di Antonio Passaro
Da molto tempo ormai la Uil sostiene che i costi della politica italiana siano troppo elevati e rappresentino una grossa anomalia per il nostro Paese. Da qui l’idea di una campagna per sensibilizzare le Istituzioni sul tema e per chiedere una riduzione di questi costi. Quali sono le ragioni economiche a fondamento dell’iniziativa?
La nostra economia ha vissuto e sta ancora vivendo un periodo delicato a ridosso della crisi e si discute ancora oggi su quali siano le soluzioni per uscire da questa situazione di criticità. Le risorse pubbliche sono il primo strumento a cui si ricorre per sostenere consumi e investimenti. Oggi, tuttavia, lo Stato non ha più la possibilità di aumentare il debito pubblico e si incomincia a intravedere l’intenzione di aumentare ulteriormente le tasse ai cittadini proprio per ovviare alle difficoltà economiche del Paese. Noi pensiamo che non sia questa la strada e riteniamo, invece, che tagliando i costi della politica sia possibile recuperare risorse senza pesare sui redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Ecco perché è necessaria un’inversione di tendenza, un vero e proprio mutamento culturale dell’opinione pubblica su questo argomento. La nostra campagna va proprio in questa direzione.
La Uil ha presentato uno studio che, numeri alla mano, ha fotografato la situazione attuale dei costi e degli sprechi della politica italiana. Quanto si potrebbe risparmiare? E quali sono le proposte della Uil?
Non entro nel dettaglio dello studio alla cui lettura rimando invitando a leggerlo sul sito internet della Uil. Mi limito a ricordare alcuni dati. Le persone che vivono, direttamente o indirettamente, di politica sono 1,3 milioni. I costi annuali della politica, anche in questo caso diretti e indiretti, ammontano a 18,3 miliardi di euro. A questi occorre aggiungere quelli derivanti da un “sovrabbondante” sistema istituzionale quantificabili in circa 6,4 miliardi di euro. Si arriva così alla cifra di 24,7 miliardi di euro. Abbiamo, poi, valutato che si possono risparmiare circa 10 miliardi di euro senza ridurre minimamente il servizio ai cittadini e senza intaccare i processi democratici alla base delle Istituzioni. Questa cifra sarebbe sufficiente per azzerare del tutto le addizionali regionali e comunali Irpef. Oppure, se fosse utilizzata esclusivamente a favore dei lavoratori dipendenti e pensionati, si potrebbe ottenere una permanente detassazione della tredicesima con un vantaggio economico pari, mediamente, a circa 400 euro in busta paga.
E’ una campagna che si prefigge obiettivi importanti ma davvero difficili da raggiungere…
Sì, è vero. Ma, intanto è necessario che l’opinione pubblica prenda coscienza di cosa comporta per l’economia e per i propri redditi un costo della politica così alto e cosa potrebbe derivarne da un risparmio e da una spesa più efficiente e mirata. Va anche ricordato che negli ultimi dieci anni i costi della politica sono cresciuti, in valore percentuale, molto più dei redditi dei cittadini. Un risparmio di quei costi, dunque, andrebbe a beneficio dell’economia del Paese e restituirebbe un po’ più di credibilità alla stessa politica. Noi non abbiamo alcuna intenzione di fomentare quell’idea negativa della politica che si è ampiamente diffusa nel tessuto sociale. Al contrario, il nostro obiettivo è quello di far sì che la politica torni ad essere un valore per i cittadini italiani. Non è per nulla semplice raggiungere questi obiettivi ma poichè il nostro sistema, oggi, non può più permettersi quei costi, non abbiamo alternative: questa è la strada da percorrere. Ecco perché abbiamo dato il via ad una vera e propria campagna che coinvolga i cittadini e tutte le organizzazioni sociali interessate.
A proposito delle altre organizzazioni sociali, resta ancora aperto il tavolo sulla competitività. Non si riesce a giungere ad una conclusione. Qual è lo stato dell’arte?
