di Antonio Passaro
Da molti mesi ormai i lavoratori e le famiglie italiane fanno i conti con la crisi economica ed occupazionale. C’è chi pensa che la fine di questa fase sia vicina e che presto comincerà la ripresa, chi invece continua a disegnare scenari cupi. Cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo futuro?
E’ difficile valutare se questa crisi abbia già toccato il suo punto più basso e quali possano essere i tempi per la ripresa. I più indicano o auspicano la metà del 2010 come momento utile per intravedere l’uscita dal tunnel. Ma per la Uil questo momento arriverà quando gli attuali negativi dati occupazionali faranno segnare una significativa e duratura inversione di tendenza. Ciò che è certo è che il mondo che verrà sarà diverso da quello conosciuto prima che questa crisi cominciasse e riguarderà, inevitabilmente, anche il nostro Paese e la nostra realtà.
Il lavoro è l’unico patrimonio su cui può contare il nostro Paese come leva per uscire dalla crisi. Non è solo il cavallo di battaglia della Uil, ma forse l’unica vera soluzione possibile. Il lavoro, tuttavia è stato sì salvaguardato e tutelato ma non utilizzato come risorsa per innescare la ripresa. Insomma, incentivare il lavoro come mezzo per uscire dalla crisi, può effettivamente dare i risultati sperati?
Oggi, diventa essenziale la salvaguardia del posto di lavoro come una condizione da cui non è possibile prescindere se ci si pone l’obiettivo di una seppur lenta ripresa: tenere legati i singoli lavoratori al proprio posto di lavoro deve essere la priorità assoluta. E per dare concretezza a questa priorità, in una logica di emergenza, il senso di responsabilità deve indurci ad accettare soluzioni, altrimenti non condivisibili, ma oggi necessarie poiché efficaci. Rientra in questo ambito, ad esempio, l’idea di premiare le aziende che non licenzino, facendo ricorso a meccanismi decontributivi. Dunque, tutti gli sforzi e tutte le risorse devono essere concentrati verso il mantenimento dei posti di lavoro e della base produttiva: è decisamente preferibile, in questa fase, che sia finanziata l’occupazione piuttosto che la disoccupazione.
Uscire dalla crisi nel migliore dei modi possibile è dunque un obiettivo fondamentale per il futuro, non solo attraverso la valorizzazione del lavoro. Nuove politiche fiscali e contrattuali si dimostrano necessarie, così come un’attenzione tutta nuova al tema degli investimenti, importanti per un vero sviluppo economico che raggiunga i traguardi auspicati.
Risalire la china della recessione è il principale obiettivo per raggiungere il quale siamo tutti chiamati a dare il nostro contributo. E se le soluzioni da attuare sul fronte della domanda passano per le nuove politiche fiscali ripetutamente indicate dalla Uil e per le nuove politiche contrattuali finalmente adottate, quelle da mettere in campo sul fronte dell’offerta passano per nuove politiche di investimento nelle infrastrutture materiali e immateriali, nella ricerca e nella formazione. In una fase di emergenza, servono procedure di emergenza: bisogna velocizzare i tempi di attuazione degli investimenti. Non possiamo più permetterci il lusso di lungaggini burocratiche che finiscono per bloccare nuove opere e, dunque, nuovi lavori e nuova occupazione.
Lo abbiamo detto più volte, i prodromi della crisi erano già evidenti con la comparsa dell’euro, che ha determinato una aumento di prezzi e tariffe con una conseguente riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e pensionati ed un calo dei consumi. Una condizione già paventata dalla Uil che, a suo tempo, aveva proposto alcune soluzioni rimaste purtroppo inascoltate.
