| INTERVISTE
Intervista a Luigi Angeletti,
Segretario Generale UIL
di Antonio Passaro, Lavoro
Italiano - febbraio 2005
Angeletti, il mese di febbraio
ha segnato un’altra tappa nel programma di mobilitazione di Cgil, Cisl e
Uil. Dopo circa un mese dall’appuntamento sul Mezzogiorno, il giorno 15, a
Milano, c’è stata una grande assemblea di quadri e delegati sindacali sul
tema della crisi industriale. Il Palassago era stracolmo con oltre seimila
persone. E’ il segno che quello del rilancio industriale è il vero
problema del Paese?
Non c’è dubbio: se l’obiettivo è
quello della crescita e dello sviluppo, la strada da percorrere passa per
il rilancio della nostra industria. Su questo punto c’è chiara
consapevolezza nel Sindacato e la grande partecipazione all’Assemblea di
Milano ne è la più evidente testimonianza. Oggi, parlare di industria
significa parlare del futuro del Paese. L’Italia ha un tasso di
industrializzazione, oltre che di occupazione nell’industria, più elevato
persino della Germania e della Corea e questo vuol dire che in termini di
Pil dipende, più di tutti, proprio da questa realtà. Ciò può diventare un
fattore di enorme forza ma anche di grande vulnerabilità ed ecco perché,
oggi, fare una politica industriale è un’autentica necessità.
Insomma il lavoro industriale
continua ad essere al centro della nostra economia. Si può dire dunque che
dalla buona salute dell’industria dipende la buona salute dell’economia?
Certamente. Noi non siamo un
Paese che può pensare al proprio futuro in assenza di un’industria forte e
competitiva. Occupazione e crescita dipendono dalla forza e dalla
prospettiva del nostro apparato industriale. Ed è per questo –lo ripeto-
che abbiamo bisogno di una politica industriale che ci renda competitivi
per molti decenni. Peraltro, su questo punto sono i fatti e i dati a
parlare chiaro: non è vero che gli addetti all’industria nel nostro Paese
sono diminuiti. E’ sicuramente diminuito il loro numero nelle grandi
imprese cosicchè si lavora in aziende più piccole e si guadagna anche
meno. Ma, per quanto possa apparire paradossale, il numero complessivo
degli addetti è aumentato. Infatti, secondo i dati ufficiali dell’Istat,
gli occupati complessivi nell’industria nel 1994 erano 6.587.000 mentre al
31 dicembre 2003 erano pari a 7.020.000. Insomma, non è affatto vero che i
lavoratori dell’industria siano un residuato del XX secolo; anzi, è
proprio grazie a loro se siamo uno dei Paesi del G8. Ecco perché, anche
con questa Assemblea, abbiamo voluto porre all’attenzione del dibattito
economico la questione della centralità del lavoro industriale.
Nonostante l’importanza di
questi numeri, si avvertono tuttavia, con grande evidenza, i sintomi di
una crisi. Quali sono le ragioni di questa situazione di difficoltà?
È il livello qualitativo del
sistema industriale che si è abbassato e ciò genera situazioni di
sofferenza sempre più difficili da gestire. La crisi dipende
sostanzialmente da deficit strutturali: nessun paese industrializzato
importa la quantità di energia elettrica che noi siamo costretti ad
importare; non abbiamo realizzato né centrali nucleari né a carbone,
mentre paesi europei che confinano con il nostro ne possiedono in quantità
significative; sono decenni che non si costruiscono autostrade nè ferrovie
né si investe in infrastrutture. E tutto ciò costituisce un ostacolo
oggettivo al rilancio industriale.
Insomma più che un problema di
singole imprese c’è un problema di sistema non competitivo che va
affrontato e risolto?
Infatti noi non chiediamo aiuti
per le singole imprese: molte ne hanno già ricevuti troppi, talvolta anche
inutilmente sprecati. Noi vogliamo che il territorio in cui esse operano
abbia strutture e caratteristiche tali da farle crescere e sviluppare.