Purtroppo non c’è molto da dire su questo punto: sono scettico circa la possibilità che quel tavolo giunga ad una conclusione. Certo, tutte le parti sociali hanno condiviso alcuni punti in discussione. Ma il confronto sui temi della crescita sta andando troppo per le lunghe. Sono mesi che discutiamo e non succede nulla perché sulla questione centrale, quella della produttività, il confronto si è bloccato. Ne parliamo, sì; ma la produttività non è una categoria dello spirito e richiede comportamenti e azioni conseguenti. Che, però, mancano…
Insomma, anche a quel tavolo vengono al pettine i nodi inestricabili del rapporto tra le Organizzazioni sindacali che, in questa fase, pare abbiano toccato il punto più basso. Tra le tante questioni irrisolte c’è quella delle regole. In estrema sintesi, puoi ribadire la proposta della Uil?
E’ molto semplice. Noi crediamo che debbano valere le stesse regole sia per approvare sia per contestare un accordo. Insomma, occorre la maggioranza delle Rsu o dei lavoratori, sempre: si debba approvare un accordo o decidere di proclamare uno sciopero. Il potere non può mai essere disgiunto dalla responsabilità. Questi sono i principi di fondo dai quali partire, secondo noi, per affrontare e risolvere positivamente la questione delle regole. Non vorrei comunque che si dimenticasse che, già oggi e da molto tempo, la democrazia nei luoghi di lavoro è ampiamente garantita da libere elezioni che si svolgono, nel segreto delle urne, sia nelle fabbriche sia negli uffici. Noi siamo per diffondere queste tornate elettorali, quanto più è possibile, in tutti i luoghi di lavoro.
Una domanda su Fiat, anche in questa fase, non può mancare. Il progetto “Fabbrica Italia” procede anche se alcuni soggetti hanno sollecitato confronti con Marchionne, per così dire, “supplementari” al fine di capire il futuro dei centri direzionali italiani. Nel mese di febbraio, poi, c’è stato un incontro tra Fiat e Istituzioni. Qual è la tua posizione?
Intanto, precisiamo subito che la Uil non ha chiesto alcun incontro all’Amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne: non ne abbiamo sentito il bisogno perché per noi le loro intenzioni sono già chiare. Abbiamo sottoscritto accordi a Pomigliano e a Mirafiori e ci aspettiamo solo che vengano rispettati, così come noi li rispetteremo. Per quel che riguarda il futuro dei centri direzionali, dico semplicemente che le teste seguono i corpi! Ebbene, noi abbiamo fatto quegli accordi proprio affinché la produzione restasse in Italia. E se la produzione resta in Italia, è chiaro che ci dovrà essere anche la testa dell’azienda. Peraltro, proprio dall’incontro che Fiat ha avuto con le Istituzioni, sono usciti confermati gli impegni già previsti da quegli accordi firmati tra l’Azienda e i Sindacati. E sono stati ribaditi i contenuti del piano anch’esso già illustrato alle organizzazioni sindacali.
Facciamo un passo indietro e parliamo del viaggio verso il Sud che hai fatto insieme al Ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, e al Segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. Siete andati da Roma a Reggio Calabria in treno e siete rientrati in pulmann. Quali sono state le ragioni di questo viaggio?
Lo sviluppo del nostro paese dipende dalla crescita del Mezzogiorno. Le carenze infrastrutturali sono uno dei nodi da sciogliere. Il nostro viaggio è stata l’occasione simbolica per rimarcare questi problemi. Abbiamo voluto sollecitare le Istituzioni, in particolare quelle regionali, a cooperare per superare un gap con il resto del Paese che rischia di spingere il Mezzogiorno fuori dall’Europa. Bisogna affrontare questi problemi se vogliamo evitare che i festeggiamenti per l’Unità d’Italia siano solo un evento celebrativo.
Hai sottolineato che il mancato sviluppo del Mezzogiorno non deriva da una carenza di risorse. Dov’è il problema?
Il problema è nella qualità della spesa. Siamo tutti concordi nel sostenere che per lo sviluppo del Mezzogiorno sono necessarie le infrastrutture, eppure adesso scopriamo che è stato speso solo il 18% delle risorse a disposizione. Bisognerebbe spenderne di più e meglio e allora avremmo anche più posti di lavoro.
Lavoro Italiano, febbraio 2011