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INTERVISTE

La competitività e la produttività aziendale sono i presupposti per una crescita occupazionale e salariale. Intervista a Luigi Angeletti, Segretario generale UIL.

di Antonio Passaro

Angeletti, per commentare le vicende di questo mese di giugno, abbiamo l’imbarazzo della scelta. Sono stati trenta giorni davvero intensi di fatti e di grandi novità. Tra i capitoli più importanti da annoverare, certamente, quelli sulla rappresentatività e i contratti, sul fisco e la manovra economica e, ancora una volta, sulla Fiat. Andiamo per ordine. Parliamo dell’accordo sottoscritto il 28 giugno tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria?

Sì. E’ stato un accordo molto importante grazie al quale possiamo dire che sono stati superati i conflitti e le lacerazioni degli ultimi tempi. L’intesa è stata firmata non solo e non tanto per regolare i rapporti tra le parti sociali quanto per meglio tutelare gli interessi dei lavoratori ma anche del Paese. E’ stata aperta una nuova frontiera perché è ormai evidente a tutti che le regole scritte senza tener conto delle esigenze concrete che emergono nei singoli luoghi di lavoro hanno esaurito la loro funzione.

In che senso?

Nel senso che questa intesa consolida e conferma il valore della contrattazione nazionale ma stabilisce, in particolare, una serie di regole che si prefiggono l’obiettivo di rendere esigibili e generalizzabili i contratti aziendali. Noi non possiamo dimenticare che la competitività e la produttività aziendale sono i presupposti per una crescita occupazionale e salariale. Ora, anche grazie a questo accordo, i contratti aziendali potranno porsi questi obiettivi di crescita e potranno adattarvisi secondo logiche certe e condivise.

L’intesa risolve anche la questione della rappresentanza….

L’intesa affronta e risolve l’annosa questione della certificazione degli iscritti e definisce un efficace sistema di misurazione della rappresentatività sindacale. Nei fatti, viene praticamente richiamato quanto già pattuito nel 2008 tra le tre Organizzazioni sindacali, da un lato, e viene data continuità ad alcuni principi fissati nell’accordo del gennaio 2009.

La firma del 28 giugno era stata preceduta da una vicenda che aveva visto la Uil protagonista assoluta della scena sindacale: la disdetta del Protocollo del luglio 1993. Tra i due fatti non c’è un rapporto diretto di causa ed effetto. Tuttavia, non c’è dubbio che la decisione della Uil di mandare definitivamente in soffitta il vecchio modello contrattuale, in qualche misura, ha impresso un’accelerazione anche alla trattativa tra le parti sulla rappresentanza e sulla contrattazione aziendale. Quali sono state le ragioni di fondo che ti hanno indotto a questa scelta?

Chiariamo subito che il Protocollo del 1993 già apparteneva alla storia, ormai da circa un decennio, e che l’intesa del 2009 aveva già preso il suo posto con un nuovo modello contrattale basato, a livello nazionale, non più sull’inflazione programmata ma sull’Ipca, un indice più efficace per la definizione degli incrementi salariali. La stessa contrattazione di secondo livello aveva acquisito una nuova forza e una centralità corrispondente alla necessità di far crescere i salari e la produttività. Dunque, la disdetta formale del luglio 1993 da parte della Uil non ha fatto altro che ratificare una condizione già definita. La decisione è scaturita dal fatto che l’Abi, l’Associazione Bancaria Italiana, aveva di recente manifestato l’intenzione di applicare, in occasione del prossimo rinnovo del contratto nazionale della categoria, le regole contrattuali del Protocollo. Dunque, proprio per evitare ogni possibile equivoco circa l’attuale applicabilità di quelle vecchie norme e di quelle superate procedure, la Uil ha deciso di disdettare, ufficialmente e formalmente, il Protocollo del 1993.

