di Antonio Passaro
Angeletti, il 9 ottobre, Piazza del Popolo a Roma ha fatto da scenario ad una grande manifestazione, la prima della storia del movimento sindacale organizzata dalla Uil e dalla Cisl. Al centro del tuo intervento e di quello di Bonanni, il fisco ed il lavoro. Un’efficace politica fiscale può davvero aiutare a risolvere i problemi economici del Paese?
Il nostro sistema fiscale non favorisce le persone e la creazione del lavoro, ecco perché chiediamo una vera riforma. Quella fiscale è l’unica politica che i governi in Europa possono fare autonomamente per puntare alla crescita dell’economia e dell’occupazione. Se noi non cambiamo l’attuale sistema, creare posti di lavoro in Italia continua ad essere molto costoso, nonostante i nostri stipendi siano più bassi di quelli degli altri Paesi europei. Il punto è che noi paghiamo molte più tasse, e tutto ciò rende poco conveniente investire e creare nuovi posti di lavoro in Italia.
Una grande manifestazione di piazza, per la prima volta, senza la Cgil…
Io direi, anche e soprattutto, una grande manifestazione sindacale di piazza organizzata, per la prima volta, per chiedere una riduzione delle tasse. Abbiamo rovesciato la logica secondo cui bisognerebbe prima combattere l’evasione fiscale e poi rivendicare una più equa redistribuzione del carico fiscale.
Una vera riforma fiscale richiede grande senso di responsabilità, un’alleanza tra più soggetti ed una precisa volontà politica. Il rischio di una contrapposizione tra categorie di lavoratori può rendere tutto più difficile, Come superare questo ostacolo?
Noi non vogliamo fare una riforma contro qualcuno, i nostri unici avversari sono quelli che evadono le tasse. Un Paese come il nostro, fondato sul lavoro, non può avere un sistema fiscale a causa del quale la stragrande maggioranza dei lavoratori paga più tasse dei loro datori di lavoro e di coloro che hanno un reddito derivante dalla speculazione finanziaria o dalla compravendita di azioni. Questo è lo scandalo sociale ed economico che noi vogliamo eliminare.
E quale connotazione dovrebbe avere questa riforma?
Il potere d’acquisto dei dipendenti e dei pensionati è molto basso e la redistribuzione della ricchezza non equa. In questo paese solo l’1,5% dei contribuenti dichiara di guadagnare oltre 100mila euro, ma la beffa è che, di questi, il 60% è costituito da lavoratori dipendenti e pensionati. Fare una riforma del sistema fiscale, dunque, significa distinguere tra chi paga le tasse e chi le evade. Noi vogliamo una riforma che riduca le tasse sul lavoro e sulle pensioni attraverso deduzioni e detrazioni che riguardino soprattutto i percettori di questi redditi e non tutti i contribuenti. Vogliamo poi aiutare le famiglie ad affrontare il problema dei disabili e, dunque, delle persone non autosufficienti, attraverso la creazione di un fondo specifico. L’altro capitolo riguarda i figli: bisogna dare un bonus per ogni figlio.
C’è chi sostiene che questa riforma abbia un costo. Cosa rispondi a questa obiezione?
Rispondo che basterebbe ridurre l’evasione fiscale di poco, appena del 10%, per avere a disposizione le risorse per avviare una riforma sul fisco. Altre risorse poi potrebbero giungere da uno spostamento del carico fiscale dal lavoro ai profitti e alle rendite finanziarie, senza tassare i Bot né altre forme di risparmio: si tratterebbe di intervenire sulle transazioni finanziarie come ha più volte proposto anche il sindacato internazionale. Poi c’è un altro capitolo da affrontare: i costi della politica, negli ultimi 10 anni, sono aumentati del 40% mentre la ricchezza del Paese è cresciuta molto meno. In Italia ci sono 131 mila persone che vengono elette per amministrare i nostri soldi. Quand’è che si capisce che si è andati oltre? Bisogna ridurre il numero delle persone che vivono esclusivamente di politica, senza compromettere la nostra democrazia, le istituzioni democratiche e il funzionamento dei servizi. Così come bisogna ridurre gli sprechi nell’uso del denaro pubblico perché, in questo modo, sarà più facile ridurre le tasse. Ebbene, se vogliamo che la crescita economica riprenda al passo degli altri paesi, bisogna intervenire: non possiamo più permetterci tutte queste disfunzioni.
Possiamo dire, intanto, che la manifestazione organizzata da Uil e Cisl ha raggiunto il suo primo obiettivo. Il governo, infatti, ha accolto la richiesta e ha convocato un tavolo per iniziare un percorso verso la riforma fiscale…
Sì, il Governo ha dato una prima risposta a questa nostra rivendicazione convocando un tavolo sul fisco al Ministero del Tesoro. E’ un confronto necessario perché la riforma fiscale si deve fare insieme al governo e al Parlamento che, poi, dovrà votare quella legge. Siamo certi di avere dalla nostra parte la stragrande maggioranza del paese. Il tavolo sulla riforma fiscale è partito con il piede giusto ma il passo successivo deve essere l’individuazione di provvedimenti che, in tempi brevi, riducano le tasse sul lavoro e sulle pensioni. Lo ribadisco: le risorse necessarie per questa operazione sono a portata di mano. Noi diamo per scontato, infatti, che i risultati già conseguiti nella lotta all’evasione fiscale saranno confermati di anno in anno. Se a ciò aggiungiamo un identico impegno anche nella riduzione degli sprechi e dei costi della politica, allora il finanziamento per la riduzione delle tasse è già cosa fatta.
La Confindustria ha voluto avviare, tra le parti sociali, anche un tavolo sulla competitività. Come sta procedendo questo confronto?
Ci sono stati degli incontri tecnici che hanno prodotto alcuni documenti condivisi. Resta da fare, però, ancora un lavoro importante su alcuni capitoli rimasti in sospeso come quello della produttività. Vedremo nel corso del mese di novembre se sarà possibile raggiungere un accordo complessivo.
Un’ultima domanda. La vicenda della Fiat di Pomigliano ha ulteriormente inasprito i rapporti tra i tre sindacati metalmeccanici. Al di là di questo dato di fatto, si respira un clima di avversione ad un certo tipo di relazioni industriali: la moltiplicazione delle aggressioni alle sedi sindacali di Uil e Cisl è lì a dimostrarlo. E’ difficile non collegare le due cose se si pensa che le scritte ingiuriose hanno ad oggetto proprio il confronto con Fiat. Qual è la tua opinione?
C’è veramente poco da dire: se la rappresentazione televisiva di questi fatti avvenisse con proiezioni in bianco e nero, ricorderebbe il 1922. C’è un pervicace clima di odio che emerge irrazionale e immotivato e che offende il lavoro e i suoi valori. Ovviamente - è persino superfluo precisarlo - non ci faremo condizionare da queste manifestazioni aggressive e proseguiremo, con assoluta determinazione, nella nostra azione sindacale.
Lavoro Italiano, ottobre 2010