di Antonio Passaro
Angeletti, quello di maggio è stato un mese denso di vicende, di appuntamenti e di iniziative. Della festa dei lavoratori abbiamo già detto nel precedente numero. Aggiungiamo, allora, solo un breve cenno. Il Primo Maggio è quel che rimane dell’unità sindacale?
In una battuta, rispondo così come ho detto a Marsala: l’unità sindacale è l’unità delle persone che lavorano. Questo è ciò che interessa. Non vi è dubbio, poi, che sarebbe utile ritrovare una maggiore unità, ma avendo la capacità di individuare obiettivi comuni. Non mi sembra che, al momento, ci siano queste condizioni.
Di recente vi siete incontrati, tu Bonanni e la Camusso, con la Presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia. Di cosa avete parlato e qual è stato l’esito della riunione?
Abbiamo parlato della contrattazione aziendale, argomento sul quale Confindustria voleva confrontarsi con noi, considerato che la stagione contrattuale di secondo livello è alle porte. Le distanze tra le tre organizzazioni sindacali restano e sono quelle ben note. Tutto parte dalle differenze in merito alle politiche contrattuali che hanno prodotto una situazione di contrasto. Non vedo una realistica possibilità di uscita unitaria. Peraltro, il modello contrattuale del 2009 ha ben funzionato e certamente continuerà a funzionare sino al 2013. E a proposito della regolamentazione della rappresentanza, c’è qualche novità?Ne abbiamo parlato. Ci auguriamo che almeno sulla certificazione degli iscritti si possa passare a fatti concreti. Sarebbe un fatto di chiarezza e trasparenza. Ma, allo stato attuale, non ci sono novità, non si riesce a fare nessun passo in avanti. Qualcuno sostiene che la mancanza di unità renderebbe debole il sindacato. Qual è la tua opinione?Il sindacato debole è quello che fa una politica sbagliata. Le scelte sbagliate producono sconfitte e la storia lo ha dimostrato. Lo ribadisco: la diversa opinione sul modello contrattuale è all’origine delle differenze tra noi e la Cgil. Il precedente modello è stato perfetto sino a quando ha conseguito l’obiettivo per cui era stato pensato. Dopo e per oltre un decennio, modificatosi il quadro macroeconomico, le priorità e le prospettive, quel meccanismo è stato deleterio e ha determinato il peggior risultato possibile sul fronte salariale. Se si fanno paragoni con gli altri Paesi europei ci si accorge che le differenze non stanno nella flessibilità o nei diritti: il fatto è che i lavoratori italiani, a parità di condizioni e di lavoro, guadagnano meno degli altri. Questo è il punto ed è proprio per affrontare questo problema che noi abbiamo voluto concordare, nel 2009, un nuovo modello contrattuale.
Ed è questo che ti ha fatto dire dal palco dell’Assemblea dei quadri e delegati di Cisl e Uil, svoltasi lo scorso 21 maggio, che Cisl e Uil sono il sindacato confederale unitario del nostro Paese?
Io sto ai fatti. In questa fase storica, non possiamo che prendere atto di una realtà oggettiva: Uil e Cisl sono su un fronte, con le loro politiche riformiste e partecipative, la Cgil è su un altro fronte. Sbaglierebbe, tuttavia, chi considerasse irreversibile questa condizione, anche se i tempi per una ricomposizione appaiono oggettivamente molto lunghi. La Cgil resta ancorata ad un immobilismo al quale noi, invece, non intendiamo adeguarci. Proseguiremo per la nostra strada. Se ci raggiungeranno, bene; altrimenti Uil e Cisl, che rappresentano la maggioranza del sindacato confederale del nostro Paese, continueranno a tutelare i lavoratori dipendenti come hanno già dimostrato di saper fare in occasione dei rinnovi contrattuali di alcune importanti categorie.
Dopo l’Assemblea di maggio, Cisl e Uil torneranno in piazza il 18 giugno per rivendicare la riforma del fisco. Qual è la sfida da affrontare?
Bisogna che l’economia cresca: è questa la vera sfida. Il primo passo è fare, sul serio, la riforma del fisco che deve essere concentrata sulla riduzione delle tasse sul lavoro. Queste ultime poi sono eccessive perché, in questo modo, si compensano le tasse evase: non è possibile che queste disfunzioni si scarichino sui lavoratori dipendenti e sui pensionati. Peraltro, in Italia, è difficile creare occupazione anche perché si pagano troppe tasse. Il nostro Paese non può più permettersi, da un punto di vista economico, un’evasione fiscale così alta. Allo stesso modo non possiamo più accettare costi della politica tanto esorbitanti. E’ su questi due fronti che occorre agire per reperire le risorse necessarie a ridurre le tasse sul lavoro.
Il dibattito economico si sta concentrando sulle ricette per la crescita ma anche sul problema del debito. Qual è la priorità?
Io penso che, oggi, il debito pubblico non sia il nostro problema mentre, nel lungo periodo, la scarsa crescita potrebbe avere delle ripercussioni. I debiti li abbiamo e sono moltissimi però, obiettivamente, la situazione finanziaria dello Stato è tenuta abbastanza in ordine, molto meglio che in altri Paesi. E a proposito di scarsa crescita, la vicenda di Porto Tolle è emblematica delle difficoltà e delle contraddizioni con cui siamo costretti a fare i conti. In quel sito, a causa di alcune questioni burocratiche, si sta bloccando un investimento, nel settore dell’energia, di oltre due miliardi di euro. E’ così che continuiamo ad avere energia a costi alti e bollette salate. Ed è così, inoltre, che si distruggono posti di lavoro.
Quello di maggio è anche il mese dei tradizionali appuntamenti in Confindustria e in Bankitalia. Cosa pensi delle relazioni della Presidente Emma Marcegaglia e del Governatore Mario Draghi?
La relazione della Presidente di Confindustria è assolutamente condivisibile: ha fatto un esame oggettivo della realtà economica e ha espresso giudizi politici equilibrati. Analogo commento vale per le considerazioni del governatore Draghi: la sua è stata una relazione realistica. Da sottoscrivere, in particolare, il passaggio sul fisco: ridurre le tasse sul lavoro utilizzando le risorse derivanti dalla lotta all’evasione è il nostro programma.
In conclusione, a testimonianza di quanto sia stato pregno di avvenimenti questo mese, c’è l’esito - abbastanza clamoroso, per certi aspetti - delle elezioni amministrative. Qual è il tuo commento?
I risultati delle elezioni amministrative dimostrano che l’elettorato è molto più libero di quanto si possa immaginare e che i partiti non hanno i voti in tasca ma li devono conquistare. L’elettorato è molto laico e cambia il proprio voto: è un fatto importante per la stessa democrazia.
Lavoro Italiano, maggio 2011