di Antonio Passaro
Allora, Angeletti, finalmente il mondo del lavoro ha un nuovo sistema contrattuale. Dopo anni di “stop and go”, la sera del 22 gennaio, a Palazzo Chigi, c’è stata la firma dell’accordo quadro sulla riforma del sistema contrattuale. Qual è il tuo giudizio?
Io credo che con questo accordo sia stato fatto un grande passo avanti sulla strada della modernizzazione del Paese. Dopo quindici anni abbiamo cambiato il modello contrattuale: per il sindacato, per il sistema delle relazioni industriali, per i lavoratori dipendenti, questo è un fatto storico.
Cosa cambia, ora?
La prima immediata conseguenza di questo accordo è che viene “rottamato” il modello del 1993 basato sull’inflazione programmata e, dunque, sul presupposto che le retribuzioni dei lavoratori dipendessero da una decisione politica o se si preferisce, dai rapporti tra sindacato, imprese e governo. Il Protocollo del luglio 1993 è stato una pietra miliare nella storia sindacale del nostro Paese: si prefiggeva l’obiettivo di risanare la finanza pubblica e di disinflazionare l’economia. Quell’obiettivo è stato raggiunto ma quello strumento, dunque, già da molti anni a questa parte, ha esaurito la sua funzione. E’ successo così che, continuando ad applicare, in un diverso contesto economico, la strumentazione tecnica del vecchio modello si sia determinata la sistematica programmazione della riduzione dei salari. Oggi invece serve un nuovo modello che sia funzionale ad un nuovo obiettivo: quello della ripresa e della crescita economica. Con questa riforma, le retribuzioni saranno legate a quanto effettivamente saliranno i prezzi: lavoro e salario riacquistano dignità.
I lavoratori guadagneranno di più?
Non c’è alcun dubbio: cresceranno i salari reali. E’ un accordo che cambia il modo di retribuire il lavoro e lo cambia in meglio. Potremo finalmente uscire dalla trappola di bassi salari e bassa produttività.
Prima parlavi di rottamazione del tasso di inflazione programmata: viene introdotto l’IPCA. Di cosa si tratta?
E’ il nuovo indice previsionale, l’indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo. Abbiamo anche fatto una simulazione che dà concretamente l’idea del vantaggio economico di questo nuovo modello. Nel triennio 2009-2011, il TIP sarebbe pari al 4,6%; l’IPCA, invece, già depurato dai costi dell’energia, sarebbe pari al 6,7%. Una differenza in positivo, dunque, del 2,1% che, tenuto conto di un salario medio di una categoria contrattuale media, equivarrebbe ad un ulteriore incremento di circa 400 euro annui.
E questo solo con riferimento al contratto nazionale che, avrà una durata triennale e che prevede peraltro anche un meccanismo di recupero certo tra inflazione prevista e quella effettiva. Ma poi c’è anche la contrattazione di secondo livello…
Sì, una contrattazione che potrà essere aziendale o territoriale, la più diffusa e capillare possibile anche grazie ad un sistema di incentivi fiscali che la renderanno più conveniente anche per il datore di lavoro. Senza contare che lì dove si farà solo la contrattazione nazionale quest’ultima dovrà prevedere un elemento retributivo di garanzia. Insomma, lo ribadisco, i salari reali dei lavoratori aumenteranno.
E allora perché la Cgil anche questa volta - l’ennesima- non ha firmato l’accordo?
Bisognerebbe chiederlo a loro. Io registro il fatto che, negli ultimi tempi, la Cgil non ha più firmato un’intesa. Ma voglio anche ricordare un fatto storico. Nel luglio del 1992, quando fu sottoscritto quello che potremmo definire il primo capitolo della precedente riforma contrattuale, portata poi a compimento con il Protocollo del 1993, anche in quella circostanza ci fu una drammatizzazione: l’allora Segretario generale della Cgil, Bruno Trentin, firmò e si dimise, proprio perché ci fu una forte opposizione di una parte rilevante della sua Organizzazione. Poi tutto rientrò. Oggi la Cgil è contraria al nuovo accordo e difende quello del 92-93, ormai datato e superato dall’attuale contesto sociale ed economico. Prima o poi, come è già accaduto in molte altre circostanze in passato, la Cgil firmerà.
La Confederazione di Epifani ha chiesto un referendum. Qual è la tua opinione?
Si potrebbe anche fare ma servirebbe la reciprocità.
In che senso?
Noi abbiamo firmato un accordo che la Cgil non condivide e vuole che anche i suoi iscritti giudichino questa scelta. Può andar bene, ma ad un patto: che anche i nostri iscritti possano giudicare le loro decisioni che noi non condividiamo. Se, ad esempio, dichiarano uno sciopero, su questa scelta devono potersi esprimere anche i nostri associati.
In chiusura, due brevi domande. La prima: siamo in una fase di crisi e di recessione. Le conseguenze sull’occupazione sono decisamente preoccupanti. Occorre approntare un sistema nuovo di ammortizzatori sociali?
Sì, non c’è dubbio, occorre un nuovo sistema di ammortizzatori sociali, applicabile il più diffusamente possibile. In questa fase, peraltro, bisogna finanziare la permanenza del posto di lavoro piuttosto che finanziare la disoccupazione. Dunque, anche se come Organizzazione non li abbiamo mai caldeggiati, noi pensiamo, responsabilmente, che, in questo particolarissimo contesto economico, bisogna preferire i contratti di solidarietà alla cassa integrazione. Insomma, il punto è: mantenere il più possibile le persone “legate” ai posti di lavoro.
E per Fiat? Si parla di incentivi, rottamazione…
Il Governo deve approntare interventi così come fanno gli altri paesi europei per affrontare il problema e cercare di risolverlo, meglio ancora se all’interno di un piano condiviso e coordinato a livello europeo.
Lavoro Italiano, gennaio 2009