Notizie ADN Kronos
Il tuo browser non supporta attività java

UIL Segreteria Generale
UIL HOME CERCA NEL SITO CHI SIAMO AGENDA SCRIVI ALLA UIL ARCHIVIO

E-mail segreteriagenerale@uil.it

INTERVENTI

“Valore dell'euro, sviluppo, strategia di Lisbona"

Cnel, Roma, 31 maggio 2004

Cercherò di esprimere alcune osservazioni relative alla domanda: le contraddizioni tra una moneta unica e una economia integrata, sono compatibili con l’assenza di una politica economica dello stesso livello?

Io credo che questo non sia a lungo compatibile. E per motivare questa affermazione, che forse tutti quanti condividono, vorrei fare un’unica riflessione sul perché il progetto di Lisbona non ha funzionato, né è stato concretamente applicato, e sul perché assistiamo al paradosso per cui l’Europa, che doveva essere l’area di maggiore sviluppo e di maggiore benessere, non solo per la generazione che la sta costruendo ma soprattutto per le generazioni future, rischia di essere l’area di minore sviluppo e, a lungo andare, di minore benessere.

La questione a mio avviso è in questi termini, lo ha ricordato anche Cipolletta. Quali sono i fattori che determinano lo sviluppo? In passato tutta la nostra cultura economica e sociale si basava su un concetto: le esportazioni avrebbero determinato quell’accumulo di ricchezza, quella disponibilità di capitali, per allargare il proprio mercato, sostenere gli investimenti e determinare così nuova crescita, il cosiddetto circolo virtuoso.

Non è un problema dei singoli paesi, ma di un’entità economica che li vede assieme, questa teoria non risponde più alla realtà ma noi, invece, continuiamo a pensare seguendo il paradigma del passato. Di recente abbiamo smesso di dirlo, ma fino a poco fa capitava di leggere sui giornali la teoria per la quale occorreva guardare alla ripresa americana, alla sua durata, per capire quanto questa avrebbe trainato la nostra economia.

Ed è sotto gli occhi di tutti che si sta verificando esattamente il contrario. Le aree di sviluppo, dagli Stati Uniti d’America così come la Cina, malgrado le loro profonde differenze strutturali, si basano sostanzialmente su una visione continentale dell’economia, cioè su una visione per la quale la domanda interna è il motore dello sviluppo. In Cina hanno il problema di un paese composto da oltre un miliardo di persone, gli americani fanno esattamente la stessa politica, pur con un governo ultra liberista fanno una politica keynesiana. Possiamo criticare lo strumento utilizzato, ma questa è la loro politica, basare la loro crescita sulla domanda interna.

In base a quale motivo l’Europa dovrebbe continuare ad attendere che ci sia una ripresa spinta dei mercati mondiali che, tra l’altro, non sono mai cresciuti così tanto come negli ultimi venti anni? Siamo di fronte ad un problema politico, l’economia non può che avere una guida che sia espressione di una leadership politica. Certo, si apre il problema della sua legittimità, perché sono assolutamente d’accordo con Epifani sul non illudersi sulla capacità della tecnocrazia. Non credo che il Governatore della Banca Centrale Europea possa essere colui che fa la politica economica di un continente di 450 milioni di persone, anche se oggi è così nella sostanza.

In questo senso credo che noi, non dovremmo più di discutere o litigare sul fatto che l’euro sia stato o meno un vantaggio, se l’aumento dei prezzi in Italia, la distribuzione ineguale della ricchezza che si è realizzata negli ultimi due anni in Italia, sia colpa del governo di centro sinistra, che ha costituito male l’euro, o del governo di centro destra, che ha fatto finta che l’euro non ci fosse senza però contrastare le prevedibili conseguenze sul piano dei prezzi.

Questo è un litigio che si capisce perfettamente alla vigilia delle elezioni, ma non ha più senso se si pensa alla vera questione che noi abbiamo di fronte che riguarda il nostro ruolo in Europa e come essere ancora un paese nel quale la speranza e i valori dell’europeismo siano ancora avvertiti positivamente dalla popolazione.

È chiaro che se non c’è la prospettiva seria di un governo politico dell’economia europea, un governo democratico sul quale è possibile influire, rischiamo che questa speranza, questo sogno di costituire un’area di benessere, di pace e di democrazia nel mondo, rimanga solo un sogno.

Questa credo sia la vera responsabilità che hanno tutte le persone di buona volontà capaci di influenzare la vita politica e la vita sociale europea.

Possiamo resistere un po’ di tempo, prima che queste contraddizioni esplodano e corriamo un serio rischio di disaffezione e questo risulterebbe mortale.

Ricordate che, solo pochi mesi fa, dicevamo che saremmo andati a votare avendo già una Costituzione. Questo non è accaduto e temo che non accadrà nelle prossime settimane.

Ecco perché quando ci sono le elezioni europee nessuno parla di Europa. Sarà anche un vizio tutto italiano, però è evidente che spetta alle classi dirigenti indicare quali sono i problemi e le strade da seguire per risolvere questi problemi.

Io credo che questo sia il nodo che abbiamo di fronte. C’è la tendenza a sottovalutare questi aspetti, a considerarli marginali, questioni del tutto secondarie, rispetto alle nostre beghe interne, però ormai abbiamo passato un confine e non è possibile tornare indietro. Questo è il nodo da sciogliere, non possiamo tornare indietro e restare fermi, è impossibile pena la decadenza della nostra politica economica.

Ecco perché fare la Costituzione, precostituire le condizioni per un governo politico e democratico dell’Europa, non è questione di pochi affezionati, né questione da delegare a coloro che, nei loro sentimenti, nelle loro opinioni politiche, pensano ancora all’Europa come un sogno. L’Europa è decisiva per il nostro avvenire.

TORNA ALLA HOME