di Antonio Passaro
Angeletti, da oltre un mese, il futuro degli stabilimenti italiani della Fiat è il tema economico e sindacale alla ribalta della cronaca. Tutto è iniziato dalla “vicenda” Pomigliano. Quali sono le ragioni che hanno indotto la Uil a firmare l’accordo per il sito campano?
Già molto tempo fa, il Sindacato nel suo insieme, proprio per rilanciare lo stabilimento campano, aveva chiesto alla Fiat di investire e di portare in quel sito nuovi modelli. E’ stata una rivendicazione di tutto il Sindacato. Ebbene Fiat ha deciso di investire 700 milioni di euro su Pomigliano, di riportare dalla Polonia - dove, peraltro, i costi erano più bassi - la produzione della Panda in Italia. E per realizzare questo progetto – caso unico nella recente storia industriale - non ha chiesto una riduzione dei salari. Non potevamo che condividere questa scelta: che quell’investimento fosse realizzato non era semplicemente un’opportunità, era l’obiettivo, perché noi dobbiamo difendere le persone e il lavoro.
Questa vicenda può rappresentare una svolta anche per il futuro industriale ed economico del Paese?
Sì, ne sono convinto. L’accordo per Pomigliano rappresenta una svolta non solo per le relazioni industriali ma, soprattutto, per l’industria automobilistica in Italia. Inverte infatti una tendenza negativa che ha spinto il nostro Paese all’ultimo posto nella produzione di auto in Europa e, al contempo, consente di porre un freno alla deindustrializzazione del nostro Mezzogiorno. Peraltro, gli ultimi dati macroeconomici rivelano che il divario tra il Nord e il Sud si sta accentuando proprio in relazione al crescente differenziale industriale. Servirebbero, dunque, dieci Pomigliano per rendere più credibile l’unità del Paese almeno dal punto vista economico e sociale. Per queste ragioni noi siamo convinti e determinati a lavorare per la perfetta riuscita del progetto.
La Uil ha sostenuto il progetto Fabbrica Italia partendo dal presupposto che Fiat accresca considerevolmente la produzione di auto nel nostro Paese. Come valuti questo obiettivo?
Lo abbiamo già detto: aumentare la produzione dell’auto in Italia significa cambiare la tendenza del nostro sistema economico. Questo obiettivo è così importate che non andiamo a cercare alibi o scuse per non raggiungerlo. Abbiamo bisogno di vedere riconfermato l’impegno ad implementare gli stabilimenti italiani: la Fiat deve semplicemente dirci quali sono le condizioni per cui questo progetto si realizza. La stragrande maggioranza dei lavoratori è preoccupata solo di salvaguardare il proprio posto di lavoro e a condizioni normali. Noi dunque non abbiamo problemi ad accettare e a praticare le sfide necessarie.
Ma cosa succederà per gli altri stabilimenti del Gruppo Fiat?
Gli stabilimenti della Fiat sono diversi l’uno dall’altro. Non si può fare come in passato: la camicia a taglia unica forse non è la risposta più intelligente ai problemi e alle aspettative dei lavoratori. Noi siamo disponibili a fare accordi, dopo quello per Pomigliano, anche per gli altri stabilimenti, a fronte di impegni che giustifichino l’assunzione di responsabilità da parte dei sindacati.
E per Mirafiori?
Noi abbiamo chiesto a Marchionne che la Fiat sostituisca la vettura che vuole costruire in Serbia con la produzione di un’altra vettura che abbia maggior margine e che garantisca, per quantità e qualità, non solo la sopravvivenza dello stabilimento di Mirafiori, ma anche l’ampliamento dell’occupazione.
In realtà, la Fiat in Italia non sta messa molto bene: è tra le imprese che sta pagando ancora lo scotto della crisi. Questo progetto può rappresentare il volano per la sua ripresa anche nel nostro Paese?
Effettivamente, stiamo registrando un miglioramento ma che non riguarda tutti. In particolare, è aumentata la quota del commercio internazionale: alcune nostre imprese sono tornate ad essere competitive. Per la Fiat il discorso è più articolato perché mentre è competitiva in alcuni Paesi lo è meno in Italia dove, come è noto, in alcuni stabilimenti del Gruppo i lavoratori sono in cassa integrazione. Ad esempio, mentre, in Brasile, la Fiat è prima per quote di mercato, in Italia, ha solo il 30% del mercato. Ecco perché c’è bisogno di investimenti ed ecco perché abbiamo accettato la sfida di Pomigliano. Quando le aziende vanno male, quando si distrugge ricchezza, i primi a rimetterci sono i lavoratori. Lo ribadisco: la nostra non è stata una concessione, come qualcuno ha detto, ma una rivendicazione.
Cambiamo argomento. Proprio mentre andiamo in stampa, al Consiglio dei Ministri è stato presentato il piano Triennale per il lavoro. Ora dovrà iniziare un percorso per la sua applicazione. Ma qual è il tuo primo giudizio?
Il Piano Triennale per il Lavoro merita apprezzamento. Accoglie le nostre rivendicazioni in materia di detassazione del salario aziendale e prospetta uno Statuto dei Lavori che, come Uil, avevamo sollecitato a tutela dei lavoratori più deboli e meno garantiti.Valorizzare il lavoro favorendo la remunerazione della produttività, da un lato, e modernizzare regole e tutele per l’occupazione, dall’altro, sono due obiettivi che possono segnare una svolta nelle politiche del lavoro ma che possono anche dare un contributo alle politiche di rilancio dell’economia.L’applicazione del Piano presuppone un ruolo fondamentale di Sindacati e parti sociali che, nel corso dei prossimi mesi, saranno impegnate nella sua implementazione e nella definizione dei suoi aspetti attuativi.
Un’ultima brevissima domanda: hai incontrato l’Ambasciatore americano. Avete parlato anche di industria dell’auto?
Ho incontrato l’Ambasciatore americano, David Thorne. E’ stato un colloquio informale molto interessante sui temi dell’attualità economica e sociale, anche a partire dalle vicende dell’industria automobilistica.
Lavoro Italiano, luglio/agosto 2010