assemblea, e
avranno nei prossimi giorni, negli scioperi e nelle
manifestazioni già dichiarate, il totale sostegno di Cgil, Cisl
e Uil.
Noi abbiamo il dovere di dare forza a queste singole
mobilitazioni con il nostro impegno nella piazza ma anche con il
confronto con il Governo, le Istituzioni locali e le
associazioni imprenditoriali.
Oggi dobbiamo mettere in campo questo tipo di azione, facendo
anche pressione sul mondo della politica che si prepara ad un
confronto elettorale e che, oggi, deve essere chiamato ad
assumersi impegni nella direzione da noi indicata.
E’ un cammino lungo, il nostro, fatto di tappe e di impegno
lungimirante. C’è un tempo per ogni cosa e, in questo percorso,
nulla è possibile escludere. Ora, è il tempo degli scioperi di
categoria e il nostro impegno deve essere per la loro riuscita.
Da questa assemblea escono proposte pacate, intelligenti,
responsabili poiché c’è in noi tutti la consapevolezza che il
futuro è nelle conoscenze, nella ricerca e nell’innovazione. E’
questo che genera benzina per far girare il motore
dell’economia. Un motore che, per molti anni ancora, sarà
rappresentato dal sistema industriale, la cui forza sono e
continueranno ad essere i lavoratori dell’industria.
Dobbiamo fare bene quello che le persone ci chiedono di fare.
Dobbiamo lavorare per questo e recuperare le differenze,
abbassando il tasso di insicurezza e di paura sempre più
diffuso.
Bisogna rilanciare la fiducia: bisogna farlo non dirlo,
realizzarlo e non regalare sogni ma solide e concrete realtà.
Voi dunque siete il futuro del Paese. Un futuro che, come
sempre e come la Storia ha già dimostrato, è riposto in buone
mani
Milano, 15 febbraio 2005
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