di Antonio Passaro
Angeletti, dopo la vittoria del sì al referendum di Mirafiori, il progetto Fabbrica Italia ha ormai la strada spianata. La Uil ha condiviso e, per certi aspetti, determinato questo percorso. Quali sono le tue valutazioni?
Noi rivendichiamo con soddisfazione le intese sottoscritte a Pomigliano e Mirafiori perché garantiscono l’occupazione per tutti gli addetti interessati e perché faranno crescere i salari, con ricadute positive certe sull’indotto e sul territorio. Per i prossimi mesi, il compito del sindacato sarò quello di monitorare l’applicazione degli accordi e, successivamente, di verificarne l’efficacia soprattutto in relazione alle aspettative economiche. Si vedrà, poi, se sarà necessario rendere più competitivi anche gli altri stabilimenti del Gruppo con l’unico obiettivo di assicurare crescita occupazionale e salariale.
Mi pare di capire, però, che “Pomigliano” e “Mirafiori” non diventeranno una sorta di “stereotipo”….
Infatti, quelle intese non possono rappresentare modelli esportabili pedissequamente in altre realtà Fiat né, ovviamente, in altre aziende. Ogni singolo stabilimento, sia per la sua consistente dimensione sia per la sua collocazione territoriale, ha delle specificità di cui si deve tener conto nella definizione di missioni produttive competitive. Questo principio di flessibilità delle stesse relazioni sindacali, non più rigidamente centralizzate e generalizzate, può rispondere efficacemente alle esigenze dei lavoratori e delle imprese.
Dalla riforma del modello contrattuale alla Fiat: il sistema delle relazioni industriali è in evoluzione. C’è un fil rouge tra i due avvenimenti?
Assolutamente sì. La vicenda Fiat sta dando seguito ad un cambiamento del sistema delle relazioni industriali nel nostro paese. Essa si è inserita, infatti, nel solco dell’innovazione determinata dalla riforma del sistema contrattuale varata nel gennaio del 2009, dopo oltre un decennio di infruttuosa attesa. Il nuovo modello ha una connotazione di maggiore flessibilità per garantire, da un lato, certezze omogenee essenziali ai lavoratori e alle imprese e per cogliere, dall’altro, le opportunità di rilancio della nostra economia. Anche a questa logica hanno risposto gli accordi di Pomigliano e Mirafiori assicurando presidi occupazionali di eccezionale rilievo in zone strategiche del Paese e prospettando, al contempo, interessanti progressioni salariali.
Particolare contrapposizione ha suscitato la definizione di alcune deroghe negli accordi Fiat. Di cosa si è trattato?
La necessità di rilanciare l’industria automobilistica nel nostro Paese ha richiesto l’applicazione di alcune deroghe, peraltro già adottate, unitariamente, in molte altre analoghe situazioni meno pubblicizzate dai mass media. Anche in questo caso, prevedere regolamentazioni particolari per singoli stabilimenti così grandi e, per certi aspetti, diversi tra loro, risponde ad efficaci logiche di flessibilità e, soprattutto, ad aspettative salariali crescenti, legate alla produttività di sito. Né valgono le argomentazioni contrarie agli accordi fondate sulla presunta lesione di diritti che restano, invece, impregiudicati e decisamente più significativi di quelli vantati in altri paesi europei nostri concorrenti.
I detrattori delle intese Fiat protestano anche per le conseguenze che ne deriveranno sul fronte della rappresentanza. Cosa replichiamo a costoro?
Semplice. Bisognerebbe ricordargli che a Mirafiori si applicherà lo Statuto dei lavoratori che è la migliore legge esistente al mondo a tutela dei sindacati e dei lavoratori.
Questa vicenda ha riproposto la questione dei rapporti con la Cgil, per non parlare della Fiom. Quali sono le prospettive?
Dico semplicemente che noi cerchiamo di fare cose utili per le persone che lavorano. Se anche la Cgil intende stare su questo terreno non ci sono problemi. Ovviamente, siamo estranei all’idea che il Sindacato possa essere uno strumento per fini politici: ci riesce molto difficile assecondare questo atteggiamento.
Sono trascorsi esattamente due anni dall’accordo firmato a Palazzo Chigi sulla riforma del sistema contrattuale. Che bilancio possiamo fare di questa nuova esperienza? C’è anche chi, come la Federmeccanica, comincia a parlare di “alternatività” tra contrattazione aziendale e nazionale. Qual è il tuo parere?
Il modello contrattuale, costruito appena due anni fa, ha già generato molte decine di rinnovi di contratti di categoria e sta reggendo ancora molto bene alla prova del tempo, avendo proprio nella sua connotazione flessibile un fattore intrinseco di longevità. Il nuovo sistema, frutto dell’accordo del gennaio 2009, tiene insieme il livello della contrattazione nazionale con quello della contrattazione articolata. Noi riteniamo che siano necessari entrambi per dare risposte concrete ed efficaci alle diverse esigenze che il mondo del lavoro è in grado di esprimere nella sua complessa e variegata composizione. Non possiamo dimenticare che circa il 90% del nostro tessuto produttivo è costruito su imprese che hanno meno di cinquanta dipendenti. Sono realtà, queste, che richiederanno sempre una robusta cornice di riferimento nazionale. Ecco perché non è pensabile che si possa fare a meno del contratto nazionale: esso continuerà ad essere l’insostituibile luogo delle tutele e dei diritti minimi e generalizzati. Peraltro, questa è una condizione alla quale neanche il sistema delle imprese penserà di poter fare a meno poiché un contratto nazionale è anche lo strumento per evitare ingovernabili e polverizzate specificità. E’ una garanzia di omogeneità di trattamento e di lealtà concorrenziale a cui molta parte dell’imprenditoria italiana farebbe fatica a rinunciare.
Continuano ad esserci problemi sul fronte dell’economia. La fase di stagnazione perdura, la disoccupazione giovanile aumenta. Come intervenire? Può essere utile un nuovo patto per lo sviluppo così come proposto dal Presidente del Consiglio?
Non c’è dubbio che lo sviluppo debba essere l’obiettivo prioritario che parti sociali e governo, insieme, devono perseguire. La nostra economia è troppo lenta perché il tasso di produttività è basso: da quindici anni a questa parte, è la metà di quello fatto registrare dagli altri paesi che crescono di più. Se non aumenta la produttività, non cresce la produzione di ricchezza nel nostro paese: è di questo che ci dovremmo occupare. Se vogliamo creare posti di lavoro, soprattutto per i giovani, bisogna fare come in Germania: far funzionare le imprese e farle crescere. La Germania è l’unico paese dove aumentano i posti lavoro perché le imprese sono più competitive. E questo è bene non dimenticarlo mai quando si parla di economia e di occupazione.
Lavoro Italiano, gennaio 2011