| INTERVISTE
Intervista a Luigi Angeletti,
Segretario Generale UIL
di Antonio Passaro, Lavoro
Italiano - maggio 2005
Angeletti, credo che la notizia
sindacale del mese di maggio sia quella dell’intesa sul contratto per il
pubblico impiego. Finalmente, oltre tre milioni di lavoratori avranno ciò
che a loro spetta. Soddisfatto?
Sono soddisfatto perché la vicenda è
stata lunga, sofferta e anche molto combattuta ma alla fine l’esito è
stato positivo. La conclusione ha dimostrato la validità delle nostre
ragioni. Gli aumenti sono compatibili con il bilancio dello Stato e sono
in linea con quanto ottenuto nel settore privato. Peraltro, proprio questi
due punti erano stati oggetto di forti polemiche e chi aveva frenato sul
rinnovo aveva accampato proprio queste argomentazioni e cioè che le nostre
richieste fossero eccessive e diverse da quelle del settore privato. Tutto
ciò aveva determinato nel Governo tentennamenti e resistenze
ingiustificate. L’intesa raggiunta ha fatto giustizia di queste posizioni.
Tu hai posto l’accento anche sulla
necessità di valorizzare il lavoro dei pubblici dipendenti….
Certo, perché il lavoro dei pubblici
dipendenti è stato percepito come un costo per la collettività e non c’è
nulla di più ingiusto di questa idea che si tende ad insinuare tra la
gente. I pubblici dipendenti lavorano per la collettività e sono coloro
che, con il proprio impegno, fanno funzionare la macchina statale: sono
persone che hanno valore. Peraltro, è bene anche sfatare alcuni errati
luoghi comuni. L’Italia, in proporzione alla popolazione, ha meno
dipendenti pubblici della Francia, della Germania e persino degli Stati
Uniti e gli stipendi sono inferiori a quelli dei loro colleghi europei e
americani. Quello del pubblico impiego è un lavoro importante: non
rinnovare il contratto sarebbe stato del tutto inaccettabile. Ci sono
voluti diciassette mesi per ottenere ciò che era dovuto. Ora bisogna
guardare avanti.
Questa vicenda, però, ha avuto
riflessi anche all’interno del Sindacato.
Le cronache hanno dato conto di
un’accesa discussione tra Pezzotta ed Epifani nel corso di una delle
ultime riunioni a Palazzo Chigi. Cosa è successo realmente?
Non è un mistero che, inizialmente, il
verbale d’intesa contenesse un riferimento esplicito all’opportunità di
una verifica dell’attuale sistema contrattuale, da realizzarsi ovviamente
solo dopo la firma di questo rinnovo. Sul punto le idee erano tra noi
diverse. Per evitare contrasti, si è poi convenuto di togliere questa
parte dal testo dell’intesa. Il Governo ha successivamente inviato una
lettera ai Sindacati dichiarando che intende promuovere, in vista
dell’avvio della prossima tornata contrattuale, un incontro di verifica
tra le parti finalizzato alla valutazione del sistema contrattuale
previsto dal protocollo del 23 luglio 1993, al fine di apportare, ove
necessario, gli eventuali correttiv
E la Uil risponderà positivamente a
questo invito?
Certamente. È stata inviata una lettera
al Governo in cui confermiamo la nostra disponibilità, già espressa al
tavolo, ad aprire un confronto su questo argomento. Peraltro, è da tempo
che la Uil ha manifestato questa necessità e già lo scorso anno con
Confindustria eravamo pronti ad una discussione sul tema. Abbiamo bisogno
di cambiare modello contrattuale perché quello attuale è ormai vecchio,
inadeguato e accresce la conflittualità. Ma soprattutto abbiamo bisogno di
un sistema contrattuale che avvicini di più il Sindacato ai posti di
lavoro e che faccia crescere i salari in relazione agli incrementi della
produttività. Per noi, dunque, cambiare è una necessità e siamo favorevoli
ad un confronto per una verifica su questo punto. Se per motivi
incomprensibili, la Cgil si ostina a dire che ci deve pensare, non risolve
il problema.
Come dicevi, le cose sono già
andate male lo scorso anno quando di fronte ad una proposta analoga di
Confindustria, la Cgil si alzò dal tavolo senza neanche cominciare a
discutere. Ora il Governo la ripropone in qualità di datore di lavoro nel
pubblico impiego. A distanza di un anno il clima non sembra cambiato…..
