| INTERVISTE
Intervista a Luigi
Angeletti, Segretario Generale UIL
a cura di Antonio Passaro
D) Angeletti, tra
qualche settimana voteremo per il rinnovo del Parlamento. Il 9 e 10 aprile
decideremo quale sarà l’Esecutivo che ci governerà per i prossimi cinque
anni. A motivo della periodicità del nostro giornale, probabilmente chi ci
legge avrà già conosciuto l’esito di questa consultazione elettorale.
Vogliamo fare comunque qualche riflessione sulla vicenda politica?
R) Sulla vicenda politica la Uil ha le idee chiarissime. Noi ribadiamo
semplicemente la volontà della nostra Organizzazione di far valere le
ragioni dei lavoratori dipendenti e dei pensionati nei confronti del
prossimo Governo, con la forza e la determinazione di sempre, qualunque
sia il colore che lo caratterizzerà.
In ciò risiede il senso profondo della nostra autonomia che è tanto più
consolidata proprio perché affonda le radici nella nostra capacità di
avere delle idee, nel convincimento della loro efficacia e utilità per i
nostri rappresentati e nella volontà di sostenerle fino alla loro
attuazione.
Noi siamo depositari di una cultura politica tra le migliori al mondo e
siamo un’Organizzazione libera, capace di pensare, da sola, a ciò che è
utile per i lavoratori e i pensionati. Tutto ciò ci mette nella condizione
di giudicare i Governi per quello che fanno, sempre. Dirò di più: noi
crediamo che la politica non deve usarci ma che la politica deve essere
usata da noi.
Parafrasando l’affermazione di un direttore del New York Times, in merito
al rapporto tra il Sindacato e i Governi, possiamo dire che ‘noi c’eravamo
prima che loro venissero e ci saremo quando se ne saranno andati’. I
Governi cambieranno, noi resteremo.
D) Il leader dell’Unione parla di una riduzione di 5 punti del costo
del lavoro. Cosa ne pensi di questa proposta?
R) Finalmente si è capito che una delle politiche migliori che si possa
fare è quella di ridurre le tasse sul lavoro. L’importante è intendersi
bene però: noi siamo per una riduzione del cuneo fiscale e non di quello
contributivo. Non bisogna ridurre i contributi previdenziali perché con il
sistema contributivo, ormai in vigore per una grossa parte dei lavoratori
ancora in attività, ciò significherebbe ridurre le pensioni future e
questo non possiamo proprio permettercelo. Allo stesso modo deve essere
chiaro che per noi le tasse devono essere ridotte di cinque punti ai
lavoratori dipendenti. Successivamente anche le imprese beneficeranno di
questa manovra.
D’altronde, la riduzione delle tasse sul lavoro è un cavallo di battaglia
della Uil ormai da oltre due anni. Noi abbiamo suggerito anche uno
strumento dall’efficacia immediata: la detassazione degli incrementi
contrattuali. Va bene comunque qualunque meccanismo, purchè l’obiettivo
sia quello di far pagare meno tasse solo ai lavoratori dipendenti e ai
pensionati.
Siamo soddisfatti che ora se ne stiano finalmente convincendo in tanti.
D) Tu hai sempre considerato quella della politica fiscale una delle
leve da azionare per conseguire questo obiettivo di giustizia sociale.
Vuoi ricordare anche le ragioni economiche sottese a questa posizione?
R) Certo! Ti dirò di più: noi dobbiamo ribadire con forza questa nostra
posizione, dobbiamo parlarne in ogni occasione tra i lavoratori, nelle
fabbriche, negli uffici convinti, che prima o poi, ancora una volta,
passerà una nostra idea.
In questi anni, il 3% del reddito nazionale si è trasferito dai dipendenti
e pensionati al lavoro autonomo e al sistema delle imprese. Nello stesso
tempo, il lavoro dipendente, a cui va il 50% della ricchezza nazionale,
paga il 70% delle tasse. E’ tempo ormai di invertire questa tendenza.
La crisi della nostra economia è essenzialmente una crisi dei consumi
poiché oltre l’80% è dipendente di aziende che producono beni e servizi
che dovrebbero poi essere acquistati da quegli stessi lavoratori. Ebbene,
una vecchia e basilare legge della nostra economia ci ricorda che sono
proprio questi soggetti ad avere una maggiore propensione marginale al
consumo.
Non abbiamo altra scelta, dunque: se vogliamo puntare allo sviluppo in
tempi rapidi, occorre che dipendenti e pensionati abbiano più reddito a
disposizione. Ecco perché noi sosteniamo la necessità di approntare una
politica fiscale che riduca le tasse solo sul lavoro.
D) Ma c’è anche il solito problema della definizione di un nuovo
sistema contrattuale, sempre per raggiungere lo stesso obiettivo…..
R) Non c’è dubbio. Noi dobbiamo costruire un sistema contrattuale che sia
in grado di far crescere il salario reale dei lavoratori, confermando il
contratto nazionale ed estendendo nel modo più capillare possibile la
contrattazione di secondo livello.
