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INTERVISTE

Intervista a Luigi Angeletti, Segretario Generale UIL
a
cura di Antonio Passaro

Angeletti, nell’ultimo numero abbiamo dato notizia -si può dire, in tempo reale- dell’accordo per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Abbiamo potuto registrare il tuo compiacimento per l’importante risultato raggiunto ma anche il tuo rammarico per il tempo trascorso nel trovare l’intesa. Ora si deve guardare avanti e il passo successivo è quello della riforma del sistema contrattuale. Ma su questo tema, proprio nei giorni successivi alla firma di quel contratto, hai assunto una posizione netta e molto forte. Puoi ribadirla?

La Uil ha una sua idea sulla riforma del sistema contrattuale: se qualcuno vuole discuterne bene, altrimenti vuol dire che non ci sono le condizioni per fare nuove regole. Peraltro, proprio il contratto dei metalmeccanici è stato firmato in assenza di regole ed è stato, almeno nel merito, un buon contratto. Sinceramente comincio a non credere ad una proposta unitaria poiché abbiamo linee diverse che mi paiono inconciliabili. La commissione intersindacale ha lavorato per mesi ed è giunta ad un nulla di fatto: noi preferiamo fare altro piuttosto che fare cose inutili. E’ del tutto ovvio che siamo prontissimi a riprendere la discussione purchè la Confindustria non ci chieda di trovare una proposta unitaria perché altrimenti il confronto partirà fra tre anni.

Hai buttato il sasso nello stagno…

Bisogna guardare in faccia la realtà e dire le cose come stanno. Io sono convinto che una riforma del sistema contrattuale sia necessaria per venire incontro ad un cambiamento del mondo del lavoro di cui non possiamo più limitarci semplicemente a prendere atto.
L’attuale modello contrattuale non è in grado di dare risposte a questa evoluzione; non è adatto a tutelare nel modo più efficace possibile milioni di lavoratori, per i quali non riusciamo ad essere un punto di riferimento; non ha gli strumenti per far crescere i salari reali, condizione necessaria per una crescita della nostra economia.
Vogliamo far trascorre altro tempo, inutilmente? Vogliamo firmare altri contratti dopo decine e decine di ore di sciopero? Vogliamo continuare a mantenere questo livello dei salari? Io non sono per nulla d’accordo.

Ormai i nostri delegati e militanti conoscono bene la proposta della Uil in materia. Vogliamo comunque ribadirla a beneficio di quei pochi a cui non fosse ancora nota?

E’ molto semplice. Bisogna abolire l’idea dell’inflazione programmata che, oggi, serve solo a determinare una sistematica riduzione del salario, fare un rinnovo del contratto nazionale ogni tre anni e, nell’arco di questo periodo, inserire la contrattazione di secondo livello che deve essere la più capillare e diffusa possibile. Non possiamo dimenticare che oggi, i 2/3 dei lavoratori in generale e oltre la metà di quelli dell’industria, non hanno, di fatto, questa opportunità: noi dobbiamo invece creare le condizioni per ridistribuire la ricchezza lì dove essa viene prodotta.

Insomma, se volessimo ridurla in slogan potremmo dire che, se con il modello contrattuale, nato nel 1993, l’obiettivo era ‘moderare la crescita salariale per moderare l’inflazione’ oggi con il nuovo modello contrattuale l’obiettivo deve essere ‘far crescere i salari reali per far crescere l’economia’?

E’ esattamente il nostro obiettivo, coerente con la nostra politica sindacale di sempre: coniugare gli interessi dei lavoratori con quelli del Paese. E’ innegabile che negli ultimi dieci anni i redditi da lavoro dipendente, come anche quelli da pensione, sono diminuiti in termini reali e che c’è stato un trasferimento di denaro dai redditi fissi a quelli da imprese a da lavoro autonomo. Serve dunque una nuova politica contrattuale capace di riequilibrare questa situazione. Ma da sola non basta, deve essere affiancata anche da una politica fiscale che punti allo stesso obiettivo. Da qui la nostra proposta, ormai ben nota, di detassare tutti gli incrementi contrattuali, tutti e non solo quelli variabili come proposto da alcuni e come peraltro già previsto ma disapplicato nell’accordo del luglio 1993.

