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INTERVISTE

Non si possono chiedere ai cittadini pesanti sacrifici senza dare un segno della compartecipazione della classe politica. Intervista a Luigi Angeletti, Segretario generale UIL.

di Antonio Passaro

Angeletti, andiamo in stampa con il nostro giornale nell’immediata vigilia dell’incontro tra le parti sociali e il governo. Daremo conto dell’esito, dunque, nel prossimo numero. Intanto, dobbiamo registrare che mai una fase estiva era stata così convulsa, dominata da una preoccupante crisi finanziaria internazionale e da una conseguente crisi economica che coinvolge anche il nostro Paese. Nei giorni scorsi, il ministro Calderoli ha fatto una provocazione: per cercare di trovare soluzioni, politici e parti sociali lavorino anche durante le ferie estive. Da quella proposta è scaturito l’insolito appuntamento agostano, a Palazzo Chigi, al quale, proprio in queste ore ti stai recando. In estrema sintesi, per dare il via a questa nostra chiacchierata, qual è il tuo parere sulla scelta di convocare tavoli di lavoro anche nel mese di agosto?

Sono d’accordo con questa iniziativa. In una fase così delicata credo che non vi sia alcun problema se la politica e le parti sociali lavorino anche nel mese di Agosto. E’ giusto, purché si produca qualche risultato chiaro e importante.

In questo periodo, il dibattito politico è incentrato su proposte in merito a soluzioni alternative all’attuale governo. In linea con la tradizionale impostazione della Uil, senza entrare su quel terreno che non appartiene al sindacato, hai espresso una tua breve valutazione sull’attuale fase politica. Puoi riproporcela?

Personalmente, sono contrario ai governi tecnici: non sono ciò di cui il Paese ha bisogno. Servono governi politici che scelgano e scontentino qualcuno. Una politica che non sceglie e che cerca di tenere tutti dentro, non funziona. Detto ciò, per quel che riguarda questo Governo, io penso che se si rendesse conto di non avere la forza di governare, di non avere una solida maggioranza, sarebbe meglio andare ad elezioni anticipate.

Qual è, invece, il giudizio della Uil sulla manovra varata dal Governo nello scorso mese di luglio?

Premesso che la Uil è stata responsabilmente consapevole della necessità di condividere l’obiettivo di riduzione del deficit, abbiamo evidenziato forti criticità su alcuni contenuti della manovra stessa. In particolare, restano del tutto incompiuti i capitoli relativi alla riforma fiscale e ai costi della politica.

Cominciamo dal fisco...

Sì. La Uil si è battuta perché fosse avviata una riforma fiscale capace di riequilibrare il peso sui diversi redditi attraverso una sensibile riduzione delle tasse sul lavoro, anche tramite il riconoscimento di un bonus per i figli a carico. Con il previsto taglio delle detrazioni, invece, si rischia di aumentare la pressione fiscale proprio sui lavoratori dipendenti e sui pensionati. Ecco perché, già a partire dall’incontro odierno a Palazzo Chigi, ribadiremo la necessità di una rapida approvazione della riforma del sistema fiscale. Le nostre proposte prevedono un riequilibrio del carico fiscale compatibile con il pareggio di bilancio. Metteremo in campo tutte le iniziative necessarie a trasformare le intenzioni, che pure sono state manifestate, in atti legislativi.

La riforma fiscale è uno storico cavallo di battaglia della Uil al quale, di recente, se ne è aggiunto un altro: quello relativo alla riduzione dei costi della politica. Anche su questo punto continuerete ad incalzare Governo e Parlamento?

