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INTERVISTE

Intervista a Luigi Angeletti, Segretario Generale UIL

A cura di Antonio Passaro, Lavoro Italiano - Giugno 2005

D. Angeletti, parliamo di Europa. Non fosse bastata la cocente bocciatura dei referendum francesi ed olandesi, ci si è messo pure il mancato accordo sul bilancio della UE a dar man forte ai cantori del “de profundis”. Peraltro, il risultato negativo della consultazione referendaria in Francia ha contribuito seriamente ad affossare la neonata Costituzione europea. Ma tutto quel che è accaduto non è forse un segnale di sfiducia verso la politica economica realizzata a Bruxelles?

R. Certamente, finchè in Europa non si cambia politica non abbiamo grandi speranze. Abbiamo una scarsa crescita, c’è l’impossibilità di una politica economica anticiclica, bisogna fare i conti con l’allargamento ad Est e, ciò nonostante, si continua a dar vita ad una politica diversa da quella che bisognerebbe realizzare. In realtà, si dovrebbe dimenticare Maastricht che è un trattato ormai vecchio e puntare di più sulla crescita; si dovrebbe pensare di meno all’inflazione e di più ai posti di lavoro; si dovrebbe abbandonare la politica monetarista alla Friedman e puntare, invece, su una politica Keynesiana.

Nella Bce impera un’ideologia secondo cui, in Europa, la competitività sarebbe ostacolata dalla spesa pubblica che andrebbe ridotta, quindi, per tornare ad essere competitivi. Si dimentica però che la spesa pubblica è per il 90% composta da trasferimenti alle persone e alle famiglie. Parliamo insomma di scuola, sanità, stipendi, pensioni: su questo fronte, noi abbiamo già dato. E poi, quella del rigore è una politica che non serve. Piuttosto che pensare all’inflazione sarebbe molto meglio preoccuparsi dello sviluppo e dell’occupazione.

D. Parlavi della necessità di una politica Keynesiana. Insomma, certe scelte non sono solo una questione di giustizia sociale ma anche di efficienza economica?

R. Io ricordo semplicemente che dalla grande crisi se ne è usciti con le idee di Keynes, dando spazio all’intervento pubblico. A chi ci propone sacrifici, dunque, dovremmo rispondere per le rime: sarebbe una politica sciocca e suicida. Al contrario, invece, occorrono investimenti! Non ci si fida che siano i singoli Stati ad attuare queste scelte? Bene, sia l’Europa stessa ad investire in ricerca, infrastrutture e in tutto ciò che necessita per il rilancio dell’economia e per lo sviluppo. Bisogna sconfiggere l’idea “mercatista” secondo cui sarebbero le riforme a rendere disponibili le risorse: questa è una strada da rifiutare.

D. Insomma, non è il tempo dei sacrifici?

R. Chi propone sacrifici è pericoloso perché pensa a diventare sempre più povero: c’è bisogno, invece, di una politica espansiva. I sacrifici, semmai, vanno fatti fare a chi ha goduto della festa fino ad oggi e penso agli evasori fiscali. Non mi stancherò mai di ripeterlo: bisogna ridurre le tasse sul lavoro e spostare il peso finanziario, innanzitutto, sugli evasori fiscali; poi anche su chi ha redditi non da lavoro, perché è assurdo che chi deve produrre ricchezza paghi più tasse rispetto agli altri. Così come va adesso, non funziona.

D. L’evasione fiscale sembra proprio un nodo gordiano: sono decenni che se ne parla ma il problema non si risolve mai…

R. Si è vero, ma oggi l’evasione fiscale non è più sopportabile, non ce la possiamo più permettere. Voglio dire che al giudizio morale negativo di sempre si aggiunge oggi anche una valutazione, per così dire, economica. In passato, accrescendo il debito pubblico e svalutando la nostra moneta, si mitigavano in modo distorto gli effetti economici negativi dell’evasione. Oggi quelle manovre non esistono più e il danno dell’evasione fiscale appare in tutta la sua drammatica evidenza. Insomma non ci sono più alibi: bisogna affrontare e risolvere questo problema.

D. A proposito della politica fiscale, è di questi giorni la polemica sulla riduzione dell’Irap. Il confronto a Palazzo Chigi con le parti sociali non ha avuto esiti. Qual è il tuo giudizio sulla vicenda e quali sono le tue proposte?

R. Io credo che abbiamo fatto comprendere al Governo le contraddizioni in cui stava inciampando: meglio, dunque, una pausa di riflessione piuttosto che una soluzione pasticciata. Per la Uil, la riduzione dell’Irap deve essere funzionale all’obiettivo della competitività e deve perciò riguardare solo le aziende che sono esposte alla concorrenza internazionale. Insisto, ancora, sulla necessità di azioni efficaci per ridimensionare l’evasione fiscale: anzi, tutto ciò che viene recuperato su questo terreno propongo che sia destinato a favore del sistema delle imprese. L’altro passo necessario, infine, è quello che deve portare alla riduzione del cuneo fiscale attraverso una riduzione delle tasse sul lavoro. Su questo punto, peraltro, vorrei ricordare che per i lavoratori autonomi vigono i cosiddetti studi di settore. In pratica, essi hanno un sistema fiscale del tutto particolare in virtù del quale il livello di tassazione viene trattato e definito consensualmente. Sono quattro anni, poi, che questa trattativa non si fa e che gli studi di settore non vengono aggiornati. Ebbene la detassazione degli incrementi contrattuali per i lavoratori dipendenti corrisponde alla stessa logica degli studi di settore per gli autonomi: perché, dunque, non si potrebbe realizzare?

D. Nelle ultime interviste alcuni argomenti si ripetono inevitabilmente per la loro costante attualità. Abbiamo detto della politica fiscale non possiamo non ritornare, allora, sull’altro punto centrale del dibattito economico-sindacale: quello della politica contrattuale. Mi pare chiaro che lavoro, salario, produttività, competitività sono fattori tra di loro connessi. Brevemente, quali ulteriori riflessioni possiamo fare su questi temi?

R. In questo quadro in cui tutto si tiene, noi dobbiamo aver chiaro che il lavoro, di per sé, rischia di non significar nulla: bisogna lavorare bene e meglio di quanto fanno gli altri per far sì che aumenti la ricchezza e che si diventi più competitivi. E’ altrettanto vero che una politica di bassi salari riduce la produttività e che questo meccanismo finisce per disincentivare la stessa impresa. Ecco perché bisogna innescare un nuovo circuito virtuoso in cui aumenta la produttività, crescono i salari, si innova il prodotto, si accresce la produttività. E’ in questo ingranaggio il motore per la ripresa.

D. Angeletti, un’ultima considerazione. Compressione della domanda esterna, decremento della domanda interna, mancanza di investimenti, scarsa propensione a pagare le tasse… Insomma non c’è da essere molto allegri.

R. Che vi sia una situazione difficile è un dato di fatto. Come da tempo denunciamo, vi sono stati errori nelle politiche economiche. La nostra economia non va bene, eppure non bisogna lasciarsi prendere dal pessimismo che rischia di tarpare anche le nostre capacità di analisi e di proposta. La prossima tappa è il Dpef: aspettiamo di vedere cosa verrà scritto e, soprattutto, cosa delle nostre proposte sarà presa in considerazione.

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