Una corretta politica fiscale è una questione di giustizia sociale ma è anche un problema di efficienza economica. Oggi invece come funziona?

Oggi funziona in modo anomalo. Stando ai dati a disposizione, in Italia ci sarebbero solo 1.200 persone che dichiarano più di 1 milione di euro e poco più di 36.000 cittadini che dichiarano oltre 300.000 euro. Non solo: la media dei redditi degli imprenditori risulta più bassa di quella dei loro dipendenti. Così non può funzionare. Abbiamo bisogno di una politica fiscale che si ponga l’obiettivo di ridistribuire il reddito. E allora, in attesa di costruire un nuovo sistema fiscale, bisogna intervenire con tempestività nell’unico modo possibile e cioè riducendo le tasse sul lavoro. Questa, infatti, è l’altra leva, oltre a quella contrattuale, per far fronte ad una riduzione della domanda interna ed è l’unica prospettiva rapida per far crescere l’economia.

Le difficoltà della nostra economia dipendono insomma da una crisi dei consumi?

In buona parte sì, nel senso che una rapida ripresa dell’economia passa, intanto, per una ripresa dei consumi. Dobbiamo capire che non possiamo crescere oltre il 2% solo trainati dal mercato estero. Certo, abbiamo bisogno di essere più competitivi ma, al contempo, non è pensabile che ci siano persone che non abbiano i soldi sufficienti per acquistare beni e servizi che essi stessi producono. Quando la domanda interna non cresce, e non può crescere perché non ci sono abbastanza soldi a disposizione di chi deve acquistare, è l’intera economia a ristagnare. Dobbiamo capire, insomma, che non va più bene l’idea di un Paese in cui beni e servizi prodotti vengono acquistati solo da altri paesi e non dagli operai e dagli impiegati che li producono.

Cambiamo argomento: flessibilità e legge Biagi. Alcuni esponenti dell’opposizione, che si candida a governare il Paese per i prossimi cinque anni, sostengono la necessità di abolire o, quantomeno di rivedere significativamente, l’attuale legislazione. Qual è la tua opinione?

Rispondo in modo molto secco: chiunque pensasse di cancellare la legge Biagi stesse molto attento a farlo perché ciò equivarrebbe alla riproposizione dei co.co.co. E tutti sappiamo bene quante storture ha prodotto questa tipologia per il mercato del lavoro e per i lavoratori. Ciò detto, c’è da fare poi un ragionamento sulla flessibilità. Ebbene diciamo subito che la vera anomalia italiana non è la flessibilità bensì la precarietà, l’idea cioè che le imprese possano fare ciò che vogliono, senza sottostare ad alcuna regola o rapporto contrattuale. La flessibilità contrattata c’è stata, ovunque nel mondo, c’è e ci sarà in relazione alle fasi di mercato. Il punto vero, allora, è un altro: la flessibilità ha un senso se costa di più del lavoro stabile. Solo così le imprese la utilizzerebbero realmente quando ce ne fosse la necessità. Insomma, la flessibilità non può essere il sistema per risparmiare. Questa è la giusta ottica dalla quale vedere il problema e credo che su questo punto avremo modo di ritornare più volte in futuro.

Un’ultima questione. Ho volutamente evitato un approfondimento sul capitolo Alitalia perché al momento in cui scriviamo la situazione è talmente fluida da rendere difficile persino la formulazione di domande specifiche. Tuttavia, qual è la tua posizione sulla vicenda, all’indomani dell’incontro del 1 febbraio a Palazzo Chigi?

Noi aspettiamo risposte soddisfacenti su tutte le questioni aperte. Credo che esistano le condizioni per trovare un’intesa e prima la vicenda si risolve meglio è. Abbiamo avanzato obiezioni e richieste con l’obiettivo che siano accolte tutte o in parte. In sostanza, il Sindacato ha chiesto il rispetto di un piano che era stato concordato: noi siamo fermi a quella richiesta e si tratta di questioni che vanno dalla politica industriale all’organizzazione dell’azienda. Vedremo nei prossimi giorni.

Lavoro Italiano, febbraio 2006

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