Avevamo posto la necessità, anzi l’urgenza, di far crescere i redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati come potente leva anticiclica, nella prospettiva di una ripresa della domanda interna che solo soggetti dall’alta propensione marginale al consumo avrebbero potuto garantire. Fino ad un recente passato, non abbiamo trovato alleati in questa battaglia. Ora qualcosa sembra muoversi e su questo punto c’è una maggiore attenzione da parte di tutto il mondo del lavoro che sta comprendendo come il vero problema del nostro paese sia quello di spezzare il circolo vizioso “bassi salari- bassa produttività” E’ rimasta, tuttavia, inascoltata la nostra rivendicazione per un fisco più equo, uno degli strumenti più potenti di redistribuzione del reddito. Ma non intendiamo rassegnarci. Continuiamo a chiedere un sistema fiscale più giusto ed efficace e, nel frattempo, continuiamo ancora a chiedere terapie d’urto per invertire una tendenza che vede premiati gli evasori e tartassati i percettori di redditi fissi. Noi proponiamo, dunque, anche in vista della prossima finanziaria, una detassazione della tredicesima poiché solo se lavoratori dipendenti e pensionati pagheranno sin da subito meno tasse, lo Stato sarà costretto a moltiplicare gli sforzi per stanare milioni di evasori.
Il nuovo sistema contrattuale va nella direzione di valorizzare il lavoro attraverso la crescita dei salari e della produttivita...
Sì, il nuovo sistema contrattuale può dare un serio contributo all’inversione di tendenza che tutti attendono: non è possibile che il nostro Paese sia collocato negli ultimi posti della classifica dei redditi in Europa. Il vecchio sistema, che ha continuato a vivere per troppo tempo dopo che erano stati conseguiti gli obiettivi prefissati, ha contribuito a trainare i nostri salari verso il basso. Avremmo dovuto cambiare quel modello già molti anni or sono, da quando cioè la sua funzione era divenuta del tutto decontestualizzata, ma le resistenze della Cgil hanno rallentato i tempi. E sulla nuova strada la stessa Cgil non ha voluto seguirci.
Gli accordi separati ormai non ci sorprendono più. I sindacati hanno preso strade diverse. È davvero conclusa la stagione dell’unità sindacale?
E’ ormai chiaro che è definitivamente sparito dal nostro orizzonte la prospettiva di un’unità sindacale “purchè sia”, a prescindere cioè dal conseguimento di risultati utili: non può essere questo il parametro di riferimento delle nostre scelte. Il futuro dell’azione sindacale è segnato dalla volontà di tutelare gli interessi dei lavoratori in una dimensione di sviluppo del Paese. Sarà questa la cifra del nostro agire che condivideremo con chiunque vorrà condividerla.
Il mondo che rappresentiamo e che vorremmo continuare a rappresentare e davvero cambiato nel profondo. Ma cosa è realmente accaduto nella mente della gente?
Io penso che siamo entrati in un’epoca in cui non si fanno più sogni collettivi ma solo sogni individuali. Il compito del Sindacato, dunque, è molto più complesso: portare a sintesi miriadi di sogni individuali è davvero impresa ardua, quasi impossibile. Allora è un altro l’esercizio culturale da mettere in campo: flessibilizzare la propria capacità di rappresentanza. Di assoluto restano il valore della persona e del lavoro mentre le ideologie vanno definitivamente estromesse dal perimetro del mondo del lavoro.
Angeletti, un’ultima domanda. A marzo 2010 si svolgerà il XV Congresso della Uil. Con quale spirito ci si incammina verso questa meta? Quali le prospettive?
Oggi più che mai, serve un sindacato laico e riformista, capace di autonomia assoluta dalla politica ma soprattutto di attitudini, in egual misura, negoziali e partecipative. Su queste basi, la Uil apre il cantiere del nuovo sindacato riformista. Un progetto che guarda alla società civile, agli intellettuali, al mondo delle associazioni e del cosiddetto terzo settore ma anche ad altre importanti espressioni della rappresentanza sindacale. E’ giunto il tempo di lavorare per un nuovo processo unitario capace di dare voce e sostanza ad un riformismo sociale diffuso, la cui attuazione è ancora ostacolata dagli egoismi corporativi ma a cui la storia sta ormai dando ragione circa la capacità di interpretare i fenomeni e di individuare le soluzioni. Al Congresso vorremmo affrontare anche queste tematiche, in una dimensione e con una prospettiva di alto livello. La Uil è già nel domani e vuole continuare ad esserci, insieme ai lavoratori che rappresenta, da protagonista.
Lavoro Italiano, luglio-agosto 2009