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INTERVISTE

Il sistema delle relazioni sindacali deve porsi il problema del suo “prodotto”, cioè dell’accordo Intervista a Luigi Angeletti, Segretario generale UIL.

di Antonio Passaro

Angeletti, cominciamo con una notizia “unitaria”, una delle poche di questo periodo: Cgil, Cisl e Uil hanno deciso di celebrare il Primo Maggio a Marsala. Perché è stata scelta la cittadina siciliana?

Perché siamo nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia e, come è noto, Marsala fu la città dove, l’11 maggio del 1860 sbarcarono i Mille di Giuseppe Garibaldi. E’ un omaggio da parte di Cgil, Cisl e Uil ed è un riconoscimento a questo avvenimento storico per la vita del Paese.

Il profilo unitario sembra fermarsi lì: dobbiamo registrare un altro rinnovo contrattuale firmato solo da Uil e Cisl. E’ accaduto nella categoria del commercio. Qual è la tua opinione?

Io penso che con l’aria che tira in Europa sia molto meglio firmarli i contratti. Comincia ad esserci una pressione in Europa per fare contratti solo a livello aziendale: è una deriva che va contrastata. Delle posizioni della Cgil ce ne siamo già fatti una ragione. Sta di fatto che se non li facciamo noi, i contratti non li fa nessuno..

E cosa ne pensi della possibilità di un contratto ad hoc per l’auto? Cosa succederà a Melfi e a Cassino?

E’ possibile che si arrivi in tempi brevi ad un accordo per un contratto ad hoc per l’auto. Lo verificheremo a metà Aprile in occasione dell’incontro che si svolgerà tra Federmeccanica e sindacati di categoria. Per quel che riguarda, invece, Melfi e Cassino, la Uil è disponibile a discutere dell’organizzazione del lavoro in quei due stabilimenti ma solo quando ci saranno nuovi prodotti.

Ormai è trascorso più di qualche mese dall’accordo di Mirafiori. E’ possibile, dunque, fare un ragionamento a freddo sul significato di quell’intesa…

L’accordo di Mirafiori ha rappresentato un cambiamento di tendenza e, soprattutto, ha segnato un momento di maggiore consapevolezza su un tema all’ordine del giorno: la necessità di incrementare la produttività. Si tratta anche di una questione macroeconomica. Dobbiamo essere consapevoli, infatti, che la crescita dell’economia e del lavoro non saranno più favorite dalla spesa pubblica. Le risorse dobbiamo reperirle dall’evasione fiscale, dalla riduzione dei costi della politica e, per l’appunto, dall’aumento della produttività. Ecco perché questo diventa il tema su cui concentrarsi. Sono anni che perdiamo punti sul terreno della produttività. Ma la produttività può crescere anche in forza di una modifica del sistema delle relazioni sindacali rifondato sull’obiettivo della ripresa. Ebbene, la vicenda di Mirafiori è stato un chiaro segnale in questa direzione.

Il sistema delle relazioni sindacali va fondato, quindi, su nuove basi?

Certo: il sistema delle relazioni sindacali deve porsi il problema del suo “prodotto”, cioè dell’accordo. Non interessano regole che proteggano il sindacato; interessano regole che, una volta acquisita l’utilità dell’accordo, ne consentano la sua applicazione da parte di tutti.

Di recente, il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha sostenuto che non è necessario aumentare le tasse…

Perfetto! Normalmente, i banchieri dicono cose su cui si può essere d’accordo solo fino ad un certo punto. Questa volta l’affermazione di Draghi è da condividere totalmente. Non bisogna discutere su quale sarebbe la tassa giusta, perché la tassa giusta è quella che non c’è, quella che non si mette.

In questa fase, un minimo di crescita delle esportazioni sta avendo un effetto positivo sulla nostra economia; ma non basta. La Germania viaggia ben più speditamente di noi, è così?

Non c’è dubbio. Noi abbiamo solo una parte del sistema imprenditoriale ed economico - e, peraltro, solo in alcune parti del Paese - concentrato sulle esportazioni. In Germania, invece, il peso delle esportazioni è elevato e riguarda, in particolare, beni per investimenti indirizzati verso la Cina e l’India. Se questi Paesi continuano ad investire, dunque, è evidente che la Germania è avvantaggiata rispetto a chi, come noi, esporta soprattutto beni di consumo.

C’è anche una differenza tra Italia e Germania relativa alla struttura del tessuto industriale. Questa condizione ha influenzato la “qualità” della crisi e la tipologia degli interventi?

In Italia, una grande maggioranza delle imprese ha piccole dimensioni e produce per i consumi interni. E, in questi anni, abbiamo dovuto fronteggiare le conseguenze sociali della recessione tenendo conto di tale realtà. Massiccio è stato il ricorso alla cassa integrazione in deroga che è uno strumento di assistenza.

Ma possiamo comunque parlare di miglioramento della situazione? Alcuni recenti dati di Unioncamere stimano una leggera ripresa delle assunzioni nelle piccole e medie imprese…

Io credo che il mercato del lavoro stia ancora vivendo una fase di convalescenza. Per continuare con la parafrasi medica, possiamo dire che siamo stati molto ammalati. Adesso va meglio ma non siamo guariti del tutto: abbiamo ancora qualche centinaio di migliaia di lavoratori in cassa integrazione.

Un’ultima domanda. Parmalat sta per essere ceduta alla francese Lactalis. Qual è la tua opinione?

Ci sono imprese che non possono essere cedute così tranquillamente. Io credo, innanzitutto, che debbano vigere, per questi casi, principi e criteri di reciprocità: le norme in materia dovrebbero essere analoghe in tutti i paesi europei. Oggi, questo non avviene. Le imprese italiane che vogliono acquistare altre imprese in Europa vengono ostacolate da una serie di regole che impediscono la loro espansione. La stessa cosa non accade in Italia. Occorre quindi adeguare la nostra normativa a quella degli altri Paesi, a partire proprio dalla Francia.

Lavoro Italiano, marzo 2011

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