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INTERVISTE

“Meno tasse, più salari, più pensioni” Intervista al Segretario Generale della Uil Luigi Angeletti

di Antonio Passaro

Meno tasse, più salari, più pensioni”. Angeletti, questo è lo slogan che sta connotando l’iniziativa di Cgil, Cisl, Uil a sostegno della piattaforma sindacale per far crescere il Paese. Qual è lo “spirito” economico - se così si può dire - di questa battaglia?

Noi siamo convinti che la crescita del Paese non possa essere ottenuta limitandosi a risanare i bilanci. La nostra economia non crescerà mai più se ci intestardiamo sull’idea di dover restare nei parametri di Maastricht e di dover ridurre il debito pubblico. Questa politica uccide il Paese! Come insegnano anche i semplici metodi dell’economia domestica, c’è un solo modo efficace per pagare i debiti: guadagnare di più, aumentare la ricchezza.

E qual è la ricetta per ottenere questo obiettivo?

Per far crescere l’economia non basta ridurre i costi e, in particolare, il costo del lavoro. E’ necessario che aumentino i consumi e che cresca la produttività. I consumi sono diminuiti e noi stiamo pagando e continueremo a pagare le conseguenze di questa situazione. Lo abbiamo detto tante volte ed è bene ribadirlo: in un Paese come il nostro la politica dei due tempi non funziona. Esiste solo un tempo ed è esattamente quello che, ora, dovremmo vivere: è il tempo di aumentare la produttività, ridistribuire la ricchezza e aumentare i consumi.

Meno tasse, recita l’incipit dello slogan sindacale. Meno tasse per i lavoratori dipendenti e i pensionati. E’ questo il punto?

Assolutamente sì. E’ del tutto evidente che qualcosa non funziona per il verso giusto se chi ha la metà della ricchezza, paga il 70% delle tasse. In questo modo cresce solo il potere reale di un 10% della popolazione e ne conseguono squilibri economici, in particolare, per i lavoratori dipendenti e i pensionati. Con buona pace per lo sviluppo del Paese.

E allora che fare?

Ci dobbiamo porre una domanda: ma chi sono i veri poveri in Italia? Quelli che dichiarano di guadagnare poco o piuttosto i lavoratori dipendenti e i pensionati che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese? Ecco perché bisogna smetterla di discutere di manovre sull’Irpef, di riduzione delle aliquote e di analoghi ragionamenti. Per un bel po’ di anni bisogna ridurre le tasse solo su salari, stipendi e pensioni. Se invece continuiamo a puntare su una generica riduzione dell’Irpef, avvantaggeremo, ancora una volta, anche coloro che hanno evaso il fisco.

E’ un messaggio al governo che verrà… Ma avrà orecchie per intendere? E il cosiddetto “tesoretto” su cui già ora tanto si discute, che fine farà?

Non vorrei essere profeta di sventure, ma io temo che, alla fine della campagna elettorale, qualunque sia la conclusione, ci spiegheranno che l’economia non cresce, che le entrate sono diminuite e che il tesoretto è svanito. Ci diranno, dunque, che le tasse non si possono ridurre più di tanto, che qualche risorsa può essere destinata solo ad incentivare la contrattazione di secondo livello e che si può, genericamente, ridurre l’IRPEF. Ed è proprio quel “genericamente” che non mi piace, per i motivi già esposti. Ecco perché tutto il Sindacato deve dire, con chiarezza e sin da ora, che vogliamo una riduzione delle tasse sugli aumenti contrattuali nazionali.

Se Cgil, Cisl, Uil lo avessero richiesto tutti e tre insieme, da tempo, ora probabilmente avremmo già ottenuto questo risultato…

Penso proprio di sì. Ed è per questo motivo che dobbiamo dirlo tutti e tre insieme e in modo convinto.

E’ singolare che la Cgil difenda con forza la contrattazione nazionale e poi non sia altrettanto solerte e compatta nella richiesta di una detassazione degli incrementi contrattuali…

La tua meraviglia è legittima…

Questo ragionamento si intreccia con la questione della riforma del sistema contrattuale. In estrema sintesi, la Uil vuole una contrattazione nazionale più efficace nella difesa del potere di acquisto e una contrattazione articolata più capillare e in grado di ridistribuire la produttività. E quello che vogliono tutti. E però?

Cgil, Cisl e Uil hanno trovato una sintesi di massima redigendo un documento che ora è al vaglio della discussione nelle singole Organizzazioni. La Uil ha già dato un giudizio sostanzialmente positivo ritenendo quel documento una buona base per avviare il confronto con la Confindustria e le altre parti datoriali. Noi crediamo che si debba avviare subito la trattativa. Ma questa è una partita che occorre giocare tutti insieme anche perché sono convinto che il confronto con la Confindustria non sarà affatto semplice. Non sarà una passeggiata. Dunque, o c’è un chiarimento tra Cgil, Cisl e Uil sulla posizione comune per aprire utilmente un confronto o si sta solo perdendo tempo. E questo non possiamo permettercelo: né per noi né per i lavoratori.

Un’ultima domanda. La crisi di governo non ha trovato sbocchi e il 13 aprile si andrà alle urne per eleggere il nuovo Parlamento. La questione del rapporto tra Sindacato e politica, di tanto in tanto, tocca dei picchi. Questo è uno di quei momenti, forse anche per l’approssimarsi della consultazione elettorale. Cosa deve fare il Sindacato?

Io ritengo che il Sindacato non debba mai essere in balia della politica; anzi, deve condizionarne le decisioni. Decisioni che devono tenere conto degli interessi che rappresentiamo. In questo Paese, la maggioranza dei cittadini è costituita dai lavoratori dipendenti e dai pensionati. Il Sindacato deve agire nella consapevolezza che gli interessi di questa maggioranza possono e devono conciliarsi con quelli dell’intera società. Se pensiamo che non ci sia una classe politica in grado di fare sul serio ciò che dice, il nostro compito allora è convincerla e “costringerla” a fare buone politiche.

Lavoro Italiano, febbraio 2008

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