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INTERVISTE

Intervista a Luigi Angeletti, Segretario Generale UIL

A cura di Antonio Passaro, Lavoro Italiano - Settembre 2005

D) Angeletti, la mano del cosiddetto terrorismo internazionale è tornata a colpire con inaudita ferocia. Lo scorso 7 luglio, Londra è stata teatro di un terribile attentato che ha provocato la morte di 56 persone e il mondo ha rivissuto lo sgomento dei giorni di New York e di Madrid. Proprio in queste ore, mentre scriviamo, un’altra tragedia segna di sangue la località turistica del Mar Rosso, Sharm el Sheikh. Dalle primissime notizie a disposizione, anche in questa circostanza, è certa la matrice terroristica internazionale come certamente alto, purtroppo, è il numero delle vittime. Questo incubo sembra non aver mai termine. Cosa fare?

R) Questi attentati hanno generato lutti in tante famiglie. Noi abbiamo espresso il nostro sincero cordoglio e la nostra solidarietà agli inglesi tramite il Segretario generale del loro sindacato. E’ stato un attentato gravissimo messo in atto contro i lavoratori e i cittadini di Londra e noi abbiamo voluto unirci al dolore di quella gente e alla costernazione di tutti. Così come restiamo sgomenti di fronte al sanguinoso attentato avvenuto in queste ore a Sharm el Sheikh, destinato a far aumentare il numero delle vittime di questa folle guerra dichiarata dai principi del terrorismo internazionale.
Deve essere chiaro che per sconfiggere il terrorismo – perché, alla fine, è certo che il terrorismo sarà sconfitto- bisognerà percorrere purtroppo una via lunga e dolorosa e per venirne a capo non bisognerà accettare la loro logica. Non dobbiamo spaventarci, non possiamo paralizzarci: le nostre democrazie dovranno continuare sempre a funzionare. Il terrorismo è un pericolo per tutti che va vinto senza tentennamenti né patteggiamenti. E in questa partita l’Europa dovrà avere la capacità di indicare la direzione di marcia.

D) L’Europa dicevi. Sono ancora fresche le ferite dei recenti insuccessi europei: gli esiti negativi del referendum francese e il mancato accordo sul bilancio pesano come macigni sul futuro dell’Unione. Cosa ne pensi?

R) E’ difficile non constatare che, dopo tutto ciò che è accaduto nelle scorse settimane, nelle menti di milioni di europei l’idea dell’Europa scricchiola. Noi, al contrario, crediamo che ci sia bisogno di più Europa: da soli non andremo da nessuna parte. Abbiamo bisogno di un’Europa che sappia scommettere sull’agenda di Lisbona, che punti allo sviluppo: si deve sostenere la linea della necessità degli investimenti in infrastrutture, ricerca, innovazione, formazione. Più Europa, insomma –lo ripeto- e una Commissione che non si limiti a fare da guardiano agli europei. Se manca un’idea chiara in questa direzione non si scuotono i cuori né le menti degli europei.

D) Tra i problemi che si trova ad affrontare l’Europa e, in essa, in particolare l’Italia, c’è quello della gestione del flusso degli immigrati. E’ una questione economica, sociale ma anche di sicurezza se la si vuol vedere alla luce, un po’ distorta per la verità, dei recenti fatti terroristici. Come si dovrebbe gestire questo fenomeno così importante e complesso?

R) Io credo, in premessa, che la politica debba fare uno sforzo per gestire il fenomeno dell’immigrazione come una risorsa e non lasciarsi andare a risposte emotive. Da un punto di vista economico, noi abbiamo bisogno di lavoratori extracomunitari. Già oggi è così. Immaginiamo dunque ciò che accadrà quando il tasso di crescita economica sarà decente: avremo bisogno di centinaia di migliaia di persone immigrate e anche, in misura sempre crescente, di personale specializzato. Ci vuole allora un sistema intelligente per aumentare il numero delle persone che vengono in Italia a lavorare e a questo proposito noi pensiamo che le quote dovrebbero essere gestite dalle regioni e non dal Governo. Infatti, amministrazioni locali, Sindacati e associazioni degli imprenditori sono in grado, meglio di chiunque altro, di pianificare e individuare quanta e quale manodopera serve in quel territorio. Bisogna insomma distinguere l’immigrazione dall’immigrazione illegale e per ridurre quest’ultima uno degli strumenti può essere rappresentato proprio da regole che facilitino l’ingresso legale nel nostro Paese. Occorrono poi accordi con i Paesi limitrofi da cui provengono gli immigrati o che sono zona di transito dei flussi migratori verso le nostre sponde e verso l’Europa. La Uil, per la sua parte, ha avviato da tempo una politica di accordi con i Sindacati dei Paesi che affacciano sul Mediterraneo con l’intento di dare un contributo in questa direzione.

