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INTERVISTE

Porre al centro delle misure economiche i temi dell’occupazione e dei redditi. Intervista al Segretario Generale della Uil Luigi Angeletti.

di Antonio Passaro

Angeletti, lo scorso 26 giugno, a Palazzo Chigi, si è svolta la consultazione delle parti sociali europee in vista del G8. I sindacati dei Paesi interessati hanno presentato un documento. Di cosa si tratta?

Il titolo del documento è molto eloquente: “Mettere l’occupazione al centro della ripresa economica”. Ai Paesi del G8, la delegazione sindacale guidata dal Presidente e dal Segretario generale del Tuac, ha chiesto che quei Governi prevedano un pacchetto di incentivi pari all’1 per cento del Pil per lo sviluppo dell’occupazione e per una protezione sociale adeguata. Rivedere il sistema finanziario, la finanza pubblica e la tassazione, portare avanti le riforme della governance globale, intensificare gli sforzi per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sono alcune delle altre rivendicazioni contenute nella dichiarazione delle Global unions. Il punto, dunque, è porre al centro dell’attenzione i temi dell’occupazione e dei redditi.

I riverberi occupazionali di questa crisi economica sono ormai sotto gli occhi di tutti. Consideri sempre valida la proposta della Uil per tamponare le falle che si stanno aprendo nel tessuto sociale? Si è anche parlato di un bonus alle imprese: che ne pensi?

Noi abbiamo proposto una moratoria dei licenziamenti e non mi pare che in questa fase sia percorribile un’altra strada. Oggi abbiamo bisogno di una cultura economica diversa da quella del passato. Bisogna far sì che i lavoratori restino “legati” al proprio posto di lavoro e perché ciò accada occorre incentivare le imprese magari con la decontribuzione. Piuttosto che dare un’indennità di disoccupazione a chi viene messo per strada, diamo un aiuto alle imprese per tenere dentro i propri lavoratori. Per dirla con uno slogan, non bisogna finanziare la disoccupazione ma l’occupazione. E bisogna aiutare le imprese solo se non licenziano e se rinnovano i contratti a termine. Perché perdere posti di lavoro è anche una catastrofe economica e sociale oltre che personale. Se necessario, ad esempio, sarebbe meglio ridurre l’orario di lavoro piuttosto che avere meno persone nei posti di lavoro, perché la velocità con cui usciremo dalla crisi dipenderà anche da quanti posti di lavoro saremo riusciti a salvare. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno, oggi e per molto tempo ancora, fino a quando la crisi non sarà finita, il che accadrà solo quando la disoccupazione non aumenterà più. Dunque, il bonus alle imprese va bene, a patto però che rappresenti una compensazione per la moratoria dei licenziamenti. 

Tu pensi che una delle conseguenze di questa crisi sarà l’accentuazione delle differenze?

Io penso che dobbiamo smetterla di illuderci che sia possibile superare questa crisi affrontandola come si trattasse di una semplice parentesi. Non credo che, passata la crisi, torneremo come eravamo. Quando non ci sarà più il segno negativo a contraddistinguere i dati macroeconomici, ripartiremo comunque da un punto più basso e la competizione tra imprese, aree economiche, territori e regioni si farà più dura, più difficile. Insomma, aumenteranno le differenze e questo, per un sindacato sarà uno scenario complesso, difficile da gestire: sarà la sfida più importante da affrontare, dal punto di vista sociale e politico. Ecco perché i sindacati, lo ripeto, dovranno essere capaci di generare un cambiamento profondo: dovranno imparare a governare queste differenze. Ad esempio bisognerà affermare l’idea che giustizia sociale non è pagare tutti allo stesso modo ma pagare la gente per il lavoro che fa.

In fondo, questa filosofia è già insita nel nuovo sistema contrattuale…

Nel precedente sistema contrattuale, era prevalsa l’idea che la crescita salariale dovesse dipendere da una variabile politica. Il perno su cui si incentrava il vecchio modello era l’inflazione programmata che aveva fatto diventare il salario, per l’appunto, il frutto di una decisione politica. Si è trattato di una grave distorsione, anche se assolutamente necessaria in una data fase storica. Oggi quel contesto è del tutto mutato e, dunque, più ricchezza si produce più essa deve essere ripartita. Perché il salario è la modalità con cui si riconosce il valore del lavoro che si fa.

