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INTERVISTE

Intervista a Luigi Angeletti, Segretario Generale UIL

di Antonio Passaro

Angeletti, il nuovo anno si apre tradizionalmente con i commenti al messaggio del Presidente della Repubblica. È stata la prima volta di Giorgio Napolitano e, dunque, c’era una particolare attesa per questo importante discorso di fine anno che è stato accolto da consensi unanimi. Napolitano ha posto l’accento sulla questione “lavoro”. Qual è il tuo giudizio sulle affermazioni del Presidente?

Il discorso del Presidente della Repubblica ha riproposto il valore del lavoro come priorità nazionale. Dopo le parole di Napolitano, bisogna prendere atto che merito e questione salariale, sicurezza e legalità del lavoro, occupazione giovanile e femminile sono tutti temi da affrontare e risolvere per tutelare i lavoratori dipendenti e per far sviluppare il Paese.

Hai parlato di merito e non è la prima volta che accenni a questo concetto. La Uil lo ha fatto proprio al punto che il primo appuntamento ufficiale del 2007 è stato un convegno sul tema “Dare valore al lavoro pubblico: qualità, meriti e cittadinanza”. Qual è il messaggio che ne è emerso?

Premesso che il merito è un principio da recuperare per tutto il mondo del lavoro, altrimenti prevarranno raccomandazioni, nepotismi e altre negative prassi, per quel che riguarda il pubblico impiego, noi vogliamo cambiare la qualità dei servizi pubblici, aumentare la produttività ma anche premiare i lavoratori più meritevoli della pubblica amministrazione. Il servizio pubblico è indispensabile alla qualità della vita dei cittadini e al funzionamento dell’economia. Per far sì che ci siano dei buoni servizi pubblici occorre valorizzare il lavoro pubblico. Bisogna incentivare e premiare chi lavora bene e produce risultati, individuando criteri il più possibile oggettivi in grado di misurare la qualità del lavoro delle persone e incentivarle retribuendole al meglio.

E per quel che riguarda la mobilità territoriale?

La mobilità dei dipendenti pubblici è un problema ma non il problema. La mobilità è marginale, non dobbiamo pensare che sia l’aspetto più rilevante: la qualità del lavoro è l’aspetto più rilevante. In effetti al Sud ci sono più dipendenti pubblici che al Nord, ma – ripeto- è un aspetto marginale della questione. Il vero punto è che ci sono oltre tre milioni di lavoratori della pubblica amministrazione che sono una risorsa fondamentale per lo sviluppo del nostro Paese e il cui lavoro deve essere valorizzato. Per noi, dunque, la vera sfida è la meritocrazia e la produttività.

I lavoratori del pubblico impiego aspettano anche che si istituisca per loro la previdenza integrativa...

Certo. Anche su questo punto, il governo deve rendere giustizia ai lavoratori pubblici permettendo loro di attivare la previdenza integrativa. Stiamo discutendo in modo approfondito di alcuni aspetti. Speriamo sia questione di settimane. Non possiamo aspettare anni.

L’altro appuntamento di inizio anno è stato il convegno sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Cgil, Cisl e Uil sono molto impegnate su questo punto. Cosa occorre fare per affrontare il fenomeno degli incidenti sul lavoro?

Intanto va detto che è grave e inaccettabile che ogni anno muoiano 1.300 persone sul lavoro e che centinaia di migliaia di lavoratori si infortunino. Certo, i dati dimostrano che c’è una lieve riduzione degli incidenti ma la questione resta in tutta la sua drammaticità. Occorre applicare, meglio e sempre più puntualmente, le norme che già ci sono e, poi, noi riteniamo che sia indispensabile una regia per una politica della sicurezza e della salute. Del tema si occupano due ministeri e vari enti e occorre che si realizzi una regia per politiche coordinate. Inoltre chiediamo che si rilanci e si diffonda la bilateralità a livello territoriale. Basti pensare che sul territorio ci sono centinaia di migliaia di aziende con meno di venti dipendenti: di qui la necessità di diffondere gli enti bilaterali per fare un’efficace politica di prevenzione anche in queste realtà.

Chiudiamo con l’argomento più spinoso e di pressante attualità: le pensioni. C’è molta confusione sotto il cielo…

Sì, ma noi abbiamo le idee molto chiare. Va abolito lo scalone, perché costituisce un’iniquità per quelle decine di migliaia di lavoratori che, all’inizio del 2008, si verranno a trovare in quella condizione. E si deve tornare alle vecchie regole della Dini che ha ben funzionato e che ha generato quella situazione di equilibrio in cui si trovano oggi i conti previdenziali. Se poi, finalmente, si separerà la previdenza dall’assistenza, questa affermazione apparirà in tutta la sua evidenza. Si vuole ottenere un innalzamento medio dell’età pensionabile? Bene, basta incentivare i lavoratori a restare al lavoro e lasciare libere le persone di decidere quando è più conveniente andare in pensione: l’età pensionabile si alzerà naturalmente.

E l’idea di rivedere i coefficienti di cui parlano alcuni rappresentanti del governo? In una recente intervista ad un grande quotidiano nazionale l’hai definita una “malvagità”…

L’intervento sui coefficienti sarebbe solo un’azione punitiva nei confronti dei giovani che, con il sistema contributivo, già percepiranno una pensione pari alla metà dell’ultimo stipendio. Una revisione dei coefficienti di calcolo delle pensioni è inutile e inaccettabile.

Lavoro Italiano, dicembre 2006/gennaio 2007

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