D) Di fatto, luglio è diventato il mese della presentazione del Dpef. C’è molto dibattito sul valore di questo documento; ma al di là delle valutazioni sull’utilità dello strumento in sé, questa resta ancora una tappa importante nella politica economica dei governi del nostro Paese. Qual è il tuo giudizio di merito sull’ultimo Dpef?

R) Non sono soddisfatto perché non sono chiare le indicazioni concrete per sostenere la crescita. Il vero problema è che si fanno incontri, ci si scambia opinioni ma poi non si producono risultati. Di questo Dpef, per esempio, si può certamente condividere l’intenzione, in esso espressa, di avviare una politica più aggressiva contro l’evasione fiscale ma, proprio per questo, è giunto davvero il momento di mettere in campo iniziative concrete su questo fronte. Così come, per quanto riguarda la crescita, noi continuiamo a sostenere che la politica degli investimenti sia un tassello fondamentale e irrinunciabile e che la riduzione del cuneo fiscale, tradotta in più risorse nette a disposizione dei lavoratori, sia strategica ai fini del sostegno alla domanda interna. Insomma, è necessaria maggior coerenza tra obiettivi enunciati e scelte conseguenti e questo è ciò che noi abbiamo rivendicato nel corso dell’ultimo incontro a Palazzo Chigi.

D) I problemi dell’economia sono i problemi veri del nostro Paese e, talvolta, la necessità di rientrare nel rapporto deficit-pil rischia paradossalmente di non agevolare la scelta di soluzioni idonee. Quell’obiettivo rischia di diventare il problema vero?

R) Io sostengo da sempre che la cosa più importante sia quella di avviare una politica per far crescere il Paese, facendo crescere la ricchezza e i redditi delle persone, perché questa è l’unica strada per rientrare nel rapporto deficit-pil: per ridurre questo rapporto bisogna aumentare la produzione. Se noi invece ci illudiamo che per risolvere i nostri problemi bisogna fare altri tagli, allora siamo sulla strada sbagliata perché la soluzione non sta nei tagli bensì nella crescita del denominatore di quel rapporto.

D) Si fa fatica a parlare di tavoli aperti e però quello sul Tfr, seppur tra molte difficoltà, c’è e sta procedendo. Vedremo poi a settembre se i risultati saranno quelli auspicati. La Uil ha sempre considerato l’istituzione della previdenza integrativa un passaggio ineludibile e indispensabile per consentire alla giovani generazioni di avere una pensione dignitosa. E così?

R) E’ assolutamente così. Non possiamo rinunciare a questo obiettivo così come è chiaro che questo obiettivo non può che essere raggiunto tenendo nel giusto conto le indicazioni delle parti sociali che rappresentano i diretti interessati a questa partita. Noi pensiamo che i soldi di questi fondi debbano essere investiti in maniera oculata e debbano essere controllati dai loro legittimi proprietari e cioè dai lavoratori, così come è giusto che le nuove disposizioni sul Tfr non pesino sulle imprese. Il confronto è in corso: ci sono ancora molte difficoltà da superare e molti principi da definire con chiarezza. Abbiamo fatto alcune osservazioni al provvedimento varato dal Governo indicando idonee soluzioni. Perchè la previdenza integrativa possa partire realmente e con efficacia, confidiamo nel loro accoglimento.

D) Un altro tema sempre caldo è quello delle nuove regole sui contratti. Qui la partita sembra essere ancora tutta interna al fronte sindacale prima ancora di essere giocata con la Confindustria. Come si può uscire da questa impasse?

R) Intanto, io credo che bisogna modificare il sistema contrattuale perché i salari sono troppo bassi e si pagano troppe tasse. Lo abbiamo già detto ed è bene ribadirlo: c’è uno scarto eccessivo tra i soldi che le persone effettivamente percepiscono e il costo del lavoro. Per questo la Uil propone che sugli aumenti derivanti dal contratto nazionale non ci sia prelievo fiscale e che per quelli ottenuti col contratto decentrato ci sia un’aliquota secca del 10%. Ciò detto, bisogna migliorare il modello contrattuale stabilendo un’unica scadenza triennale per i contratti nazionali, per garantire la tenuta del salario rispetto all’inflazione, e lasciando molto più spazio alla contrattazione di secondo livello puntando sull’incentivazione e sulla redistribuzione della produttività. La Confindustria dice di avere una sua proposta? Bene, anche noi abbiamo le nostre. Apriamo dunque la trattativa anche se il Sindacato non dovesse arrivare ad una propria proposta comune: abbiamo già perso troppo tempo e i nostri lavoratori troppi soldi.

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