È vero ma le cose non sono cambiate
neanche per i lavoratori, per tutti i lavoratori dipendenti che continuano
a sopportare il peso di un’ingiusta redistribuzione della ricchezza a loro
svantaggio. Nel nostro Paese esiste una questione salariale ormai
riconosciuta da tutti. Sta di fatto che per accrescere i salari abbiamo
solo due leve: quella contrattuale e quella fiscale. L’attuale sistema
contrattuale porta ormai ad una riduzione programmata del salario reale,
ad una perdita del potere d’acquisto. Io non sono più disposto ad
applicare quel sistema: non mi sta più bene perché impoverisce la gente.
Dunque dobbiamo cambiarlo per distribuire nel modo più capillare possibile
la produttività lì dove viene realizzata. Spesso facciamo finta di
dimenticare che la contrattazione di secondo livello viene fatta in troppe
poche realtà e questo non è più accettabile.
D’altronde mi pare che la recente
piattaforma per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici sia stata
confezionata già senza tener conto del Protocollo del luglio 1993. O
sbaglio?
È così. Ma che cosa è più, ormai,
l’inflazione programmata se non una categoria dello spirito? I prezzi e le
tariffe vanno per conto loro e noi dovremmo basarci ancora su quell’inconsistente
parametro che, oggi, spinge al ribasso solo i salari? Io sono stato
chiaro: se continuano ad insistere su questa strada vuol dire che invierò
una disdetta formale di quell’accordo.
L’altra leva da azionare per far
crescere i salari è quella fiscale: anche su questo punto la tua proposta
è chiara. Vuoi ribadirla?
È semplice: bisogna ridurre le tasse sul
lavoro. Noi proponiamo una detassazione degli incrementi contrattuali: è
un sistema rapido e giusto per riequilibrare le distorsioni di questi
anni. Più in generale, poi, sulla questione fisco bisogna fare chiarezza
una volta per tutte; bisogna avere il coraggio di dire a chi evaso le
tasse che la festa è finita. Per il fisco, in Italia, solo 1.200 persone
dichiarano redditi per oltre un milione di euro e circa l’1% dei
contribuenti dichiara di guadagnare più di 200.000 euro: così non va; così
pagano le tasse solo i lavoratori dipendenti. Bisogna agire su questo
fronte. Tornando, infine alla nostra proposta, aggiungo -e termino- che
una politica di riduzione delle tasse sul lavoro non è solo un esercizio
di equità ma anche di efficienza in termini di politica economica. La
propensione marginale al consumo più alta è propria dei redditi
medio-bassi; fare crescere questi ultimi attraverso una politica
contrattuale e una politica fiscale idonee significa, dunque, immettere
benzina nel motore dell’economia. Sarebbe, insomma, una scelta
intelligente per lo sviluppo del Paese.
Il mese di maggio, ripropone, come
di consueto, la tradizionale assemblea di Confindustria. Montezemolo ha
invitato a rifondare le relazioni industriali.
Cosa ne pensi della relazione nel
suo insieme e, in particolare, di questa sfida a cui il Presidente degli
industriali richiama il Sindacato?
l Sindacato è abituato a raccogliere le
sfide, dunque raccoglieremo anche quella lanciata da Montezemolo. Per quel
che riguarda la relazione nel suo insieme mi è piaciuta soprattutto la
parte sul fisco, sulla necessità di spostare il carico fiscale dal lavoro:
è proprio quello che pensiamo noi. Non condivido invece la parte sui
contratti: non sono d’accordo sulle critiche rivolte alle vertenze in
corso.
Maggio è da sempre anche il mese in
cui si celebra l’Assemblea della Banca d’Italia. Qual è il tuo giudizio
sulla relazione del Governatore Fazio?
È stata un’analisi realistica ed
impietosa della nostra situazione economica: un’economia che non cresce e
non crescerà neanche nel 2005. Condivido alcune delle ricette indicate per
uscire dalla crisi e, in particolare, i riferimenti alla maggiore
competitività, alla riduzione delle tasse sul lavoro, alla lotta
all’evasione. Forse è stato un po’ assolutorio nei confronti delle banche.
Ma d’altra parte…
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