Dunque, che si spendano soldi per la ricerca e l’innovazione, che si
costruiscano infrastrutture, che si capillarizzi la diffusione dell’acqua,
che si offra energia a costi normali. Questo è ciò che occorre fare
realmente.
Il Governo ha proposto una
ricetta che potremmo così sintetizzare: ‘meno tasse, più mercato’. Può
essere efficace per il rilancio industriale?
La ricetta ‘meno tasse e più
mercato’ non funziona nel mondo reale e nemmeno sui libri di scuola. Non
c’è alternativa a ciò che abbiamo già detto: c’è bisogno di una politica
industriale che crei le condizioni strutturali per la crescita delle
aziende.
Allora niente riduzione delle
tasse?
Non è esattamente così.
Piuttosto non bisogna contrapporre allo slogan ‘riduciamo le tasse’ lo
slogan ‘non ci sono soldi’, ma bisogna ridurre l’evasione fiscale per
ridurre le tasse ai lavoratori e ai pensionati che sono quelli che le
pagano. Peraltro, non dimentichiamo che occorre anche sostenere il mercato
interno e per ottenere questo risultato il modo più rapido ed efficace è
proprio quello di ridistribuire la ricchezza facendo leva, oltre che sulla
politica contrattuale, anche su una coerente e adeguata politica fiscale.
Ritornando al discorso specifico
della competitività, è del tutto evidente che esistono deficienze di
sistema e che occorre porre rimedio a lacune strutturali nella direzione
indicata con chiarezza dal Sindacato. Ma qual è il ruolo e il compito di
quelli che devono poi essere protagonisti di questo rilancio e cioè degli
imprenditori?
I principali attori di questo
auspicato processo devono avere ben chiaro il senso delle loro
responsabilità: abbiamo bisogno di imprenditori che facciano gli
imprenditori. Alcuni di essi hanno sempre pensato che i problemi della
propria impresa dovessero essere risolti da qualcun altro. Negli anni
passati, complici sia le svalutazioni competitive sia gli aiuti statali,
molte realtà produttive hanno superato le loro crisi non dando fondo, più
di tanto, alle proprie energie. Oggi, in un sistema non più protetto dai
confini nazionali ma aperto ai venti della globalizzazione, emerge, con
tutta evidenza, che per essere competitivi bisogna essere intelligenti e
avere la volontà di reinvestire nella propria impresa. Concetti elementari
eppure non sempre applicati. E’ successo così che negli ultimi dieci anni
mentre le poche aziende pubbliche che ancora operano nel nostro paese
hanno prodotto risultati entusiasmanti, molte aziende private, al
contrario, hanno distrutto ricchezza. Insomma, propedeutica al rilancio di
una vera politica industriale è la volontà delle aziende a credere nella
sfida della competizione, ad accettarla e volerla vincere facendo leva
sulle proprie capacità imprenditoriali.
Un'ultima domanda. Quando si
parla di industria in Italia, quasi per un riflesso condizionato, un
attimo dopo si pensa alla Fiat. Qual'è il tuo giudizio sull'esito della
querelle con GM e quali possono essere le prospettive per il Gruppo
Torinese?
L’intesa tra Fiat e GM è la
soluzione che attendevamo, è un’iniezione di fiducia. Quell’intesa mostra
anche che gli azionisti e la famiglia Agnelli vogliono scommettere
sull’auto. Risolta la questione finanziaria, dunque, per Fiat e per i suoi
lavoratori, comincia ora la partita del rilancio industriale che dovrà
incentrarsi sul lancio di nuovi modelli se si vuole vincere la sfida della
competitività innanzitutto sul mercato italiano ed europeo. Quel che è
certo è che il Sindacato e i lavoratori, in questa direzione, faranno la
loro parte.
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