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INTERVISTE

Intervista a Luigi Angeletti, Segretario Generale UIL

di Antonio Passaro, Lavoro Italiano - Dicembre 2004

D. Dice un famoso comico: “comunque vada sarà un successo”. Possiamo dire che la stessa cosa si è verificata per lo sciopero? Al di là delle battute, il solito balletto delle cifre sulla partecipazione alle manifestazioni del 30 novembre merita qualche riflessione?

R. È del tutto evidente che non siamo interessati al solito balletto delle cifre. La gente è stata in grado di vedere personalmente che il Paese si è fermato e che lo sciopero ha fatto registrare una percentuale molto alta di adesione. Comunque, non è questo un argomento che mi appassiona né intendo fare inutili polemiche su una questione del genere.

D. Che lo sciopero sia andato bene, dunque, non vi è alcun dubbio ma chi ha cercato di fare propaganda contraria ha anche sostenuto che i sindacati hanno, di fatto, protestato contro la riduzione delle tasse. Cosa rispondi?

R. Semplicemente che non è vero come, peraltro, dimostrano tutte le nostre dichiarazioni e i documenti che hanno accompagnato la decisione della mobilitazione. Semmai, se proprio vogliamo parlare per slogan, noi abbiamo scioperato perché consideriamo che la riduzione delle tasse non sia stata sufficiente: bisognava ridurle ulteriormente.

D. Hai sostenuto questa argomentazione anche in una trasmissione televisiva ed il conduttore si è sinceramente meravigliato di questa tua affermazione…

R. Purtroppo l’esigenza di sintesi  a cui si fa ricorso nel mondo giornalistico tende a semplificare le posizioni e allora vale l’idea del “o si è con me o contro di me”. Noi non siamo mai stati contro la riduzione delle tasse ma abbiamo semplicemente sostenuto che dovevano essere ridotte diversamente da come è stato fatto.

D. Eppure Pezzotta è giunto ad affermare provocatoriamente che egli ama le tasse. Ciò può aver tratto in inganno chi si è fatta un’idea delle posizioni in campo?

R. Ognuno di noi ha la propria specifica sensibilità ma la posizione unitaria che è emersa non lascia alcun dubbio: noi vogliamo che le tasse siano ridotte in misura consistente solo ai lavoratori dipendenti e ai pensionati che più di tutti hanno subito le negative conseguenze economiche della speculazione sull’euro. Lo abbiamo detto più volte: questa è la parte del Paese che si è impoverita e che ha visto falcidiato il proprio potere di acquisto. È a questa parte del Paese che bisogna ridurre le tasse.

D. Ma perché non ridurle a tutti?

R. Perché le risorse sono troppo poche e non sono sufficienti a generare benefici per tutti. Se avessimo avuto oltre 20 miliardi di euro a disposizione e allora sì che avremmo potuto avere una riduzione generalizzata delle tasse; ma parliamo di cifre che si aggirano intorno allo 0,5% del PIL. In questi casi, dunque, bisogna fare una selezione e convogliare quei benefici verso alcune specifiche categorie e cioè – lo ripeto – verso i lavoratori dipendenti e i pensionati. Peraltro, c’è una ragione squisitamente economica a consigliare questa scelta. La riduzione delle tasse, anche nelle intenzioni del Governo, ha l’obiettivo dichiarato di rilanciare i consumi e, conseguentemente, la nostra economia. Se così è, bisogna tenere conto del fatto che sono i redditi medio-bassi ad avere una propensione marginale al consumo più elevata e che sono propri i titolari di questi redditi che bisogna invogliare ad un ritorno ai consumi. Dunque, su questa fascia bisogna concentrare tutte le risorse attualmente a disposizione. Come si vede, non è solo un problema di giustizia sociale ma è soprattutto una questione di efficacia del provvedimento da adottare.

D. In quella fascia di reddito, però, tu hai suggerito di effettuare un’ulteriore selezione. È così?

R. Ma certo. Tra i redditi medio-bassi si collocano anche quei mestieri e quelle professioni che hanno già ottenuto vantaggi da un cambio lira-euro non aderente alla realtà economica del Paese. In sostanza, l’aumento dei prezzi di cui alcune fasce si sono giovati non ha avuto alcuna motivazione economica. Perché allora ridurre le tasse anche a costoro? Ecco perché avevamo suggerito, ad esempio,  di far leva sugli incrementi salariali derivanti dai rinnovi contrattuali, detassandoli. Questa è una strada per far ottenere il dovuto a chi spetta, in tempi rapidi, sicuri e con risultati efficaci.

D. Nei giorni precedenti lo sciopero, la discussione all’interno della maggioranza sulla manovra economica è stata tutta incentrata sul numero e sull’entità delle aliquote. Come giudichi questo approccio?

R. Del tutto irrilevante rispetto alla vera questione fiscale del nostro Paese: non si è mai parlato di evasione fiscale, né mi sembra che possa rintracciarsi un sol rigo nei documenti e negli accordi all’interno del governo su un tema così decisivo. Questo è il punto. Noi abbiamo un livello patologico di evasione fiscale se consideriamo che ogni anno sfuggono al fisco, in termini di reddito complessivo, ben 200 miliardi di euro. Ciò significa che non affluiscono nella casse dello Stato oltre 60 miliardi di euro. Cosa si pensa di fare su questo aspetto? Basterebbe recuperare la metà di quei soldi per risolvere definitivamente una serie di problemi. Riuscire a far pagare le tasse a chi le evade e ridurle ai lavoratori dipendenti sarebbe una vera svolta.

D. Ma la storia del nostro Paese è lì a dimostrare che nessun governo si è mai cimentato su questo terreno con risultati davvero efficaci. Perché? e, soprattutto, c’è possibilità che prima o poi ciò accada?

R. Quello dell’evasione fiscale è un terreno molto scivoloso. Quando si deve agire per far pagare le tasse a chi non le paga, significa decidere di mettersi contro una parte di cittadini; e per una forza politica ciò può avere conseguenze elettorali pericolose. Anche in tal caso, tuttavia, siamo di fronte ad una questione di carattere culturale. Ed è per questo motivo che diventa essenziale parlare ed informare per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’opportunità e sulla necessità di una politica fiscale che consenta a tutti di pagare realmente meno tasse come conseguenza del fatto che tutti pagano il dovuto. Lo dicevo prima e lo ripeto: questa sì che sarebbe una vera svolta. Il Sindacato, per parte sua, ha il dovere di continuare a segnalare il problema e di evidenziarne l’entità.

D. La posizione del Sindacato sulla politica economica è chiara, sul Mezzogiorno c’è un documento comune tra tutte le parti sociali insieme ad una richiesta di incontro al Governo, lo sciopero è stato fatto. Ed ora?

R. La palla passa al Governo che, proprio sui temi del Mezzogiorno e della competitività, dovrebbe avviare il confronto con le parti sociali. Al momento non c’è ancora nessuna convocazione ma è difficile davvero, per chiunque, immaginare che su questi temi si possa governare il Paese prescindendo dal consenso o, quantomeno, dal dialogo con tutte le parti sociali.
Lo sciopero è stato anche un chiaro segnale in questa direzione ed anche per questo è riuscito molto bene.

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