L’insieme di tutta questa storia si intreccia con l’insieme delle vicende che, ormai da un anno a questa parte, riguardano la Fiat. L’Amministratore delegato, Sergio Marchionne, pur apprezzando l’intesa tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, ha inviato una lettera con cui ha chiesto che siano fatti ulteriori passi, altrimenti la Fiat si vedrà costretta ad uscire dal sistema confindustriale. Qual è la tua opinione, a tal proposito?

Comprendiamo le ragioni della Fiat espresse nella lettera alla Confindustria. Nessuno più di noi vuole salvaguardare gli accordi di Pomigliano, di Mirafiori e della ex Bertone, soprattutto perché rappresentano la salvezza di molte migliaia di posti di lavoro. Accordi che, lo ricordiamo, sono stati approvati dalla maggioranza dei lavoratori. Noi pensiamo però che, nelle prossime settimane, si potrà dimostrare come questi accordi siano difendibili anche restando dentro Confindustria.

Cambiamo argomento e parliamo di fisco e di costi della politica. Lo scorso 18 giugno, Cisl e Uil hanno dato vita alla loro seconda manifestazione di piazza per chiedere intereventi proprio su quei due punti. Dal palco di piazza del Popolo di Roma hai lanciato un avvertimento al Governo, precisando che se ci dovesse essere un’altra manifestazione di Cisl e Uil non sarà fatta di sabato ma di venerdì. Un modo abbastanza chiaro per minacciare uno sciopero….

Sì, noi pensiamo che il governo debba fare una riforma fiscale per ridurre le tasse sul lavoro e sulle pensioni. Una riforma fiscale sarebbe un atto di giustizia sociale nel nostro Paese, oltre che una vera e propria necessità economica. Bisogna anche aiutare le aziende che fanno onestamente il loro lavoro e che reinvestono i loro soldi in azienda. O il governo riesce a realizzare questo atto o è meglio che non continui a sopravvivere. Per quel che riguarda, poi, i costi della politica, noi tutti dobbiamo avere consapevolezza che il nostro sistema politico costa troppo e che non possiamo più permettercelo. E’ più costoso che in Francia e in Germania ed è anche un po’ criminogeno. Senza demagogia e con pacatezza ma ormai è chiaro che bisogna intervenire.

E intanto, proprio mentre diamo alle stampe la nostra rivista, il Consiglio dei ministri ha varato la manovra economica. Siamo in grado di dare un primo giudizio?

La scarsità e l’incertezza di notizie ufficiali ci impedisce di esprimere una valutazione precisa e puntuale sulla manovra. Noi auspichiamo che ci sia un confronto nelle sedi istituzionali preposte per ottenere una manovra che tenga conto delle nostre rivendicazioni. Chiederemo – lo ripeto – che sia definita una riforma fiscale basata sulla redistribuzione del carico fiscale, tale da favorire lavoratori dipendenti e pensionati, e strutturata su detrazioni per i figli a carico. Ribadiremo, altresì, la necessità di tagli veri ed effettivi ai costi della politica.

Dalle prime avvisaglie sembrano esserci problemi anche sul fronte del pubblico impiego. Le categorie interessate esprimono forti preoccupazioni…

Sì, è vero c’è un forte disagio delle categorie dei lavoratori del pubblico impiego, che sarebbero ulteriormente penalizzati dall’attuazione delle decisioni sino ad ora pubblicizzate. Noi sollecitiamo, peraltro, un’iniziativa per il rilancio della contrattazione nel settore. Infine, abbiamo anche sottolineato la necessità che gli eventuali risparmi sul fronte previdenziale vengano utilizzati per incrementare le pensioni, frutto di decenni di contributi, che oggi rischiano di finire al di sotto dei livelli di sussistenza.

Se le cose restassero così come sembrano, i tuoi propositi “bellicosi” sarebbero confermati?

In mancanza di risposte soddisfacenti, sull’insieme di questi punti, la Uil metterà in campo iniziative di mobilitazione.

Lavoro Italiano, giugno 2011

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