Oggi il problema del nostro Paese è che la produttività non cresce. Il
sistema sta distruggendo ricchezza. Noi dobbiamo far aumentare la
produttività e questo è l’unico scambio che possiamo fare: maggior reddito
in cambio di maggiore produttività
Peraltro, bisogna sconfiggere questa idea secondo cui la redistribuzione
della ricchezza sarebbe una condizione successiva alla sua creazione. Non
ci sono due fasi distinte ma l’una convive con l’altra. La ricchezza
cresce solo se si diffonde: più si diffonde più essa cresce.
Ecco perché una diversa ripartizione del reddito è decisiva anche per lo
sviluppo del Paese.
D) Su entrambi questi ultimi due punti mi sembra che ci sia un
contrasto con la Cgil. Al Congresso di Rimini, Epifani ha proposto un
nuovo patto fiscale. Tu hai espresso delle perplessità di merito. Puoi
precisare le ragioni di queste tue osservazioni?
R) E’ molto semplice. Un patto presuppone uno scambio ed io penso che, in
materia, non abbiamo nulla da scambiare. I lavoratori dipendenti e i
pensionati hanno un credito e devono semplicemente essere risarciti. Il
fisco è stato evaso per miliardi e miliardi di ricchezza; i datori di
lavoro pagano, mediamente, meno tasse dei lavoratori dipendenti; se si
guadagnano 1000 euro per straordinari, un terzo se ne va in tasse mentre
se si guadagna la stessa cifra giocando in Borsa si paga solo il 12%. Ma
allora, cosa c’è da scambiare? Lo ripeto: dobbiamo solo essere risarciti.
D) Sempre a Rimini, dal palco del Congresso della Cgil, hai mandato
un chiaro messaggio anche in merito allo stallo sulla riforma del sistema
contrattuale. Realmente non ci sono più spazi per realizzare questo
obiettivo?
R) Io credo che bisogna essere realisti e prendere atto dei problemi per
quello che essi sono. Il modello del 1993 non c’è più. E’ stato efficace
ed ha conseguito il suo obiettivo, ma oggi ormai serve solo a garantire
sistematicamente la perdita del potere di acquisto dei lavoratori. Poiché
noi crediamo che adesso occorra accrescere il salario reale, e di ciò
abbiamo abbondantemente spiegato le ragioni economiche, noi vogliamo nuove
regole e un nuovo sistema contrattuale che siano coerenti con il nuovo
obiettivo da tutti individuato. Noi siamo disponibili ad affrontare il
tema e abbiamo una nostra proposta che riteniamo la migliore in assoluto.
Ma per fare nuove regole occorrerebbe che questa proposta fosse comune.
Così oggi non è. Abbiamo discusso per oltre un anno e non siamo approdati
a nulla di fatto. Prendiamone atto: non siamo in grado di far nessuna
trattativa perché è come se fossimo di fronte ad un’equazione a due
incognite e, come tale, irrisolvibile. Sarebbe meglio trovare un accordo;
ma se non ci riusciamo, pazienza. La vicenda dei metalmeccanici ci ha
insegnato che, pur con fatica, alla fine i rinnovi contrattuali riusciamo
ugualmente a farli.
Personalmente, sul merito, non cambio opinione: la Uil continuerà a
sostenere la propria posizione. Dunque, se si volesse far subito,
bisognerebbe prendere atto che occorrerà iniziare una trattativa su
posizioni diverse.
D) Al di là delle aspettative, mi pare di capire che i rapporti tra
Cgil, Cisl e Uil non saranno proprio così rosei…
R) Nei prossimi anni i rapporti tra Cgil, Cisl e Uil
saranno così: non esiste una prospettiva di accordi strategici. Se mi
consenti una battuta direi che dormiamo nello stesso letto ma facciamo
sogni diversi!
D) Un’ultima domanda. La Uil ha inaugurato la sua Biblioteca
intitolandola ad uno dei fondatori dell’Organizzazione: Arturo Chiari.
Perché questa scelta e perché una biblioteca?
R) Chiari, insieme ai tanti altri che diedero vita alla Uil, è stato uno
degli artefici e dei protagonisti del movimento sindacale di inizio
secolo. Egli diede voce ai valori laici e riformisti a cui, ancora oggi,
la Uil si ispira e si richiama. Intitolare a lui la nostra biblioteca ci è
parsa la scelta più giusta e coerente. Con circa diecimila volumi, una
fornitissima emeroteca e una preziosa videoteca, questa nuova importante
realtà si prefigge l’obiettivo ambizioso di diventare punto di riferimento
non solo per gli iscritti ma anche e soprattutto per i ricercatori e i
giovani studenti che intendono avvicinarsi al mondo del sociale e del
lavoro.
Anche questo è una tappa davvero importante per la nostra Organizzazione
che continua a guardare al proprio futuro con grande ottimismo.
Lavoro Italiano, aprile 2006
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