Si torna a parlare ancora una volta di pensioni. E’ possibile ipotizzare una nuova riforma, in questa fase così complessa?

Partiamo dal presupposto che, oggi, le persone hanno poca voglia di lasciare il posto di lavoro proprio perché c’è la crisi, i redditi diminuiscono e andare in pensione comporterebbe un’ulteriore perdita di reddito. Noi non abbiamo pregiudiziali né tabù e siamo disposti a sederci ad un tavolo per parlare di pensioni perché lo si faccia con intelligenza e con sapienza. Si possono, cioè, incentivare le persone a restare al lavoro e aumentare così l’età pensionabile media, lasciando loro, tuttavia, la possibilità di andare in pensione se costrette dai fatti o in presenza di lavori che obiettivamente non si possono fare oltre una certa età. Quindi una riforma delle pensioni che introduca degli incentivi per innalzare l’età pensionabile è una riforma possibile. E ovviamente, i soldi che verrebbero così risparmiati dovrebbero servire ad aumentare le pensioni, oggi troppo basse. Non è possibile cioè che i risparmi del sistema previdenziale vadano a sopperire alle scarse entrate dello Stato a causa del mancato pagamento delle tasse. Questo sarebbe inaccettabile.

E ora parliamo di Fiat. Lo scorso 18 giugno, c’è stato un importante incontro a Palazzo Chigi tra Governo, sindacati e azienda proprio per fare il punto sulle prospettive del gruppo automobilistico italiano. Quali sono state, in sintesi, le tue considerazioni?

Intanto, bisogna dire che è stato importante svolgere questo incontro al termine di una serie di trattative che hanno visto coinvolta l’azienda a livello internazionale su più fronti. Ora tutti hanno maggior cognizione di causa per fare valutazioni appropriate e, da parte sindacale, per proporre rivendicazioni più oculate. Nel recente passato, l’azienda si era trovata in una condizione di oggettiva fragilità. Ebbene, bisogna riconoscere al gruppo dirigente di essere riuscito a trasformare questa debolezza strutturale in una condizione di forza, tant’è che l’azienda si è trasformata da potenziale preda in predatrice. Al momento, la trattativa con Opel non è andata a buon fine ma forse l’esito conclusivo è solo rinviato e, peraltro, in quella vicenda hanno pesato molto, sul fronte tedesco, valutazioni politiche piuttosto che industriali. E’ certo, comunque, che la Fiat ha ampiamente dimostrato di voler reagire piuttosto che subire la crisi.

E’ una crisi diversa da tutte le altre…

Non c’è dubbio. In passato, la crisi era dovuta alla qualità dell’offerta; oggi, siamo di fronte ad una catastrofica caduta della domanda che pone interrogativi anche sul futuro di Fiat. Nel mondo esiste un problema di sovracapacità produttiva: si producono molte più auto di quante se ne vendano ma questo, paradossalmente, è un problema che non interessa la realtà italiana. La nostra industria automobilistica produce solo un terzo delle macchine che si vendono in Italia. Dunque la riduzione della capacità produttiva non ci dovrebbe riguardare: anche nell’ipotesi di una significativa riorganizzazione a livello europeo, la produzione automobilistica in Italia non dovrebbe essere penalizzata più di tanto.

E l’azienda, in questo quadro, come dovrebbe comportarsi?

L’azienda, dal canto suo, deve porsi l’obiettivo di non far scendere la produzione in Italia al di sotto degli attuali livelli e deve gestire le difficoltà solo con il ricorso alla cassa integrazione e non con la mobilità o pensando a dichiarare eccedenze. Ciò sostanzierebbe l’idea che Fiat intende restare un grande gruppo industriale nel nostro Paese. Questa, peraltro, sarebbe la condizione per chiedere al sindacato di fare la propria parte.

Lavoro Italiano, giugno 2009

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