di Antonio Passaro
Angeletti, hai sempre sostenuto che fare previsioni è un esercizio complesso e talvolta inutile. Ma che il 2009 rischi di passare alla storia come l’anno della grande crisi, a questo punto, mi pare sia un dato scontato. Che fare, dunque, per limitare i danni?
Io credo che sia scaduto il tempo dei dibattiti, delle previsioni, delle ricette: servono urgentemente fatti. Penso che sia necessario un grande patto di coesione tra governo, imprese e lavoratori. Dobbiamo fare un accordo su una moratoria dei licenziamenti per tutto il 2009 e sulla creazione di task forces regionali anti-crisi, coordinate a livello nazionale da un Commissario ad hoc. Bisogna usare la stessa logica adottata in occasione delle calamità naturali di cui, in fondo, questa crisi economica ha analoghe caratteristiche di intensità e velocità di propagazione. E accanto alla moratoria va collocato, ovviamente, anche il rinnovo di tutti i contratti a tempo determinato in scadenza. L’avvio di un piano per la realizzazione di opere pubbliche e infrastrutture è l’altro passo da compiere per chiudere questo cerchio virtuoso e generare l’unica politica anticiclica capace di restituire fiducia alla gente.
La tua proposta effettivamente è l’unica che può aiutare il Paese ad uscire dal tunnel il più rapidamente possibile, con minor danni e persino con una prospettiva di rilancio e di sviluppo. Ma c’è chi obietta che mancherebbero risorse per attuare questo piano. Cosa rispondi a costoro?
Non ho mai sentito dire da nessun esponente del Governo che i soldi non ci sono. Anzi, la principale loro preoccupazione è quella di capire come spenderli al meglio...
Insomma la Stato può e deve intervenire?
Non c’è alternativa: non si può star lì a parlare di risorse, bisogna far fronte alla destrutturazione del sistema produttivo perché se crolla l’economia reale, ma di cos’altro parleremo?
Le priorità sono i lavoratori e le imprese?
E’ così. Bisogna salvaguardare le imprese e i posti di lavoro. Si deve fare in modo che i lavoratori restino legati alle imprese in cui operano, anche se, a causa della crisi, la domanda diminuirà e si lavorerà di meno per alcuni mesi. Nessun licenziamento, dunque, e lo Stato deve finanziare il mantenimento di quel posto di lavoro: cassa integrazione e analoghe forme di sostegno al reddito lì dove la cassa non arriva.
Hai detto che occorre più fegato, più coraggio anche sul fonte del credito. Puoi spiegarci?
Io penso che le banche debbano essere “obbligate” a finanziare l’economia e lo Stato deve garantire che ciò non distruggerà il loro patrimonio. E’ tempo che la finanza sia al servizio dell’economia reale. Se la mano pubblica non trova strumenti per incentivare i banchieri a sostenere l’economia, avremo seri problemi.
Qual è il tuo giudizio sul piano anticrisi e sugli aiuti al settore auto varati all’inizio dal mese di febbraio dal Governo?
Il piano anticrisi offre un’opportunità positiva per la crescita del settore auto. E’ necessario che ora ci sia una risposta altrettanto positiva da parte aziendale alla richiesta di garantire il mantenimento degli stabilimenti e dell’occupazione. Va anche detto che, se i provvedimenti sono utili dal punto di vista del mercato, perché essi abbiano ripercussioni positive anche sul fronte occupazionale, è comunque necessario che gli italiani acquistino, in proporzioni diverse da quelle attuali, le autovetture prodotte dai nostri operai. Oggi, ogni dieci auto vendute, sette vengono dall’estero. Ebbene se si vogliono tutelare i lavoratori italiani, come, ad esempio, quelli di Pomigliano, bisogna comprare le auto che si producono a Pomigliano. Capisco che è un’affermazione dal sapore protezionista, ma non c’è altra strada. Infine, vorrei mettere in guardia dal rischio di sottovalutare la crisi che sta colpendo altri settori strategici della nostra economia e che, talvolta, sono caratterizzati da un tessuto di piccole imprese. Così come resta ancora aperta la questione della ricerca e dell’innovazione: sarebbe bene, ad esempio, che ci fossero incentivi per quelle imprese che investono per la riduzione del consumo di energia.
Tra le varie proposte per affrontare la crisi c’è anche quella formulata dalla Confindustria secondo cui si potrebbe utilizzare, ai fini del sostegno al sistema produttivo, il Tfr inoptato delle aziende con più di 50 dipendenti e depositato presso l’Inps. Cosa ne pensi?
La proposta di Confindustria è condivisibile perché effettivamente può aiutare il sistema produttivo in un momento di grave difficoltà come quello attuale. Sarebbe necessario però un nuovo accordo per modificare il memorandum firmato sul Tfr. Resta comunque prioritario e urgente un punto che ribadisco: la Confindustria deve condividere la nostra proposta di moratoria dei licenziamenti e di conferma dei contratti a termine in scadenza.
Facciamo un passo indietro e torniamo a parlare di riforma del sistema contrattuale. Ci sono state molte polemiche anche sul fronte politico e c’è già stato anche uno sciopero della Fiom e della Fp Cgil. Come rispondi a queste critiche?
Io dico che bisogna smetterla di strumentalizzare le vicende sindacali a fini politici e bisogna parlare di merito. Abbiamo lavorato per più di quattro anni alla ricerca di un’intesa che fosse in grado di aumentare i salari e alla fine l’abbiamo trovata: questa è l’unica cosa che conta. Peraltro, l’accordo per la riforma del sistema contrattuale è stato sottoscritto dalla Uil, dalla Cisl e da tutte le parti datoriali, dagli artigiani sino alle cooperative: tutte realtà che non credo possano considerarsi delle marionette nelle mani del Governo. Un Governo che ha semplicemente sottoscritto l’intesa, neanche con grande entusiasmo.
Tra qualche giorno si dovrebbe approdare alle intese applicative della riforma del sistema contrattuale con le singole parti datoriali, a cominciare da Confindustria. Pensi che possa essere quella un’occasione per il “rientro” della Cgil?
Me lo posso solo augurare. In ogni caso, è ormai chiaro a tutti che l’unità è una cosa importante ma che, non per questo, si può essere posti sistematicamente di fronte all’alternativa tra l’unità o la paralisi.
Un’ultima domanda. Si sta procedendo, in queste settimane, verso una riforma della regolazione degli scioperi nei servizi pubblici essenziali. Qual è la posizione della Uil? Ci sono le condizioni per arrivare ad un avviso comune?
Non vedo ostacoli invalicabili o differenze abissali per arrivare ad un avviso comune, Certo, il clima non è dei migliori… Per quel che riguarda il merito, io penso che bisogna cercare regole nuove che riducano le patologie nel conflitto, soprattutto nei servizi pubblici essenziali dove rischia di rimetterci solo il cittadino. Anzi, in alcuni specifici settori, noi siamo per affermare lo sciopero virtuale, con modalità che abbiamo già espresso in più di una circostanza. Deve essere comunque chiaro che si deve distinguere tra il diritto allo sciopero del singolo lavoratore, intangibile e costituzionalmente garantito, e le prerogative dei sindacati a proclamare gli scioperi che, invece, possono essere regolamentate.
Lavoro Italiano, febbraio 2009