Certamente. Già nello scorso mese di luglio, abbiamo organizzato un presidio davanti al Parlamento per chiedere un’accelerazione in merito alla riduzione dei costi della politica. Non si possono chiedere ai cittadini pesanti sacrifici senza dare un segno della compartecipazione da parte della classe politica a questo progetto di risanamento del Paese. Un taglio ai costi della politica dovrebbe riguardare tutti i costi di funzionamento di tutte le Istituzioni, ad ogni livello territoriale, assembleari e di governo. Le nostre proposte sono contenute in uno studio presentato già molti mesi fa e ormai noto a tutti. Ricordo, tra le altre indicazioni che avevamo segnalato, l’accorpamento delle aziende di servizi per i comuni al di sotto dei 50mila abitanti, l’aggregazione dei comuni con meno di 5mila abitanti, l’abolizione delle province. Se si facessero questi interventi, si otterrebbero considerevoli risparmi, tali da incidere positivamente sul bilancio dello Stato.

Nella manovra c’è anche una questione specifica, relativa al pubblico impiego, che non vi ha soddisfatto per nulla. E’ un problema enorme per una categoria molto importante. Cosa si potrebbe fare per venire incontro alle legittime aspettative di quei lavoratori?

C’è una forte contrarietà espressa dalle categorie dei lavoratori del pubblico impiego, ulteriormente penalizzati dal blocco della contrattazione nazionale. Sarebbe possibile, eliminando i vincoli normativi che ne ostacolano la dinamica, avviare almeno la contrattazione integrativa sulla base dei risparmi da realizzare nella pubblica amministrazione. I lavoratori del settore potrebbero ottenere un risultato economico importante legato alla produttività e al merito, senza che vi siano aumenti di spesa ma in virtù di una razionalizzazione dei costi. Già a partire dal prossimo mese di settembre, la Uil sosterrà questa battaglia delle categorie e dei lavoratori del pubblico impiego.

Angeletti, in conclusione, dobbiamo affrontare un argomentato che ha generato qualche imbarazzo ma che, ancora una volta, dimostra la lungimiranza e la coerenza della nostra Organizzazione. Tutte le parti sociali hanno redatto un comunicato sulla crisi dal quale solo la Uil si è dissociata. Tu lo hai, addirittura, definito “doroteo”. Ci spieghi cosa è successo?

Il documento presentato da 17 sigle del mondo delle imprese, delle banche e dei sindacati non è un accordo, non è un patto, non è nulla. Sono delle volontà generiche che, se fossero recepite, così come sono scritte, non risolverebbero niente. Avevamo chiesto delle modifiche che non sono state accolte: ce ne siamo resi conto quando il testo è uscito senza che avessero aspettato il nostro ok. Ecco perché ce ne siamo dissociati.

Peraltro, le parti sociali avevano lavorato per mesi partecipando ad alcuni tavoli organizzati presso l’ABI senza che ne scaturisse una posizione condivisa...

E’ così. Le parti sociali hanno tentato, per mesi, di elaborare una proposta che rappresentasse, sul serio, una concreta svolta della politica economica e sociale necessaria alla crescita del Paese senza, purtroppo, riuscire a sciogliere i nodi e a superare i contrasti emersi. Ricordo che tutto naufragò al primo contrasto serio sulla produttività.

In quel documento delle parti sociali, dunque, mancava l’indicazione di ciò che, ora, serve al Paese?

Pena la perdita di credibilità, ora bisogna tracciare le linee principali della svolta che, concretamente, si vuole e si deve realizzare. Lo ripeto, noi avevamo provato sommariamente ad indicarle in quel testo, ma non sono state accolte. Le parti sociali, che rappresentano il Paese reale, non possono chiedere ad altri di fare scelte di cui esse non riescono a definire i contenuti. Peraltro, dopo il fallimento di quei tavoli, non è condivisibile che, oggi, si riproponga un testo senza una seppur rapida e informale, discussione collegiale. Un testo che, francamente, a noi è apparso al limite della genericità e della mancanza di assunzione di responsabilità.

Serve un Patto?

Sì, serve un Patto tra noi e il Governo. O anche un Patto tra le parti sociali che indichi al Governo ciò che vorremmo. Oggi capiremo cosa siamo in condizione di realizzare per il bene del Paese.

Lavoro Italiano, luglio/agosto 2011

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