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INTERVISTE

Angeletti: "Sull'affidamento ai lavoratori non può esserci nessun tabù"

Anubi D'Avossa Lussurgiu

Segretario Angeletti, lei ha proposto sul caso della Innse un intervento pubblico che l'affidi ai lavoratori, in assenza di altre soluzioni. Ha detto letteralmente: «Diamola agli operai». Ora si parla d'una offerta d'acquisto con impegno alla ripresa produttiva, ma immagino che la sua dichiarazione volesse avere un valore al di là della circostanza specifica. Può esplicitare?

E' presto detto: oggi l'interesse di tutti - e non solo dei sindacati - dovrebbe essere quello di salvaguardare il maggior numero di posti di lavoro. E dunque anche di imprese. Ci sono già quelle che chiuderanno per la crisi, per i suoi effetti economici. E ve ne sono che chiudono addirittura per cause interne alle singole imprese stesse. Sarebbe grave che si disperdessero patrimoni produttivi semplicemente perché non ci sono imprenditori disponibili o all'altezza. E allora: o ci rassegniamo che il tasso di crescita e di sviluppo è totalmente subordinato alla qualità e al numero degli imprenditori, o dobbiamo trovare soluzioni. Anche sostitutive. Non si può pensare a statalizzare, io penso, soprattutto per la classe politica che abbiamo. Ma ci sono comunque altre soluzioni allo smantellanto per assenza di imprese interessate. Quella che ho evocato potrebbe anche essere difficile da realizzare: ma vorrei sapere, di fronte ad un'azienda che ha un mercato, un prodotto, persone in grado di farla funzionare, qual è il tabù ideologico che porta ad escluderla.

Lei ha fatto cenno al quadro della crisi e alla serie di fallimenti già formatasi: crede che nei prossimi mesi potremmo trovarci di fronte ad una moltiplicazione di casi estremi come quello della Innse?

Nel momento storico di cui stiamo parlando e nella tipologia del nostro capitalismo, il caso Innse potrebbe essere anche limitato a poche riproduzioni. Perché abbiamo ancora imprenditori dedicati alla produzione. Ma è evidente che non tutti sono eguali, non tutti fanno questo mestiere allo stesso modo, c'è chi intende l'impresa manifatturiera come un modo di far soldi perfettamente intercambiabile con altri. E in una fase i cui gli imprenditori per così dire "autentici" sono sottoposti alla pressione della crisi, in cui questa crisi è finanziaria, derivata dal turbocapitalismo, noi abbiamo già visto che dopo tre mesi a pagarla sono proprio le produzioni manifatturiere. Ecco perché non si può stare a braccia conserte.

Eppure, dall'autorità politica non cessa i messaggi di rassicurazione, ad intervalli regolari, sul superamento della crisi già alle viste...

Se siamo giunti alla fine della crisi, nel senso che abbiamo smesso di scendere e non certo nel senso che stiamo risalendo, perché questo si potrebbe vedere solo dopo anni, la vera manifestazione di ciò sarà quando smetteremo di perdere posti di lavoro.

Lei pensa che questo succederà o che il maggior impatto della crisi occupazionale deve ancora misurarsi, nell'autunno prossimo?

Io penso che li perderemo ancora, magari non con la velocità vista negli ultimi mesi, ma ne perderemo. E intanto ci vorranno anni per tentare di ricostruire i posti già perduti.

Ma non siete allarmati dalla questione delle risorse pubbliche disponibili? Non stanno per finire i soldi per la Cigs?

Guardi, questa è proprio la cosa che mi preoccupa di meno.

In che senso, mi scusi?

Nel senso che ritengo, noi riteniamo, che i soldi spesi sono necessari. E che se ci sarà bisogno di altri bisognerà spenderli senza battere ciglio. E bisognerà spenderne quanti ce ne vorranno, per tanto tempo quanto ce ne vorrà.

Molto chiaro. Ma intanto la questione delle risorse disponibili la mette sul tavolo di ha le chiavi della cassa. E al ministro dell'Economia che agitandola aveva progettato di tassare l'oro di Bankitalia, la Bce oppone il suo veto...

Appartengo alla scuola di pensiero per la quale tutto si può fare nell'Europa del XXI secolo tranne che imporre come unica politica applicabile quella monetarista, che ha già trasferito il 10 per cento della ricchezza mondiale dall'Europa ad altre aree. Il problema fondamentale è: qual è l'obiettivo della politica economica. Si può dire che l'Europa non ne ha una, ma la Banca centrale in realtà una ne applica. Tassare le riserve auree? Venderle? Tutto legittimo, per me, se l'obiettivo è l'intervento sulla crisi economica e sociale. Anche e soprattutto se fosse proprio la Bce, a decidersi o ad essere indotta a spendere, finalmente.

Su questa linea, lei pensa che indurrete il governo a proporsi gli obiettivi che auspicate? Non torna qui il problema delle risorse attingibili?

Prima di questo, devo dire che c'è il problema di spendere i soldi che ci sono. Si accusa il governo di spendere sempre gli stessi soldi, l'unica accusa che non gli si fa è quella giusta: e cioè che in realtà non li spende. Tutti i piani d'investimento, condivisibili o no, in effetti non si fanno. E così non producono alcun aumento della domanda aggregata.

Intanto, anche certi prezzi non scendono affatto. I petrolieri hanno appena risposto che i loro aumenti sono legittimati dalle «speculazioni di mercato», lo sa?

E' incredibile. Uno comprende quando i prezzi aumentano se ci sono ragioni di carattere economico. Ma quando ci sono ragioni speculative è intollerabile, sono pochi che approfittano di una situazione che gli consente di farlo impunemente. E va bene che non si possono imporre i prezzi, che c'è la libertà d'impresa...: ma non riesco a credere che i governi non abbiano sufficiente moral suasion per convincere le compagnie quanto meno a non aumentare.

Insomma, segretario: voi vi siete dati delle soglie e conseguentemente delle tappe per verificare gli impegni cosiddetti "anticrisi", o no?

Noi abbiamo un solo parametro, che sono i licenziamenti. Noi siamo per attuare tutte le politiche che evitino questo sbocco. Il giorno in cui invece vi si arrivasse, allora il nostro livello di sopportazione sarà saturato. Automaticamente.

Liberazione, 7 agosto 2009

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